Non sempre i legittimi interessi economici di un Paese coincidono con quelli del resto del mondo (e viceversa). La guerra in Ucraina è un esempio lampante che lo conferma. Da quando la Russia ha fatto partire la sua “operazione militare speciale” l’economia del pianeta è andata incontro ad un rimescolamento complessivo. Sono infatti cambiate le rotte commerciali legate al mercato degli idrocarburi, delle materie prime e, per certi versi, pure i flussi di prodotti agroalimentari.

L’esempio più eclatante? Mosca non può più esportare gas e petrolio in Europa come prima del 24 febbraio 2022 ed è stata costretta a guardare altrove. Non verso Occidente, ma verso Oriente. Dove la Cina è ben lieta di accogliere barili di oro nero a buon prezzo, oltre a miliardi di metri cubi di gas.

A detta di molti analisti, inoltre, la partnership stretta tra Vladimir Putin e Xi Jinping – spesso fraintesa in un’alleanza – dovrebbe fotografare la dipendenza russa dal volere cinese. È vero che la Russia può essere considerata partner di minoranza della Cina ma, allo stesso tempo, è altrettanto vero che Pechino ha ben poche leve da attivare per frenare l’offensiva militare russa.

Detto altrimenti, il governo cinese potrebbe fermare la Russia soltanto entrando a gamba tesa sul Cremlino, frantumando la partnership appena stretta e andando, di fatto, allo scontro aperto con Putin. Una follia, dal punto di vista cinese, visto che a quel punto la Repubblica Popolare Cinese si ritroverebbe, da sola, a controbilanciare un blocco occidentale formato da Stati Uniti e Nato.

La posizione della Cina

Questa considerazione non ci impedisce tuttavia di sottolineare come il conflitto in corso in Ucraina, o meglio ancora le sue conseguenze indirette, stiano avvantaggiando la Cina. Pechino continua ad incamerare petrolio, gas e materiali strategici dalla Russia e, di pari passo, ad esportare verso Mosca tutto il materiale – ad esclusione, per il momento, di aiuti militari – che il governo russo non può più reperire dall’Occidente.

Secondo Il Corriere della Sera, Xi Jinping non starebbe esercitando alcuna pressione su Putin, non tanto perché il primo non avrebbe alcun potere negoziale, quanto perché non ne avrebbe alcuna convenienza. La riprova arriverebbe da quanto accaduto lo scorso settembre, quando il presidente russo bloccava l’accordo delle Nazioni Unite sull’export del grano ucraino attraverso il Mar Nero, e Recep Tayyip Erdogan interveniva per far cambiare idea al capo del Cremlino.

Il leader turco, in quella circostanza, doveva pensare agli interessi di Ankara. Che, con la scelta di Putin, avrebbe dovuto fare i conti con un’interruzione del passaggio di navi mercantili dal Bosforo, e quindi con ingenti perdite economiche. Xi avrebbe a disposizione molti più strumenti di pressione di Erdogan ma, a quanto pare, non intenderebbe utilizzarli.

Questo è senza ombra di dubbio vero. Ma – e qui torniamo all’incipit dell’articolo – non sempre gli interessi nazionali della Cina coincidono con quelli dell’Europa, degli Stati Uniti e del mondo intero (e viceversa).

Il vantaggio economico per la Cina

La Cina sta acquistando gas russo dal gasdotto Power of Siberia ed esporta prodotti tecnologici e industriali in Russia (ne è diventata il primo partner commerciale).

Fino al 2021, ha evidenziato la BP Review of World Energy, il fabbisogno di metano di Pechino derivava, sotto forma di gas liquefatto, per circa il 10% dagli Stati Uniti, per un altro 10% dal Qatar e per più del 40% dall’Australia. D’ora in avanti, il Dragone può affidarsi al Cremlino e lasciare in sottofondo altre dipendenze con Paesi, con i quali i rapporti sono piuttosto tesi e con i quali potrà avvenire una trattativa da una posizione di forza.

Un altro vantaggio degno di nota riguarda i materiali strategici come il rame. La Cina ha infatti rivitalizzato il progetto dell’oligarca Alisher Usmanov, che stava sviluppando una miniera di rame siberiana, Udokan, congelata dalle sanzioni. Infine, Pechino ha inviato la Wison Heaby Industry di Shanghai per lavorare con Rosatom alla costruzione di una centrale nucleare. Il gigante asiatico continua insomma a portare avanti i suoi interessi. Da piazza Tienanmen la guerra in Ucraina è una lontana crisi scoppiata nella periferia europea.

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