Così Netanyahu ha finanziato Hamas per affondare i due Stati

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Per ben 14 anni, la politica di Netanyahu è stata quella di mantenere Hamas al potere. Anche se i fatti narrati dal 7 ottobre in poi menzionano raramente questo delicato aspetto, si tratta, tuttavia, di un passaggio fondamentale per chiarire parte delle dinamiche del feroce conflitto in corso nella Striscia di Gaza. Occorre però tornare indietro nel tempo, e analizzare quanto accaduto dal 2009 in poi, data in cui Benjamin Netanyahu ha ottenuto, per la seconda volta, la carica di Primo ministro d’Israele.

Riportiamo di seguito le analisi fatte da Adam Raz, storico israeliano e attivista per i diritti umani, citate sia da Haaretz sia da +972 magazine. Ebbene, Raz afferma che tra Netanyahu e Hamas ci sia stata “una stretta cooperazione”, grazie anche al sostegno di molti nella destra israeliana. 

Divide et impera

La strategia di Netanyahu è stata, da un lato, sostenere il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza, e dall’altro, indebolire l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (più noto come Abu Mazen). Fino al 2009, l’esercito israeliano, insieme all’AP, ha cercato di eliminare il potere del movimento. Poi però, Netanyahu ordinò di interrompere la cooperazione tra l’esercito di Tel Aviv e le forze di sicurezza dell’AP nella lotta contro Hamas. L’obiettivo, neanche troppo celato, era quello che Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, ha spiegato lucidamente così: “La strategia di Netanyahu è mantenere Hamas vivo e vegeto per indebolire l’AP”, ossia l’unico vero organismo politico palestinese in grado di collaborare per la tanto sofferta soluzione dei due Stati.

Questo meccanismo si rafforzò ulteriormente negli anni successivi. Nel 2012, il Qatar iniziò a trasferire denaro ad Hamas, tramite bonifici bancari, anche se in quantità molto ridotte. Tuttavia, nel 2018, il presidente dell’AP, Abu Mazen, smise di trasferire fondi a Gaza, lasciando Hamas sull’orlo del collasso. In soccorso dell’organizzazione fondamentalista arrivò proprio Benjamin Netanyahu che “convinse il suo gabinetto ad approvare trasferimenti di denaro a Gaza, consistenti e soprattutto in contanti”, salvando, di fatto, Hamas. Da allora, prosegue l’analisi di Raz, “un’auto con valigie contenenti quasi 30 milioni di dollari è passata ogni mese attraverso il valico di Rafah”. Stiamo parlando di un arco temporale che va dall’estate del 2018 fino all’ottobre 2023.

Haaretz, però, avverte: “Sarebbe un errore supporre che Bibi, quando ha permesso il trasferimento di fondi, abbia agito pensando al benessere dei poveri e oppressi abitanti di Gaza, anch’essi vittime di Hamas”. Il suo obiettivo era quello succitato, ovvero “danneggiare Abu Mazen e impedire la divisione della Terra d’Israele in due Stati”. Fine che il Primo ministro ha perseguito in diversi modi. Oltre alla cospicua iniezione di contante proveniente dal Qatar, ma approvata da Netanyahu, dal 2018 il governo in carica, scrive Adam Raz, “ha autorizzato l’importazione di un’ampia gamma di beni, in particolare materiali da costruzione, pur sapendo che gran parte sarebbe stata destinata al terrorismo [nello specifico alla realizzazione e all’incremento dei tunnel sotterranei nella Striscia] e non alla costruzione di infrastrutture civili”.

Per oltre un decennio, dunque, Netanyahu ha contribuito consapevolmente alla crescita del potere militare e politico del suo nemico giurato. Tant’è, conclude lo storico, che Hamas, da organizzazione terroristica con poche risorse qual era, è divenuta un’entità semi-statale.