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Le operazioni militari russe in Ucraina non sono andate come Mosca aveva stabilito. Del resto raramente i piani preventivati, una volta iniziato un conflitto, si tramutano in realtà – anzi quasi mai – e sono sempre necessarie revisioni, aggiustamenti, ribilanciamenti di forze se non addirittura il sovvertimento di quanto deciso in precedenza.

Vi abbiamo già raccontato che il Cremlino, sebbene avesse potuto, non ha deliberatamente scelto di fare “terra bruciata” dell’Ucraina distruggendone la totalità delle infrastrutture: centrali elettriche, ponti radio, acquedotti, ponti, snodi ferroviari ecc. Almeno questo è quanto si è visto nei primi giorni dell’offensiva russa. Mosca non combatte in questo modo un conflitto convenzionale, perché cerca sempre di prendere intatto un Paese. Soprattutto, in questo caso, se il fine principale dell’attacco era (è) quello di sovvertire il governo legittimo attraverso una rivoluzione popolare guidata dall’esercito. Il tentato colpo di mano – fallito per la reazione ucraina – sull’aeroporto di Gostomel, a circa 35 chilometri a nordovest di Kiev, si spiega in questo senso: assicurarsi una testa di ponte dietro le linee nemiche da cui puntare rapidamente sulla capitale per circondare gli edifici governativi e far capitolare Zelensky.

Questo piano, come accennato, è fallito per la reazione ucraina – mal calcolata dai russi – che, paradossalmente, è stata proprio generata anche – ma non solo – dalla scelta di Mosca di non radere al suolo il Paese: gli attacchi aerei delle prime ore hanno bersagliato maggiormente le infrastrutture militari, in special modo gli aeroporti, a est dello Dnepr, mentre li hanno colpiti a macchia di leopardo nell’ovest. La dispersione dei velivoli effettuata dagli ucraini ha permesso loro di conservare una qualche forma di potere aereo che è stato subito messo in atto proprio a Gostomel, dove si sono visti in azione almeno un MiG-29 e un Su-24, che hanno potuto dar man forte al contrattacco delle forze speciali di Kiev.

Il conflitto, dicevamo, è mutato nel corso delle operazioni: Mosca, già da giorni, ha mobilitato tutte (o quasi) le sue forze che aveva radunato per l’invasione dell’Ucraina, e risulta che nel momento in cui scriviamo (siamo al D+11) quasi il 100% delle forze di terra che si sono ammassate al confine e una significativa componente aerea (ad ala fissa e rotante) sia stata gettata nei combattimenti.

Anche la natura degli attacchi russi è mutata: si è cominciato a bersagliare gli aeroporti e le centrali elettriche con più capillarità rispetto a prima. Questo risponde all’esigenza di Mosca di cercare di terminare il conflitto il più in fretta possibile in quanto la Russia è palese che sia affetta da una serie di problematiche logistiche molto gravi: le colonne di rifornimenti russe, obbligate a usare le strade, vengono bersagliate dai contrattacchi ucraini attraverso classiche offensive terrestri volte a riguadagnare il territorio perso, ma soprattutto attraverso tattiche di guerriglia (attacchi mordi e fuggi).


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Le problematiche russe non si limitano solo alla lunghezza delle linee di rifornimento, più brevi in Crimea da dove, infatti, l’avanzata è stata più incisiva e profonda, ma sono strutturali: i mezzi russi, risalenti agli anni ’70 e ’80 per la maggior parte, hanno dimostrato tutti i loro limiti per quanto riguarda l’affidabilità, e non si deve nemmeno sottovalutare la presenza di un’importante aliquota di coscritti inviati in guerra. Le forze armate russe, infatti, sono formate per circa il 30% da personale di leva. Si tratta quindi del classico cane che si morde la coda, un cane però, in questo caso, non in buona salute: carenze logistiche, problemi strutturali e la volontà di non fare terra bruciata dell’Ucraina hanno permesso a Kiev di riorganizzarsi e imbastire alcune importanti controffensive che, in alcuni settori (a Kiev e Nikolaev), sono state efficaci per rallentare, fermare, e anche far arretrare i russi.

L’esercito ucraino ha anche approfittato, soprattutto nel settore del fronte nordorientale (quello di Kharkiv/Sumy) delle condizioni meteo proibitive e del fatto che la Russia non ha ottenuto la superiorità aerea se non in modo puntuale e nemmeno continuativo: in quella zona, nelle ore scorse, gli ucraini sono riusciti col tiro delle artiglierie semoventi, a distruggere più di una colonna blindata russa, evitando la reazione aerea avversaria a causa delle intense nevicate, ma anche proprio grazie alla mancanza del controllo dei cieli da parte della Vks (l’aeronautica militare russa), bersagliata da MANPADS e da altri sistemi missilistici a corto e medio raggio mobili ucraini (tipo gli Strela-10).

Le forze armate ucraine hanno poi utilizzato sapientemente le tattiche di guerriglia per andare a colpire le punte di lancia delle direttrici di attacco russe, ma soprattutto le lunghe e sottili linee di rifornimento: formazioni piccole e altamente mobili, anche di milizie paramilitari di volontari, armate di ATGM (Anti Tank Ground Missile) come i Javelin e gli NLAW, hanno seriamente messo in difficoltà l’avanzata russa e soprattutto dimostrato come questi missili anticarro di concezione moderna siano micidiali anche per carri relativamente recenti come i T-80 e i T-90 grazie alla loro capacità di colpire i bersagli dall’alto, andando a distruggere gli Mbt (Main Battle Tank) nel loro punto più debole: la torretta.

Mosca quindi sta dando fondo alle sue risorse per chiudere il conflitto nel più breve tempo possibile, e molto probabilmente ha cominciato da qualche giorno a spostare ulteriori forze dai suoi distretti militari più orientali, che però non saranno in zona di operazioni prima di 5 o 7 giorni, se non di più. Quello che succederà dopo, se Kiev dovesse capitolare, apre nuovi e più complessi scenari: è quasi impossibile che la Russia possa avere il controllo capillare di tutto il territorio ucraino (servirebbero almeno 500mila uomini) e anche se dovesse “accontentarsi” dei settori a est dello Dnepr e della fascia costiera del Mar Nero, si troverebbe davanti a una popolazione ostile (anche russofona) che sosterrebbe la guerriglia, passando quindi istantaneamente da un conflitto convenzionale a uno asimmetrico, cioè di counterinsurgency, che sappiamo è molto difficile da vincere, se non investendo molte risorse militari e mettendosi nell’ottica di dover rimanere sul territorio per molto tempo.

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