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Il controllo del Pacifico ha un posto di primo piano nell’agenda politica della Cina. Xi Jinping è stato sempre molto chiaro su questo tema e le ultime rivelazioni sulle azioni messe in atto dal gigante asiatico sembrano andare in questa direzione. L’obiettivo è sempre uno, fare in modo che gli Stati Uniti allontanino la loro sfera d’influenza dalla parte occidentale del Pacifico per evitare la Cina si senta messa sotto assedio dalle forze Usa e dai partner asiatici di Washington. Obiettivo che Pechino sta cercando di raggiungere con azioni politiche, economiche e anche militari che rendono questa parte del mondo estremamente inquieta e dinamica, anche perché le forze alleate degli Stati Uniti e quelle della stessa Us Navy non sembrano intenzionate a cedere alle richieste cinesi. L’ultima novità, in tal senso, arriva proprio dalle profondità dell’oceano. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la Cina ha avviato da tempo l’installazione di sensori subacquei di ultima generazione per monitorare ciò che avviene nel Mare delle Filippine, tra l’isola di Palau e l’isola di Guam. Quest’ultima, non va dimenticato, rappresenta l’avamposto delle forze militari americane nel Pacifico – basti ricordare le minacce di Kim Jong-un sul colpire l’isola in caso di attacco americano – e per la Cina è dunque essenziale monitorare il traffico navale dell’area. Secondo il governo cinese, “i sensori acustici – alcuni dei quali hanno una portata di ascolto di oltre mille km – sono utilizzati per ricerche scientifiche come lo studio di terremoti, tifoni e balene”. Una giustificazione che ha lasciato scettici gli stessi analisti cinesi, che, infatti, ritengono sia decisamente improbabile che il governo si sia spinto così in là, a migliaia di chilometri dalle proprie coste, per studiare possibili terremoti o la vita dei cetacei. E, infatti, come suggerito dal quotidiano di Hong Kong, la realtà è che dietro questo progetto scientifico vi siano in realtà motivazioni ben più strategiche, legate in particolare al controllo dei sottomarini americani che navigano in quelle acque.

I dispositivi di sorveglianza sono in funzione dal 2016, anche se le informazioni sono state rilasciate dall’Accademia delle Scienze cinese solo questo mese. Segnale di come ci fosse qualcosa di poco veritiero nella questione oceanografica. Uno dei sensori acustici si trova nei pressi della Fossa delle Marianne, il posto più profondo sulla Terra, a 10.916 metri sotto il livello del mare. L’altro sensore, invece, è stato installato nei fondali vicino a Yap, isola negli Stati federati della Micronesia. Entrambi sono collegati, secondo l’Accademia delle Scienze, a un cavo che percorre i fondali marini. “Il cavo” – come riporta il quotidiano – “è collegato a una piccola boa con dispositivi di comunicazione satellitare e fornisce oltre un anno di energia della batteria ai dispositivi”. Secondo quanto riferito dagli analisti interpellati, i sensori sarebbero in grado di intercettare non soltanto i movimenti dei sottomarini, ma anche le comunicazioni tra sottomarini stessi. Una mossa che gli analisti americani non considerano una sorpresa in senso assoluto, ma che rientrerebbe nella politica cinese di imporsi gradualmente come potenza marittima. “La Cina è diventata una grande potenza e si sta comportando come tale”, ha affermato James Lewis, vicepresidente del Centre for Strategic and International Studies. “Tutte le grandi potenze mettono i sensori sul fondo dell’oceano per la guerra anti-sottomarina”.

Le parole di Lewis fanno intendere quale sia la reale percezione degli Stati Uniti riguardo alla Cina. Non più una potenza commerciale in espansione, non più un potere politico da contenere, ma adesso anche una potenza militare in grado di monitorare e mettere a repentaglio il dominio marittimo statunitense sul Pacifico. L’obiettivo della Cina è sempre stato chiaro, specialmente per ciò che concerne il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale. E adesso, Xi Jinping sta attuando quello che è un obiettivo strategico imprescindibile della geopolitica di Pechino, che non può aprirsi definitivamente al mondo senza prima aver ottenuto il controllo sui mari che considera di sua sovranità e senza aver allontanato le forze americane dai confini delle sue acque. L’ultimo incidente diplomatico fra Cina e Stati Uniti riguarda proprio questo punto. Nei giorni scorsi, il cacciatorpediniere Uss Hopper è entrato nelle acque territoriali dell’atollo di Scarborough (Huangyan nella dicitura cinese), che la Cina considera sotto la sua sovranità. Il governo cinese ha detto che prenderà “le misure necessarie” per prevenire ogni ulteriore minaccia alla sua sovranità ritenendo questa incursione un gesto di sfida di Washington. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno mai fatto mistero di ritenere il Mar Cinese Meridionale un problema di ordine geopolitico. La National Security Strategy di Donald Trump inserisce questo mare come uno dei problemi principali dell’agenda politica statunitense in Asia e gli alleati degli Usa nel Pacifico dichiarano continuamente di ritenere le manovre cinesi una minaccia alla stabilità dei mari e del diritto alla libertà di navigazione. Sorvegliare i sottomarini che solcano le acque introno a quel mare diventa quindi di prioritaria importanza per la Cina di Xi Jinping.

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