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Guerra

Cristo si è fermato a Debel

"Un'indignazione vera non dovrebbe iniziare, né finire, con la distruzione di una statua religiosa, per quanto offensiva possa essere tale azione…Si è consumato un genocidio. È questo che deve suscitare una vera indignazione".
Cristo si è fermato a Debel

Il crocifisso profanato a Debel, in Libano, ha suscitato indignazione generale. Israele si è scusato, i responsabili sono stati puniti e al posto del crocifisso profanato ne è stato collocato un altro… o forse due, non si capisce bene perché l’IDF afferma di averne eretto un altro, con tanto di foto di un crocifisso adornato di icone; ma i soldati dell’Unifil italiano ne hanno poi collocato un altro ancora, più umile e del tutto simile al precedente. Non si comprende cosa ne è stato del crocifisso dell’IDF…

Ma, al di là, alcune considerazioni, iniziando dalla più importante: “Un’indignazione vera non dovrebbe iniziare, né finire, con la distruzione di una statua religiosa, per quanto offensiva possa essere tale azione”, scrive il pastore Munther Isaac su al Mayadeen. “Concentrare la nostra reazione su ciò significa restringere la portata di quel che dovrebbe davvero turbarci. Dov’è l’indignazione quando i civili vengono presi di mira? Quando i quartieri vengono ridotti in macerie? Quando le famiglie vengono sepolte sotto i detriti e lo sfollamento diventa permanente? Si è consumato un genocidio. È questo che deve suscitare una vera indignazione”.

Beyond the desecrated statue: What truly demands our outrage

“La devastazione di Gaza, insieme agli schemi analoghi che ricorrono in Libano, ha già infranto qualsiasi seria pretesa di rispetto dei diritti umani o persino delle regole di guerra. L’entità della distruzione, colpire la vita civile e la normalizzazione delle punizioni collettive dimostrano che non si tratta di un caso eccezionale, ma di una prassi consolidata. Il video è inquietante proprio perché riflette una realtà più ampia”.

Quindi l’altra considerazione, importante quanto la pregressa, che traiamo dall’editoriale di Haaretz che rileva le subitanee scuse delle autorità israeliane e la pronta punizione dei rei per commentare: “È un peccato che i funzionari israeliani non si preoccupino dei palestinesi viventi tanto quanto si preoccupano di una statua di Gesù. Ciò che sta accadendo in Cisgiordania rivela una totale mancanza di interesse: ogni giorno, i coloni invadono le terre dei villaggi e delle comunità palestinesi, spesso accompagnati da uomini armati che prestano servizio nei Battaglioni di Difesa Regionale”.

Israel Cares More About a Statue of Jesus Than About Living Palestinians

“Anche se questi episodi di ‘attrito’ vengono deliberatamente creati con l’obiettivo di espellere i palestinesi dalle loro case, continuano senza interferenze da parte delle autorità né si vede alcun tentativo di far rispettare la legge. Dall’inizio della guerra di Gaza, 13 palestinesi sono stati uccisi a causa di invasioni di coloni e 12 da colpi d’arma da fuoco. Nella maggior parte dei casi, gli assassini, coloni in servizio di riserva, non vengono arrestati ma interrogati e rilasciati”.

Solo negli ultimi tempi, a motivo delle pressioni Usa, si sono registrati alcuni arresti, ma le violenze non sono finite, anzi “sono aumentate”. Il perché, secondo Haaretz, è di facile intuizione: non si vuole fermare la violenza che continuerà “finché il governo non deciderà di porre fine al fenomeno, ma è chiaro che non ha alcun interesse a farlo”. Tutto vero, ma tali considerazioni dovrebbero necessariamente ampliarsi agli orrori che vengono perpetrati a Gaza. Così torniamo al punto precedente.

La terza considerazione la prendiamo da un articolo di Fifi Abou Dib pubblicato sull‘Orient le Jour, da cui abbiamo ripreso anche il titolo della nostra nota. “Quanta accaduto avrebbe potuto essere solo un’altra scena della guerra israeliana. Una profanazione tra le tante, a cui l’esercito che si autodefinisce ‘il più morale del mondo’ non ha saputo resistere”. E dettaglia i tanti abusi consumati dai soldati israeliani nelle case ormai disabitate, gli indumenti femminili esposti al pubblico ludibrio e tanto altro.

E prova a interrogarsi senza astio sul perché di tali abusi, concludendo: “Sembra che questo oblio forzato della civiltà sia il prezzo da pagare per proteggere il proprio territorio. Come ritornare, in seguito, alla civiltà che si credeva di difendere è un’altra storia”.

“Debel”, scrive poi Abou Dib “è un piccolo villaggio nell’estremo sud del Libano, quasi esclusivamente cristiano. Gli archeologi avrebbero addirittura scoperto un antico sito cristiano, il che lo renderebbe uno dei più antichi luoghi di culto cristiano al mondo. Un grande crocifisso di gesso, un cippo territoriale, un’offerta votiva o una professione di fede, si ergeva in un giardino”.

“Avrebbe potuto essere solo l’ennesimo atto di profanazione. Un soldato israeliano, uno di quelli che pattugliano tra le linee blu e gialle, non ha resistito alla tentazione di colpirlo con un martello. Soddisfatto di aver decapitato la statua, si è fatto fotografare, credendo di aver compiuto un gesto eroico.

“[…] Cosa passa per la testa di una persona quando attacca, da un lato, una statua di gesso e, dall’altro, un’altra religione? Il problema, però, è che i seguaci di questa stessa religione, gli evangelici americani, sono preziosi sostenitori di Donald Trump nella sua campagna anti-iraniana a supporto del governo di Netanyahu”.

“Se il bellicoso ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, capace di usare il linguaggio più brutale quando si tratta di denigrare l’avversario, si è affrettato a scusarsi (con nessuno in particolare) e a criticare il soldato, non è stato in nome della moralità, né ‘dell’esercito più morale del mondo’. È stato semplicemente perché Israele, la cui immagine è costantemente offuscata, non può permettersi altro rigetto”.

“Così, a Debel, quasi deserta, a Debel circondata, assediata, con gli ultimi abitanti cristiani che hanno scelto di rimanerci non sapendo dove altro andare – in una scena felliniana – d’improvviso e senza cerimonie, è stata donata una croce di consolazione”.

“L’umile statua di gesso decapitata, ricettacolo di tante preghiere e devozioni, santuario di lacrime per una popolazione sfinita dalla paura e dal dolore è stata sostituita da qualcosa che pretende di essere ‘la stessa cosa, anzi migliore’: un Cristo dorato, icone alle estremità della croce, eretta in questo luogo per nessuno. Le statue si possono sostituire. Gli esseri viventi no”.

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