Così la guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche nel Sahel

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La polvere del Sahel sta coprendo una guerra mondiale frammentata. In Sudan, gli operatori delle forze speciali del Gruppo Tymur, legate all’Ucraina, hanno condotto attacchi sotto copertura mirati a colpire le reti filo-russe coinvolte nella logistica e nell’estrazione dell’oro. Non si tratta di un’offensiva limitata alla sabbia del deserto: a partire dalla fine del 2025 e con un ampliamento nel 2026, l’Ucraina ha iniziato a colpire le petroliere della “flotta ombra” russa, utilizzando la Libia come punto di partenza, un’espansione del teatro operativo documentata anche da Analisi Difesa. L’obiettivo ucraino non è stabilire una presenza
neocoloniale, ma condurre una campagna a basso impatto per introdurre “attrito” e generare una “pressione prolungata” sull’architettura logistica e finanziaria russa. Attaccando la rete globale del Cremlino, Kiev punta a costringere Mosca a proteggere un sistema esposto, obbligandola a deviare risorse strategiche essenziali lontano dal fronte ucraino.

In questo scacchiere, la posta in gioco è la linfa vitale dell’economia di guerra di Vladimir Putin. Le operazioni russe in Africa si basano largamente sull’estrazione di oro e materie prime in Sudan, Mali e Repubblica Centrafricana. Per aggirare le sanzioni e finanziare le proprie operazioni senza gravare direttamente sul bilancio statale, Mosca instrada questi beni e profitti attraverso sistemi di commercio illecito negli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, difendere questo forziere estrattivo sta diventando sempre più complesso. Dopo la morte di Yevgeny Prigozhin nel 2023, Putin ha abbandonato il modello semi-autonomo del Gruppo Wagner per consolidare la presenza russa attraverso l’Africa Corps, una struttura centralizzata operante sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa russo. Questa istituzionalizzazione ha posto fine alla “negabilità plausibile” della Russia, rendendo il
Cremlino esplicitamente responsabile delle operazioni, dei fallimenti militari e delle eventuali perdite, come la rovinosa imboscata subita a Tinzaouaten, in Mali.

Soprattutto, la Russia ha perso la sua agilità. Il precedente successo della Wagner risiedeva nella sua flessibilità e nella capacità di operare al di fuori del diritto internazionale. Al contrario, l’Africa Corps è costretto a destreggiarsi tra negoziati bilaterali e iter burocratici formali che ne limitano l’agilità, confermando che “la burocrazia è nemica della velocità operativa che la Wagner dava per scontata”. Sul campo, questo riassetto ha generato un sistema “ibrido” ed estremamente vulnerabile, dove l’Africa Corps si trova a operare in parallelo con il vecchio apparato della Wagner.

È proprio in queste fessure sistemiche che Kiev e Mosca si stanno scontrando apertamente sul suolo africano. Ma per comprendere davvero come due potenze straniere riescano a muoversi con tanta disinvoltura in questo teatro, dobbiamo abbandonare il punto di vista occidentale e analizzare la struttura profonda degli Stati in cui si infiltrano, ricorrendo alla “politica del ventre” teorizzata dal sociologo Jean-François Bayart. In gran parte dell’Africa post-coloniale, lo Stato non è un’istituzione centralizzata e weberiana, ma opera come una struttura reticolare : una molteplicità fluida di reti sotterranee e clientelari. In questo ecosistema, l’accesso alle cariche pubbliche funziona come un meccanismo informale di spartizione delle rendite , in cui le diverse élite si alternano per saccheggiare le risorse e distribuirle ai propri alleati.

La guerra come unica vera forma di economia

Per mantenere questo delicato controllo interno e sconfiggere i rivali, i leader locali utilizzano una scaltra strategia di “estroversione”. Lontani dall’essere semplici vittime dell’imperialismo, invitano deliberatamente le potenze esterne, barattando fette di sovranità in cambio di supporto militare. È l’habitat perfetto per un’ibridazione parassitaria: l’Africa Corps russo si innesta in questo vuoto offrendo sicurezza alle giunte golpiste in cambio di concessioni minerarie. Parallelamente, questo sistema frazionato offre alle forze speciali ucraine lo spazio di manovra ideale per inserirsi nelle lotte tra fazioni, supportando i gruppi marginalizzati per colpire l’infrastruttura di Mosca dall’interno. Se lo Stato è un guscio vuoto controllato da élite predatrici, la guerra diventa l’unica vera forma di economia. Seguendo l’analisi di William Reno, l’evoluzione dei conflitti africani ha trasformato i vecchi ribelli anti-coloniali in moderni Signori della Guerra. Questi leader non combattono per costruire nazioni o difendere ideologie, ma per catturare risorse facilmente saccheggiabili e traffici illeciti.

In questo collasso sistemico, per una gioventù disillusa e disoccupata, l’ingresso in una milizia armata smette di essere una scelta politica e diventa un pragmatico istinto di sopravvivenza. Il gruppo armato si sostituisce al Welfare State assente , trasformando il fucile d’assalto nell’unico, brutale “ascensore sociale” a disposizione. È per questo motivo che i costosi programmi occidentali di disarmo e reintegrazione falliscono sistematicamente: le Nazioni Unite tentano di costruire istituzioni pacifiche in un sistema politico puramente “transazionale”, basato sul clientelismo. Questo inesauribile bacino di manovalanza armata, priva di alternative civili, fornisce a Mosca e Kiev un vero e proprio “supermercato” di truppe proxy, pronte ad allearsi con chiunque garantisca armi, stipendi e un briciolo di status sociale. Il laboratorio perfetto in cui si concretizza questa guerra per procura è il Sahel, dove l’incontro tra le forze speciali ucraine e i ribelli Tuareg ha generato un’alleanza asimmetrica letale. La resistenza dei Kel Tamasheq contro lo Stato maliano ha radici antiche, esplose negli anni Sessanta con l’Alfellaga in risposta a un drastico inasprimento delle tasse sul bestiame e a una brutale repressione governativa. Decenni di esilio e addestramento militare nei campi libici hanno forgiato la cultura Teshumara, trasformando questi nomadi marginalizzati in una fanteria altamente specializzata e dotata di estrema mobilità tattica nel deserto.

Ma il vero motore intimo della ribellione è l’Egha, un complesso sentimento che mescola dolore, perdita dell’onore e un inesauribile desiderio di vendetta contro il governo centrale di Bamako. Sfruttando questo radicato risentimento, i servizi segreti di Kiev (GUR) hanno trovato il proxy perfetto. Fornendo intelligence e supporto tattico, gli ucraini hanno trasformato un rancore storico nell’arma ideale contro la giunta maliana e i suoi protettori dell’Africa Corps. L’imboscata di Tinzaouaten, che ha decimato i mercenari russi, dimostra l’efficacia di questa strategia: Kiev logora l’infrastruttura di Mosca semplicemente appoggiandosi a un attore locale che ha già tutte le ragioni storiche e antropologiche per annientare le forze filo-governative. In questo scacchiere, l’Occidente osserva impotente. Molti leader africani, animati da un “nuovo neutralismo” e insofferenti ai doppi standard occidentali, considerano lo scontro in Ucraina una “guerra europea” in cui non farsi coinvolgere. Il ritiro delle missioni internazionali, come Barkhane e MINUSMA, ha certificato il drammatico fallimento dell’antiterrorismo europeo, lasciando un vuoto di sicurezza che l’Africa Corps russo ha riempito barattando la propria protezione militare con il lucroso sfruttamento minerario.

Tuttavia, l’approccio prettamente cinetico della controinsurrezione russa si è rivelato un moltiplicatore di instabilità: il sensibile aumento delle vittime civili nel Sahel innesca un ciclo vizioso in cui l’uso indiscriminato della forza spinge nuove fasce marginalizzate verso le formazioni dell’estremismo jihadista. Il risultato di questa competizione per procura è la cronicizzazione della fragilità istituzionale. L’attuale scenario non mira alla pacificazione, ma a una frammentazione in cui la sovranità statale viene letteralmente “cartellizzata” e spartita tra giunte militari, milizie e network estrattivi. In tale contesto, le manovre di Kiev per logorare le reti russe agiscono da ulteriore acceleratore di questa disgregazione. Una crisi sistemica che non rimarrà confinata nel deserto: l’insicurezza cronica del Sahel è destinata a tradursi in strutturali pressioni migratorie dirette verso il bacino del Mediterraneo. Una dinamica che si configura come una vera e propria leva geopolitica asimmetrica, già
integrata da Mosca nella sua postura strategica contro l’Europa.