Il Governo e alcuni importanti opinionisti avevano assicurato: da quando è scoppiata la guerra nella Striscia di Gaza l’Italia non invia più armi a Israele. L’IDF si sta macchiando di crimini di grosse proporzioni, ormai rilevati da qualsiasi esperto indipendente, ma l’Italia non può essere accusata di complicità con il governo di Benjamin Netanyahu e i coloni più fanatici.
Un paio di inchieste dimostrano che non è andata così proprio così. Il colosso militare italiano Leonardo ha fornito infatti al Paese adesso impegnato in una escalation regionale sia supporto sia pezzi di ricambio per i velivoli sui quali si addestrano i piloti dell’aviazione di Tel Aviv. “Assistenza tecnica da remoto, senza presenza di personale nel Paese, riparazione materiali e fornitura ricambi”, è la definizione tecnica. È quanto Leonardo ha fornito dopo il 7 ottobre alla flotta di velivoli addestratori M-346, prodotti da Alenia Aermacchi – controllata dalla ex Finmeccanica – e consegnati in precedenza a Israele tra il 2014 e 2015.
A confermarlo è lo stesso colosso Leonardo ad Altreconomia, rivista e casa editrice che tratta tematiche inerenti all’economia solidale e trasformativa, nell’ambito di una lunga inchiesta di copertina pubblicata il 1 ottobre. L’Italia ha continuato a esportare “materiale d’armamento” a Israele, anche dopo l’inizio dell’offensiva militare sulla Striscia di Gaza. Per il 2024, l’attività di sostegno logistico agli M-346 dovrebbe avere un valore di circa sette milioni di euro, dice l’inchiesta. Che specifica: questi aerei non sono impiegati direttamente in combattimento su Gaza né sono armati, ma sono comunque usati dai piloti della Israeli Air Force per l’addestramento, prima di guidare altri caccia in operazioni belliche in Medio Oriente.
Queste operazioni si sono lasciati alle spalle popoli maciullati e terre rese inabitabili, provocando gravi conseguenze umanitarie. Sono valse a Israele anche l’apertura di un procedimento al Tribunale penale internazionale, mentre i portavoce online di Netanyahu trovavano udienza presso i teatri della borghesia centrista milanese. Alla metà di settembre 2024, oltre 41mila persone sono morte, più di 95mila sono ferite e due milioni di persone sono gli sfollati. Senza neppure contare il Libano incendiato e la guerra che lambisce una potenza da quasi 90 milioni di persone come l’Iran.
Le dichiarazioni di membri del governo italiano, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, che avevano garantito la sospensione delle esportazioni militari verso Israele, sono state smentite dai fatti. Nessun altro grande quotidiano italiano – neppure di centro-sinistra – se n’è occupato con la stessa dedizione. Anzi, a commento di una rara dichiarazione critica con Israele della segretaria del PD, Elly Schlein, un opinionista importante come Mattia Feltri è intervenuto per minimizzare (la compravendita è «briciole», «una faccenda di mercato») condendo il tutto con ironia a basso costo verso i pacifisti, così da indirizzare i lettori verso una cinica accettazione dello status quo.
Che la versione dell’esecutivo e di molto giornalismo “moderato” facesse acqua lo dimostra anche un’inchiesta condotta dallo storico militare Edoardo Fontana, del blog Acta Bellica. I dati ISTAT dicono che la sospensione dell’export riguarda solo le nuove licenze, mentre le consegne relative a licenze già approvate sono continuate. Questa situazione, adottata anche da altri Paesi, non ha fermato le forniture nei mesi cruciali del conflitto.
Le licenze di esportazione di armi, concesse dall’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (UAMA), hanno una durata di almeno 18 mesi e possono essere prorogate. L’Italia era il terzo principale esportatore di armi verso Israele nel decennio 2013-2023, dopo Stati Uniti e Germania. Questi armamenti includono, scrive Fontana, componenti per aerei F-35, bombe, droni, munizioni e altri sistemi bellici che, verosimilmente, sono stati impiegati nei bombardamenti su Gaza e altre zone del Medio Oriente, come Yemen, Libano e Siria.
Le leggi italiane vietano l’esportazione di armamenti a paesi in stato di guerra offensiva o che fanno un uso sproporzionato della forza, violando i diritti umani, a meno che non vi siano obblighi internazionali che lo giustifichino. Non ci sono stati, a quanto pare, ostacoli nell’invio di armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre e l’evidente mattanza in corso nella Striscia. Anche le importazioni di armamenti da Israele, come i sistemi anticarro Spike, continuano, dimostrando la forte collaborazione tra i due Paesi nel settore della difesa.
Sebbene Leonardo abbia dichiarato che le attività riguardano solo la manutenzione e la fornitura di ricambi per i M-346, non per i velivoli armati, e che tutte le esportazioni sono state attentamente valutate per garantire che non fossero impiegate contro i civili di Gaza, la fornitura di questi addestratori a Israele potrebbe esporre l’Italia a gravi violazioni del diritto internazionale e farla accusare di complicità in atti di genocidio. Le due inchieste portate avanti con pochi mezzi e tanto coraggio rivelano come le relazioni economiche e militari tra Italia e Israele non siano state scalfite, a discapito di considerazioni etiche e legali. E nonostante anche l’estrema impopolarità di Israele tra gli italiani – solo 7 su 100 condividono le sue azioni, secondo un sondaggio di YouGov.

