Sarebbero almeno 1300 i miliziani curdi giunti ad Aleppo per sostenere l’esercito di Bashar al Assad nella battaglia per la liberazione di Idlib. Lo annuncia – con preoccupazione – l’agenzia turca Anadolu.

I curdi sono quindi passati dalle parole ai fatti. Poche settimane fa, infatti, avevano annunciato di voler combattere al fianco dei lealisti per arginare lo strapotere di Recep Tayyip Erdogan nel nord del Paese. E così sarà.

È iniziata la battaglia di Idlib

Ieri l’aviazione russa e quella siriana hanno bombardato pesantemente la provincia di Idlib. È l’avvio, seppur ufficioso, della battaglia. Secondo quanto riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani (fonte vicina ai ribelli), nel raid sarebbero morti almeno 53 civili, di cui 28 bambini. Gli Occhi della Guerra non possono verificare in maniera indipendente questa affermazione.

Il rischio che la liberazione di Idlib si trasformi in una carneficina è però molto alto. In questi anni, infatti, sono stati trasferiti in questa provincia numerosi combattenti, insieme alle loro famiglie. Molti di questi appartengono a gruppi jihadisti, come Al Nusra.

Se da un lato è vero che la cosiddetta opposizione moderata qui non esiste più, dall’altro è altrettanto vero che i civili che hanno raggiunto questa provincia sono molti. E ora rischiano di trovarsi in mezzo al fuoco dell’una e dell’altra parte. Soprattutto ora che i jihadisti stanno arrestando coloro che avevano già avviato delle trattative con Damasco. 

Video diffusi in rete, inoltre, mostrano i rinforzi diretti verso il nord, tra cui le ormai famose Forze Tigre, che tanta parte hanno avuto nella liberazione di Aleppo, in quella della Ghouta e, infine, di Daraa. Secondo quanto scrive Al Masdar, “il numero di soldati che prenderanno parte in questa operazione nel nordovest della Siria sarà il più grande dall’inizio del conflitto”.

Molto probabilmente sarà così: Idlib, infatti, è l’unica vera sacca rimasta in mano ai ribelli. Vincere significherebbe stroncare la già morente rivoluzione iniziata nel 2011.

La necessità di un accordo con i curdi

Attualmente, Bashar al Assad controlla circa il 60% della Siria. Il resto del Paese è essenzialmente in mano ai curdi, eccezion fatta per Idlib, una porzione di deserto tra Palmira e Deir Ezzor ancora in mano al Califfato e, infine, una zona controllata dai ribelli al confine meridionale tra Giordania e Iraq. C’è poi, ovviamente, il cantone di Afrin, in mano a turchi e Esercito siriano libero.

Mappa in Siria (Syrialiveuamap)
Mappa in Siria (Syrialiveuamap). Clicca sulla cartina per navigare

Da mesi, Damasco sta trattando con i curdi per arrivare a una soluzione diplomatica. Sul tavolo c’è la richiesta di una maggior autonomia al nord. Assad ha bisogno dei curdi e viceversa. Il primo necessita dei pozzi di petrolio e, per evitare una “vittoria mutilata”, deve riuscire nell’impresa di tornare ai confini antecedenti il 2011. I curdi, invece, hanno bisogno di una nuova sponda politica. A lungo lusingati dagli Stati Uniti, ora si trovano abbandonati. E non sanno più che fare.