diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

L’Esercito Popolare di Liberazione è il nome ufficiale attribuito alle forze armate della Cina. L’Epl, questa la sua abbreviazione, è controllato dal Partito Comunista cinese (Pcc) attraverso la Commissione Militare Centrale, un organo statale attualmente presieduto dal presidente del Paese Xi Jinping. Possiamo affermare che il Partito-Stato e l’esercito sono legati da una relazione simbiotica, visto che il primo dipende dal secondo per il mantenimento della stabilità interna e l’immagine della Cina come potenza internazionale, mentre l’Epl è connesso al Pcc per quanto concerne il suo programma di modernizzazione e tecnologizzazione.

Tra passato e futuro

Fatte queste importanti premesse, è importante sottolineare quale sia l’obiettivo di Pechino: trasformare l’Epl in una “moderna forza di combattimento” entro il 2027 e in un esercito “di livello mondiale” entro il 2050. Il primo step, dunque, coincide con la completa modernizzazione delle forze armate cinesi, per un traguardo da conseguire giusto in tempo per celebrare il centenario della fondazione dello stesso esercito. L’avventura dell’Epl, infatti, è iniziata nel 1927 con una rivolta armata lanciata dal Partito Comunista contro i nazionalisti del Kuomintang in quel di Nanchang, provincia del Jiangxi.

Nacque così la leggenda dell’Armata Rossa, inizialmente formata da comunisti, contadini, disertori del Kuomintang e semplici banditi. All’epoca non esistevano gradi né catene di comando formali. I soldati adottavano tattiche di guerriglia per contrastare un nemico numericamente molto più grande e meglio armato. Soltanto nel 1949, nella fase successiva della guerra civile cinese, questa accozzaglia di uomini divenne più organica e fu ribattezzata con il nome di Esercito di Liberazione Popolare.

Sfoltimento e riorganizzazione

Rispetto agli anni ’80 l’Epl ha subito ingenti modifiche. Innanzitutto dal punto di vista numerico, visto che nel 1980 le forze armate ammontavano a 4.5 milioni di unità, scese a 3 milioni nel periodo 1989-1993 e a 2.8 nel 2003. Oggi la Cina può comunque contare sul più grande esercito al mondo, con oltre 2 milioni di uomini all’attivo, anche alla luce dei più recenti sforzi di sfoltimento.

Accanto alla riduzione delle truppe, ha evidenziato il South China Morning Post, l’Epl ha dovuto fare i conti con una riforma strutturale. Tutto è avvenuto nel 2015, quando i quattro dipartimenti generali (inerenti a personale, logistica, politica e armamenti) sono stati riorganizzati in 15 agenzie sotto la Commissione militare centrale. Non solo: i sette comandi di area militare sono stati fusi e sostituiti da soli cinque comandi di teatro. Che cosa sono questi teatri? I cinque teatri non sono altro che aree geografiche coincidenti con le zone più calde in cui la Cina potrebbe fronteggiare una guerra o una minaccia da un momento all’altro.

I (nuovi) cinque comandi di teatro

Il Comando orientale ha sede a Nanchino ed è pronto a occuparsi di un eventuale scontro armato con Taiwan e Giappone; quello occidentale – il più esteso territorialmente – si trova a Chengdu ed è pronto a fronteggiare l’India e la piaga terroristica nei pressi dello Xinjiang; quello meridionale, a Guangzhou, tiene sotto controllo la situazione nel Mar Cinese Meridionale e nel Sud Est Asiatico; quello settentrionale, a Shenyang, controlla la situazione nella penisola coreana e in Russia; infine quello centrale, situato a Pechino, amministra la capitale.

In seguito a questo cambiamento, l’agenzia cinese Xinhua ha scritto che la Commissione detiene la responsabilità dell’amministrazione generale delle forze armate, mentre i singoli comandi del teatro si concentrano sulle operazioni e sullo sviluppo delle truppe. A detta di alcuni analisti, tale riorganizzazione sarebbe avvenuta anche per consentire il maggiore consolidamento del controllo del Pcc sui militari.

In ogni caso Pechino ha dovuto modernizzare un colosso formato da circa 2.5 milioni di soldati tra militari e riservisti, così da renderlo adatto all’attuale contesto geopolitico (un contesto che non premia più chi ha l’esercito più grande). Il Dragone ha sostanzialmente ridotto le forze terrestri e, al tempo stesso, rinforzato i settori specializzati, tra cui aviazione e marina. È stata inoltre adottata una gestione più snella nel rapporto tra i vari settori. Giusto per fare un esempio, nel recente passato i comandanti dell’esercito e della marina dovevano rivolgersi per i loro rapporti ai rispettivi uffici di servizio, ognuno situato in una delle sette vecchie regioni militari. Ebbene, dal 2016 Xi Jinping ha introdotto i cinque teatri congiunti, ciascuno sotto un unico comandante.

La chiave del successo

La Cina non si è limitata soltanto a sfoltire e riorganizzare i ranghi dell’Epl. Il governo ha varato minuziose politiche capaci di garantire alle forze armate tutte le risorse necessarie per ottenere armi all’avanguardia. Come ha scritto l’Economist, le spese militari della Cina nel periodo compreso tra il 2009 e il 2018 sono aumentate dell’83%. Tra l’altro, anche se Pechino ribadisce a gran voce di non avere alcuna intenzione di combattere una guerra – se non per difendersi da eventuali intrusioni – e di investire militarmente meno denaro rispetto ad altri Paesi – su tutti gli Stati Uniti -, le suddette spese militari del Dragone sono passate dai 19 miliardi di yuan del 1980 ai 247 (budget della difesa) del 2005. Nel 2020 è stato invece annunciato un budget pari a 1.27 trilioni di yuan (circa 193 miliardi di dollari), ossia pari al + 6.6% rispetto al 2019. Tutti questi soldi sono stati (e vengono tutt’ora) investiti in tecnologie intelligenti (un ruolo chiave è affidato all’intelligenza artificiale), nella modernizzazione delle teorie militari, nella formazione del personale e nella gestione strategica dell’intero apparato bellico.

Il grande salto, se così possiamo definirlo, è arrivato intorno al 2015, quando la Power Projection cinese è passata dal presidiare il territorio nazionale, le istituzioni e l’area più o meno coincidente con il Mar della Cina, al guardare oltre i confini nazionali. Già, perché a differenza del passato gli interessi politico-economici del governo cinese non sono più localizzati in un’area circoscritta o nel continente asiatico, quanto piuttosto nel mondo intero (basta citare il caso emblematico della Belt and Road Initiative). Diciamo che la vecchia struttura sovietica dell’Epl è ormai archiviata. Le forze armate della Cina, adesso, ricordano sempre di più l’esercito americano. Nessuno lo dice apertamente ma l’intenzione di Xi, del resto, è rendere le truppe del Dragone efficaci ed efficienti proprio come quelle statunitensi. Pechino sta quindi proseguendo a grandi passi verso il suo obiettivo finale, anche se la strada da fare è ancora piuttosto lunga.