Critichi l’invio di armi e munizioni a Israele? Per l’Anti-Defamation League sei antisemita 

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

Può un’organizzazione anti-odio proteggere i profitti di chi vende armi in un Paese impegnato in una campagna di sterminio? Evidentemente sì, se ti chiami Anti-Defamation League (Adl) e scegli di diventare un braccio politico oltreoceano del Governo di Benjamin Netanyahu. Nata per combattere l’antisemitismo e difendere i diritti civili delle minoranze ebraiche ai tempi in cui negli Stati Uniti si impiccavano persone agli alberi per il loro colore della pelle, la lobby è sempre più al centro di un cortocircuito morale e politico.

A dirlo è la Sec statunitense, l’organo federale che sorveglia le operazioni in Borsa, secondo cui l’Adl avrebbe condotto una campagna asfissiante contro alcune proposte di azionisti che chiedevano a multinazionali come Lockheed Martin, General Dynamics, Raytheon e Amazon di redigere rapporti sull’impatto dei loro prodotti in termini di diritti umani. Al centro delle contestazioni c’era l’uso delle armi da parte di Israele nei bombardamenti a Gaza, e Adl così ha messo nel suo mirino i dissidenti.

Sono state contrastate, in particolare, le iniziative dell’organizzazione Investor Advocates for Social Justice, che agisce per conto di investitori religiosi e progressisti. Nel 2023 e 2024, il gruppo ha presentato proposte per chiedere maggiore trasparenza sull’allineamento tra lobbying e diritti umani da parte di Lockheed Martin, che ha venduto caccia F-35 a Israele, e General Dynamics, accusata di fornire munizioni usate per massacrare civili palestinesi.

La risposta dell’Adl è stata durissima: ha bollato queste richieste come “antisemite”, accusando gli attivisti di voler delegittimare il diritto di Israele all’autodifesa. Ha fatto lo stesso anche contro una proposta simile rivolta ad Amazon, colpevole, secondo gli investitori coscienziosi, di collaborare con il Governo israeliano in programmi di sorveglianza come Project Nimbus, che alimenterebbero l’apartheid.

Come sanno ormai anche le pietre, l’accusa di “apartheid” non nasce da attivisti isolati, ma da Ong autorevoli come Amnesty International, Human Rights Watch e l’israeliana B’Tselem. O da un ex presidente statunitense, Jimmy Carter, quando parlava del regime di discriminazione nei Territori Occupati. Ma l’Adl ha scelto, a partire dal 7 ottobre, di interpretare ogni critica come odio verso Israele – e quindi, per estensione, verso gli ebrei.

Delegittimare il dissenso

Non si contano più gli episodi che hanno messo in discussione l’imparzialità dell’organizzazione: come quando ha modificato la definizione dello slogan palestinese “dal fiume al mare” sul proprio sito: prima del 26 ottobre, lo descriveva semplicemente come uno slogan usato nelle manifestazioni filo-palestinesi, senza menzionare l’antisemitismo. Dopo quella data, invece, lo ha definito esplicitamente antisemita. Un cambiamento che riflette l’adattamento delle tattiche comunicative dell’Adl al mutare del clima politico, nel tentativo di delegittimare il dissenso pro-palestinese. Tanto ha fatto l’Adl per includere ogni proteste anti-Israele o antisionista – persino con partecipanti ebrei –nelle sue statistiche sull’antisemitismo, che Wikipedia ha smesso di considerarla una fonte affidabile.

Per l’Adl tutti sono antisemiti tranne chi lo è davvero. Come quando, in primavera, l’AdL decise di dire la sua su Elon Musk – che aveva fatto un gesto simile al saluto nazista durante un comizio di Trump – definendolo, con ammirevole faccia tosta, “un gesto goffo per l’entusiasmo del momento”.

La storia dell’Adl racconta di una crescente perdita di autonomia politica. Fondata dopo il linciaggio dell’ebreo americano Leo Frank nel 1913, l’organizzazione negli anni Sessanta spiava i gruppi neonazisti, e negli anni Duemila condannava Donald Trump per i suoi tropi antisemiti. Ma lo stesso zelo adesso è usato per sorvegliare quasi soltanto i movimenti pro-Palestina, spesso associati tout court al terrorismo o all’antisemitismo.

In una recente audizione al Parlamento israeliano, lo stesso direttore dell’Adl, Jonathan Greenblatt, ha ammesso il fallimento della sua organizzazione nel contenere l’antisemitismo globale, che – ha spiegato – cresce soprattutto online. Ma qual è la sua soluzione? Prendere esempio dai servizi segreti israeliani che hanno usato tecnologie esplosive per infiltrare Hezbollah. Una visione militarizzata della lotta all’odio. Una strategia di delegittimazione permanente, che più che combattere l’antisemitismo, rischia di banalizzarlo, e renderlo uno strumento di guerra culturale.

InsideOver segue i drammatici eventi di Gaza con un’attenzione rara per la stampa italiana. Ma i nostri esperti fanno un monitoraggio costante anche di ciò che accade in altri Paesi e ha un’influenza pesante sui massacri di civili inermi. Un’ottima ragione per restare con noi e abbonarsi subito a InsideOver cliccando QUI!