Così l’insurrezione di Prigozhin può cambiare la guerra in Ucraina

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Tra venerdì 23 e sabato 24 giugno la Russia è stata attraversata da un’insurrezione della Pmc (Private Military Company) Wagner che ha catalizzato l’attenzione internazionale e scosso l’opinione pubblica non solo russa. Il leader della compagnia militare privata, Evgenij Prigozhin meglio conosciuto come “lo chef di Putin”, ha dapprima aizzato poi guidato una ribellione che ai più è parsa un vero e proprio golpe ma in realtà assume una sfumatura diversa, e cerchiamo di capire perché.

Innanzitutto Prigozhin non ha mai citato la dirigenza politica russa nei suoi discorsi infiammati di quelle ore, ma, ancora una volta, si è concentrato su quella militare, in particolare sul ministro della Difesa Sergej Shoigu e sul capo di Stato maggiore della Difesa generale Valery Gerasimov: i due sono stati individuati come i responsabili dell’andamento fallimentare della campagna ucraina, e già da tempo il leader della Wagner li ha indicati come dei veri e propri nemici dello Stato.

Prigozhin, infatti, non si può affatto definire una “colomba”: ha sempre sostenuto un maggiore impegno militare in Ucraina, lamentandosi anche della scarsità e della bassa qualità del munizionamento che è stato fornito al Gruppo Wagner durante tutto l’arco del conflitto, definito da lui come un atto di sabotaggio verso l’andamento stesso della guerra da parte dei vertici della Difesa russa.

Perché Prigozhin è contro il ministero della Difesa russo

Tra Prigozhin e la Difesa russa esiste quindi una lotta di potere, che ha visto anche il passaggio di alti ufficiali nelle fila della Wagner, ma soprattutto ha permesso al leader della Pmc di riscuotere l’appoggio di ampie fasce di popolazione – sedotte dalla sua retorica sul sacrificio dei giovani russi – e di alcuni ambienti militari – come testimoniato dal cambio di casacca di alcuni quadri delle forze armate.

Una lotta di potere che si è inasprita qualche giorno prima dell’insurrezione dei wagneriti: il 10 giugno scorso, infatti, il viceministro della Difesa Nikolai Pankov ha detto che alle “formazioni di volontari” sarà chiesto di firmare contratti direttamente con il ministero della Difesa. Sebbene Pankov non abbia direttamente menzionato il gruppo Wagner, possiamo ritenere che la dichiarazione prenda di mira principalmente i miliziani di Prigozhin – in Russia esistono altre Pmc molto attive all’estero – nel tentativo di porli sotto controllo diretto dei vertici delle forze armate. Il giorno successivo, Prigozhin ha furiosamente affermato che le sue forze avrebbero boicottato i contratti, dicendo che “Wagner non firmerà alcun contratto con Shoigu” e che “Shoigu non può gestire adeguatamente la formazione militare”, insistendo anche sul fatto che il suo gruppo fosse ben integrato con l’esercito russo, ma ribadendo che la sua efficacia sarebbe stata danneggiata dal dover riferire al ministro della Difesa.

Ancora una volta il leader dei mercenari ha sottolineato l’inadeguatezza della gestione Shoigu/Gerasimov delle operazioni, pertanto questa mossa politica ha scatenato la reazione militare dei wagneriti di venerdì 23, del resto in ballo c’è anche la possibilità di vedersi escluso dai lucrosi contratti di concessione mineraria in Africa, dove opera il gruppo paramilitare, che hanno permesso a Prigozhin di arricchirsi attraverso società di comodo a lui correlate. Lo stesso leader del gruppo Wagner è tornato a farsi sentire a sorpresa proprio oggi, fornendo la spiegazione di questo atto politico: il primo luglio prossimo, proprio in forza del provvedimento del 10 giugno la Pmc sarebbe sparita, ma a scatenare l’insurrezione, riferisce ancora Prigozhin, sarebbe stato un attacco con artiglieria ed elicotteri portato dall’esercito regolare russo, un attacco di cui avevamo avuto notizia proprio nelle ore precedenti l’azione di ribellione e che risulterebbe essere avvenuto nei pressi di Bakhmut.

Ma le domande fondamentali sono altre, ovvero perché Prigozhin si è fermato quando mancavano solo 200 chilometri da Mosca e cosa ha avuto in cambio. Chiaramente non possiamo rispondere con certezza, lo stesso “chef di Putin” ha detto, nel suo messaggio, di essersi fermato per non versare altro sangue, ma possiamo ipotizzare che la presidenza gli abbia garantito che i suoi uomini resteranno sotto suo diretto controllo non venendo inglobati nelle forze armate, nonostante quanto trapelato nelle ore successive affermante il contrario. Siamo tuttavia convinti che sia ancora impossibile rispondere a questo interrogativo in quanto la situazione a Mosca è ancora in evoluzione: risulta infatti, al contrario di quanto riferito nella serata di sabato, che l’Fsb non abbia archiviato il procedimento penale nei confronti di Prigozhin, quindi formalmente sul suo capo pende ancora un mandato di arresto. Questo spiegherebbe perché sia sparito per quasi 48 ore dopo il suo arrivo in Bielorussia.

Come si riflette la rivolta sulla guerra

Ma cosa succederà al conflitto in Ucraina? Ora che il tentativo di insurrezione è stato in qualche modo sedato, il Cremlino dovrà fare i conti con gli strascichi politici derivanti, che non sono di poco conto. La ribellione ha dimostrato che ampie fette della popolazione e parte del mondo politico/militare russo richiede di porre fine al conflitto il prima possibile.

Se la presidenza vuole almeno cercare di uscire dignitosamente, a livello interno, da quanto accaduto, dovrà quindi optare per un cambio di passo delle operazioni aumentando il livello di scontro, e sebbene su alcuni media russi, come Rossiya 1, si parli della possibilità di utilizzo del nucleare tattico, è molto più verosimile che Mosca decida di provare a “farla finita” mobilitando e utilizzando le riserve di cui può disporre, ma col rischio di intaccare troppo la sua capacità di deterrenza convenzionale che impone un adeguato numero di uomini a mezzi tenuti a presidiare i confini, non solo occidentali, della Federazione. La soluzione sarebbe una chiamata alle armi più estesa, ma per farlo la Russia dovrebbe trovare un escamotage giuridico per non dichiarare lo stato di guerra, oppure più semplicemente farlo privando però la sua macchina propagandistica interna di un’importante arma retorica.

Resta sempre la problematica legata agli armamenti e alla capacità industriale russa – comunque minata dalle sanzioni – che imporrebbe a Mosca di attingere maggiormente ai suoi depositi dell’era sovietica pur con tutte le considerazioni legate alla capacità di modernizzazione/riattivazione e soprattutto alla velocità di un tale procedimento.

Le prossime settimane – financo i prossimi mesi – saranno indicative di quanto il Cremlino sia stato indebolito dall’insurrezione del gruppo Wagner, che di certo ha dimostrato come la presidenza non abbia il controllo dell’apparato militare nella sua interezza: qualcosa da sempre considerato molto grave nell’ambito della politica estera.

Sempre riguardo il conflitto in Ucraina (ma anche altrove, come in Africa), un’altra grande incognita è rappresentata dal comportamento dei miliziani della Wagner e di cosa succederà tra loro e i reparti regolari russi: ci saranno scontri fratricidi? La Wagner sarà impiegata ancora come reparto di punta? Anche questo sarà la cartina tornasole dell’effettivo controllo di Mosca sul suo apparato militare.