Milioni di ucraini oggi sono tornati regolarmente a scuola o negli uffici. Dopo l’accelerazione dell’escalation dell’ultimo fine settimana, nelle principali città del Paese sono state registrate scene di normale quotidianità. Anzi molti cittadini, nelle interviste rilasciate alle varie testate internazionali giunte in Ucraina negli ultimi giorni, hanno lamentato un presunto eccesso di allarmismo riscontrato sui media. Se per la politica i margini di manovra diplomatici sembrano sempre più sottili, buona parte degli ucraini credono al contrario a soluzioni pacifiche della vicenda.
Nel frattempo a Mosca si è tenuto un importante confronto tra il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov. Nel colloquio tra i due è emerso il disappunto del capo dello Stato per la volontà Nato di espandersi ulteriormente verso est, mentre il capo della diplomazia ha parlato di “chance” ancora possibili di accordo con l’occidente.
Il Donbass torna sotto i riflettori
Le ultime novità di questo lunedì sono arrivate dalla regione da cui tutto è nato otto anni fa, ossia dal Donbass. Qui sono stanziate le repubbliche filorusse separatiste di Donetsk e Lugansk. Territori de facto controllati dal 2014 dai gruppi russofoni, ma formalmente sempre appartenenti all’Ucraina. Ai confini di queste regioni sono in corso importanti movimenti di truppe. A sottolinearlo è stato domenica il ministero della Difesa ucraino, il quale ha chiesto spiegazioni alla Russia in sede Ocse. Una procedura prevista dagli accordi di Vienna firmati dai Paesi aderenti all’Ocse. Le risposte sono arrivate, ma direttamente dal Cremlino. Dmitry Peskov, portavoce della presidenza russa, ha sì confermato i movimenti di truppe da parte russa ma, ha sottolineato, tutto sta avvenendo “all’interno del nostro territorio”. Dunque Mosca non deve dare, secondo questa linea, alcuna spiegazione. Anzi, lo stesso Peskov ha rilanciato un altro allarme, quello cioè dei movimenti delle truppe ucraine attorno alle fasce di sicurezza delle regioni separatiste: “Nondimeno, stanno venendo osservati movimenti su larga scala di truppe ucraine – ha aggiunto il portavoce del Cremlino – con diverse unità militari nelle aree di confine del territorio ucraino, nella zona alla frontiera delle repubbliche autoproclamate. Questo potrebbe portare a un aumento della tensione”.
Ma il Donbass in queste ore è stato al centro anche del dibattito politico in Russia. Alla Duma, la camera bassa del parlamento russo, sono state depositate due mozioni che impegnerebbero il governo a riconoscere ufficialmente le repubbliche separatiste. La prima mozione è a firma dei parlamentari del Partito Comunista. In essa si chiede direttamente a Vladimir Putin di avviare tutte le procedure previste per giungere a un riconoscimento delle autorità di Donetsk e Lugansk: “Negli ultimi anni – si legge nel documento – nelle repubbliche sono stati costruiti organismi e strutture democratiche con tutti gli attributi del potere legittimo sulla base della volontà popolare”. La seconda mozione invece è diretta al ministero degli Esteri e si chiedono consultazioni meticolose tra lo stesso ministero e il resto del governo per eventualmente procedere con il riconoscimento delle repubbliche separatiste. Più probabile passi la seconda mozione in quanto presentata dal partito Russia Unita, la formazione di Vladimir Putin. I documenti, hanno fatto sapere da Mosca, verranno presi in esame martedì. Se approvati, non si arriverebbe comunque a un rapido riconoscimento dei governi stanziati nel Donbass. Si tratta di mozioni non vincolanti e che avrebbero come massimo risultato quello di impegnare il Cremlino a valutare le proposte.
Tanto è bastato però per aggiungere ulteriore tensione tra Mosca e Kiev. Dalla capitale ucraina non si è fatta attendere la risposta del presidente della Verkhovna Rada, ossia il Parlamento ucraino, Ruslan Stefanchuk: “Un riconoscimento da parte di Mosca delle repubbliche separatiste del Donbass – ha dichiarato – causerebbe incomprensioni in tutto il mondo”. Per il rappresentante del parlamento di Kiev, le regioni del Donbass sono da ritenere unicamente ucraine e ogni atto contrario verrebbe visto alla stregua di una provocazione.
Putin: “Espansione Nato molto pericolosa”
Al Cremlino ovviamente sono ore frenetiche. Vladimir Putin sta seguendo da qui le evoluzioni della situazione. Nessun viaggio previsto a Sochi, dove spesso il presidente russo si reca anche per incontrare ministri o capi di Stato stranieri, né in altre residenze presidenziali. Le giornate del leader russo iniziano per adesso molto presto e si concludono a sera inoltrata. In questo lunedì, nello studio principale del Cremlino, sono stati ricevuti i capi dei dicasteri più nevralgici e che più da vicino sono coinvolti nella crisi ucraina. Nel primo pomeriggio, Putin ha infatti ricevuto il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, subito dopo invece è stata la volta del ministro della Difesa, Sergei Shoigu. Nel primo incontro, il titolare della diplomazia ha espresso la propria convinzione circa la possibilità di giungere a un’intesa con gli Usa e i paesi occidentali: “C’è ancora possibilità di trovare un accordo con l’Occidente sulle garanzie di sicurezza chieste da Mosca”, avrebbe dichiarato Lavrov a Putin.
Dal canto suo il capo del Cremlino ha ancora una volta ribadito quella che è la linea rossa da non oltrepassare, ossia un ulteriore allargamento della Nato: “L’espansione dell’Alleanza Atlantica verso est è infinita e molto pericolosa – avrebbe detto Putin a Lavrov, secondo una ricostruzione dell’agenzia Tass – e viene attuata a danno delle ex repubbliche sovietiche, compresa l’Ucraina”. Nell’incontro con Shoigu invece, Putin è stato informato sulle esercitazioni militari attualmente in atto. Alcune di queste starebbero già terminando.
In serata, in un’intervista concessa alla Cnn, il portavoce del Cremlino Peskov ha fatto presente che il presidente russo è disposto a negoziare: “Prima di tutto – ha dichiarato il portavoce – Putin ha sempre chiesto negoziati e diplomazia. Ed è stato lui ad aver avviato la questione delle garanzie di sicurezza per la Federazione russa. L’Ucraina è solo una parte del problema, è un parte del più grande problema delle garanzie di sicurezza per la Russia e naturalmente il presidente Putin è disponibile a negoziare”.
Uno spiraglio in questo lunedì è arrivato da Londra. Vadim Pristaiko, ambasciatore ucraino nel Regno Unito, ha parlato della possibilità, da parte di Kiev, di rinunciare al percorso di adesione nella Nato. Da Mosca è stato ancora una volta il portavoce Peskov a intervenire: “Sarebbe un passo che potrebbe contribuire considerevolmente a formulare una risposta più significativa alle preoccupazioni di Mosca”, ha fatto sapere il capo della comunicazione del Cremlino.
Blinken: “Ambasciata Usa spostata a Leopoli”
Il pomeriggio di lunedì si è chiuso con un annuncio importante da parte del Segretario di Stato Usa, Antony Blinken. In particolare, il capo della diplomazia statunitense ha dichiarato che l’ambasciata di Washington sarà spostata da Kiev a Leopoli. La notizia era già circolata sabato, quando il Dipartimento di Stato aveva reso noto che soltanto il consolato di Leopoli sarebbe rimasto operativo mentre, al contrario, tutte le sedi nella capitale ucraina sarebbero state chiuse. La conferma arrivata direttamente da Blinken sottolinea ulteriormente il clima di tensione che si respira soprattutto a Kiev.



