Crimea sì o no: il dubbio che inizia ad aprire le prime crepe

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

“La Crimea è il territorio dell’Ucraina e testeremo e useremo lì qualsiasi arma non proibita dalle leggi internazionali che aiuterà a liberare i nostri territori”. Le parole di Oleksiy Danilov, capo del consiglio di sicurezza e difesa nazionale di Kiev, sono chiarissime e tornano sul grande tema strategico di questa fase della guerra: lo status della Crimea.

Il governo ucraino non ha dubbi: la penisola sul Mar Nero deve tornare a essere un territorio sotto la sua piena autorità e quel mare diventare un “mare della Nato”. La Russia, naturalmente, pensa l’esatto opposto: dopo il 2014, cioè da quando l’ha annessa, la Crimea è considerata parte integrante della Federazione e bastione della flotta che nega in radice che il Mar Nero si trasformi in un “lago” atlantico. Nel mezzo le idee spesso non troppo nitide degli apparati Usa, atlantici ed europei, che pur non avendo mai riconosciuto lo status della Crimea come territorio russo e ribadendo la necessità di un ritorno all’Ucraina, sin dall’inizio dell’invasione hanno sempre visto con scetticismo le possibilità di Kiev di riottenere quella regione. Per molti, puntare la Crimea, e quindi il centro della strategia di Vladimir Putin per l’Ucraina, significherebbe mettere completamente la parola “fine” ai piani del Cremlino. Per altri, invece, il dubbio è che quella sia effettivamente l’unica vera “linea rossa” per la quale la Russia potrebbe aumentare ulteriormente il livello dello scontro ampliandolo in maniera indefinita.

I timori e la speranza di una soluzione diplomatica

Il dibattito, che ha anche caratterizzato le discussioni interne al Pentagono e all’amministrazione americana, implica in ogni caso un dato essenziale: la Crimea è diventata una chimera, un’incognita costante, la cui stessa riconquista è allo stesso tempo un obiettivo e uno strumento di pressione sia nei confronti degli alleati che degli avversari.

A questo proposito, è interessante quanto scritto in una recente analisi della rivista Foreign Policy, in cui l’autore si è soffermato sul fatto che il futuro della Crimea – se essa debba essere riconquistata o lasciata ai russi per tentare una via negoziale – non solo sta diventando un tema sempre più impellente, ma anche sempre più inquieto. Molti alleati occidentali, pur sostenendo la riconsegna da parte russa, preferirebbero che la penisola non fosse il principale obiettivo di Kiev quantomeno per evitare escalation.

Sul fronte interno, Foreign Policy sottolinea due dati: il primo è che che in base a varie indagini è possibile dire che non tutti concordano sul fatto che la Crimea debba essere l’obiettivo della controffensiva; il secondo è che il governo di Volodymyr Zelensky si è irrigidito riguardo la riconquista della penisola del Mar Nero emarginando ogni posizione meno intransigente. Fondamentale, in questo senso, il recente dibattito scaturito dalle parole di Andriy Sybiha al Financial Times. “Se riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi strategici sul campo e quando saremo al confine amministrativo con la Crimea, siamo pronti ad aprire una pagina diplomatica per parlare della questione”, ha rivelato il numero due dell’ufficio del presidente ucraino. L’alto funzionario ha poi detto che non è esclusa la riconquista dell’attuale oblast russo. Tuttavia, il messaggio è apparso come una prima crepa nella granitica posizione di Kiev.

Un tabù per entrambi

Subito dopo quelle parole, è stata Mosca la prima a rispondere dicendo che non c’è alcun negoziato sulla Crimea in quanto quello è considerato territorio della Federazione russa, quindi non oggetto di accordi. Mentre da Kiev, i ministri e consiglieri di Zelensky interpellati sul punto hanno subito ribadito la linea più dura. Il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak ha scritto su Twitter che “la base per negoziati veri con la Federazione russa è il ritiro completo dei gruppi armati russi oltre i confini dell’Ucraina riconosciuti internazionalmente nel 1991. Compresa la Crimea. Sono fuori questione concessioni territoriali o trattative sui nostri diritti sovrani”.

Danilov, che aveva parlato dei 12 punti per la liberazione e la de-russificazione della penisola, in un’intervista a Ukrinform ha parlato della via diplomatica del ritiro dei russi da Donbass e Crimea come di un modo per “assassinare politicamente” Zelensky. Il portavoce del presidente ucraino, Sergiy Nikyforov, ha detto che la questione della riconquista della Crimea “dovrebbe essere guidata dalle parole del presidente ucraino e del comandante in capo”.

Il compromesso dunque viene considerato un argomento tabù da entrambe le parti, sia da parte dell’invasore che dell’aggredito. Tuttavia, non può negarsi che quello della Crimea si stia trasformando in un nodo sempre più prossimo allo scioglimento. È chiaro che la futura controffensiva di Kiev, ora posticipata a giugno, si dirigerà eventualmente su due direttrici: a est verso il Donbass o a sud verso la Crimea.

Lo status della penisola potrà essere quindi deciso dalle operazioni belliche, ma è evidente che qualcuno inizi a credere – e lo dimostrano anche gli articoli scientifici oltre che le dichiarazioni politiche – che lo status della penisola sia allo stesso tempo decisivo e divisivo, in grado di cambiare le sorti della guerra ma anche di spaccare il fronte interno e quello internazionale. Anche la Casa Bianca, interpellata sul tema, non ha voluto commentare in modo chiaro, lasciando a Kiev la decisione su ciò che può essere oggetto di un potenziale negoziato con Mosca. E del resto sono in molti, specie al Pentagono, ad avere perplessità sull’ipotesi che l’esercito ucraino punti verso Sebastopoli, la base della Flotta russa del Mar Nero ed epicentro di tutti i piani russi per la regione.