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Un altro esodo ma nascosto nell’ombra: quello delle spie della Cia che hanno abbandonato l’Afghanistan. Migliaia di persone, compresi familiari e stretti collaboratori, che da ogni parte del Paese sono state trasferite in un luogo sicuro. Un’operazione che solo adesso è venuta alla luce grazie a un’esclusiva di Foreign Policy che ha potuto avere le informazioni direttamente dai funzionari del Congresso.

La conferma del lavoro della Cia per esfiltrare non poche decine di collaboratori, ma migliaia, potrebbe aprire un altro profondo dibattito sul ritiro dall’Afghanistan. Innanzitutto pone un primo interrogativo: com’è stato possibile avere informazioni così sommarie e sbagliate sulla vittoria talebana quando si avevano così tanti agenti e collaboratori sul campo. Il secondo tema, invece, è invece di natura operativa, e dimostra come la Cia abbia una capacità di mettere in atto delle operazioni di ampia portata e di trasportare uomini da qualsiasi parte del mondo senza dover rendere conto a nessuno. Almeno in apparenza.

Le cose probabilmente vanno di pari passo. Questo meccanismo di salvataggio messo in piedi dall’agenzia statunitense per molti esperti dimostrerebbe il valore della Central intelligence agency come apparato pienamente efficiente e autonomo negli Stati Uniti. Una conferma è giunta anche da un’inchiesta di Politico che ha svelato come nelle ore più bollenti dell’esodo dall’Afghanistan, l’amministrazione Usa ha invitato centinaia di collaboratori e agenti a dirigersi verso una base fuori Kabul – un centro noto come “Eagle Base” – per fuggire dal Paese. Qualcuno sarebbe stato portato all’aeroporto Hamid Kharzai di Kabul in elicottero dalla base segreta per evitare il passaggio ai cancelli. Altri invece sarebbero stati portati direttamente fuori dall’Afghanistan anche con l’ausilio di compagnie di sicurezza private. Operazioni cui va aggiunta quella della distruzione pianificata di tutto quanto potesse essere pericoloso nelle mani talebane.

A fronte di questa dimostrazione di forza della Cia nell’ultimo atto della “guerra infinita”, resta però la domanda su come sia possibile che un intero servizio segreto potesse avere una tale capacità “di fuoco” senza prevedere il disastro in arrivo. Perché mentre il Congresso cerca di avviare indagini approfondite sugli errori che hanno condotto alla fuga precipitosa di Kabul, sembra che non tutti fossero così incapaci di presagire il crollo.

In attesa del risultato delle indagini, quello che è certo è che da un lato c’è la capacità operativa e dall’altro la capacità di fare scenari e renderli poi accettabili per il potere politico e militare. Innanzitutto perché le agenzie Usa – come in altre parti del mondo – lavorano spesso in una forma di rivalità costante. Lo dimostrano numerose inchieste anche sull’attentato dell’11 settembre 2001. Inoltre c’è un background di operazioni clandestine che rende la Cia perfettamente in grado di svolgere questo tipo di missioni: diverso invece è coordinarsi per presentare analisi. I rapporti dell’intelligence su cui si è convinta la Casa Bianca passavano da numerosi filtri militari, politici e della burocrazia dello Stato profondo Usa. Un percorso a ostacoli che non è identico al modus operandi di un piano ideato e messo in atto da un’agenzia che da decenni si occupa di spostare persone in segreto da una parte all’altra del mondo. Spesso attirandosi anche enormi critiche sulla legittimità dei metodi e degli obiettivi di queste operazioni.

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