Non vi sono prove che i bombardamenti dei siti appartenenti al patrimonio culturale iraniano siano parte di una programmatica campagna di distruzione, come quella portata avanti dallo Stato Islamico tra il 2014 e il 2017 in Siria e Iraq. Il risultato, d’altro canto, è molto simile.
Agli effetti devastanti registrati a seguito della guerra scatenata da Donald Trump — di concerto e sotto l’influenza di Israele — sul territorio, sulla popolazione e sulla stabilità politica dell’Iran, si accodano quelli sul patrimonio culturale di un territorio la cui storia copre oltre 4.000 anni.
Teheran ha lanciato l’allarme, stando alle dichiarazioni rilasciate dal Ministero del Patrimonio Culturale, del Turismo e dell’Artigianato: almeno 56 tra musei, monumenti storici e siti culturali sono stati danneggiati nel corso degli attacchi in Iran, iniziati il 28 febbraio. La maggior parte dei danni registrati sono a Teheran, sebbene nel comunicato del Ministero vengano altresì indicati gli attacchi ai siti storici nelle province di Isfahan, Kurdistan, Lorestan, Kermanshah, Bushehr e Ilam, oltre a quelli nelle città di Sanandaj, Khorramabad e Siraf.
Danni gravissimi a Siti Patrimonio dell’umanità: il Palazzo Golestan a Teheran, il Palazzo Chehel Sotoun e la Masjed-e Jame — moschea più antica dell’Iran — a Isfahan: sono avvenuti, nonostante l’UNESCO avesse inviato le coordinate. “Siti che custodiscono una memoria storica che trascende l’ideologia”, come ricorda Naghmeh Sohrabi, professoressa di storia del Medio Oriente e direttrice della ricerca presso il Crown Center for Middle East Studies della Brandeis University.
Si aggiungono le dichiarazioni dall’eminente ricercatore iraniano, Mojtaba Najafi, contenute in un post su X che, pur non essendo universalmente condivisibili, rivelano l’ingerenza del danno (anche emotivo) provocato da questi attacchi: “Per me, i monumenti antichi sono importanti quanto le vite umane, perché mi connettono al mio passato, e la loro distruzione significa che la mia memoria viene demolita”.
Le violazioni del diritto internazionale
A giudicare dai video e dalle dichiarazioni pubbliche, nessuno degli edifici protetti dall’UNESCO è stato colpito direttamente da un missile, ma l’onda d’urto delle esplosioni vicine e forse anche di alcuni detriti missilistici ha mandato in frantumi i vetri e fatto crollare piastrelle e muratura. Non per questo appare fuori luogo la dichiarazione del governatore della storica città iraniana di Isfahan, il quale ha mosso a Stati Uniti e Israele l’accusa di aver “dichiarato guerra alla civiltà“.
Stando a quanto accaduto, alle diverse violazioni del diritto internazionale imputabili ai promotori di questa guerra, si aggiungono quelle identificate dalla Convenzione dell’Aia del 1954 (richiamata nella dichiarazione del Ministero del Patrimonio Culturale) e dalla Risoluzione 2347 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Convenzione mira a proteggere i beni culturali, mentre la Risoluzione condanna la distruzione illecita del patrimonio culturale, configurandola come una grave violazione del diritto internazionale. Tali violazioni di inseriscono in quadro in cui “visti i combattenti coinvolti, l’assistenza internazionale per la ricostruzione e la conservazione post-conflitto potrebbe non essere facilmente disponibile come lo è stata in altri conflitti recenti, dove il ripristino post-conflitto è diventato un importante impegno internazionale”, come dice preoccupato il ricercatore Bijan Rouhani ad Al Jazeera . Non si può, a ragion veduta, escludere che mancheranno le risorse o l’interesse necessari per fronte alla distruzione dello stratificato e ricchissimo patrimonio culturale, della cui distruzione siamo testimoni, una volta terminata la guerra.
D’altro canto il recente conflitto si inserisce sulla scia di distruzione del patrimonio culturale del Medio Oriente iniziata con l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, che preparò il terreno per il saccheggio del Museo Nazionale Iracheno di Baghdad, dove migliaia di reperti furono rubati e distrutti. Per continuare con la distruzione del Tempio di Baalshamin a Palmira, Siria, nel 2015, catturata in un video diffuso dai combattenti dell’ISIS, che nello stesso anno rasero al suolo anche parte del Museo di Mosul, in Iraq. Non da meno, la guerra genocidaria israeliana a Gaza ha causato la distruzione o il danneggiamento di quasi 200 siti di importanza storica, secondo l’UNESCO.
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