Non ci sono alternative per gli Stati: l’Unione europea e una Difesa europea devono essere l’obiettivo comune del prossimo futuro per garantire la sicurezza a livello globale. La Brexit è già cominciata nel campo della Difesa, e i cambiamenti che ne conseguono hanno rammentato all”Ue quale dev’essere il cammino da intraprendere. L’Ex capo di Stato Maggiore, generale dell’Esercito Claudio Graziano ha spiegato quali sono i limiti e le prospettive della Difesa delle potenze del Vecchio Continente.

Come vertice del Comitato militare dell’Unione Europea – l’organismo che gestisce la nascita dell’Europa della Difesa –  il generale Graziano a spiegato a Repubblica che l’obiettivo di un vero e proprio Esercito europeo è distante, ma è il solo cui si possa ambire per superare insieme i limiti degli eserciti nazionali e portare la capacità militare interforze ad un livello che possa garantire la sicurezza globale e che le permetta di affrontare e fronteggiare le crisi internazionali che interessano il continente e le ragioni circostanti: prime tra tutte la gestione del Mar Mediterraneo e della fascia del G5 o Sahel, che interessano la crisi migratorie e i suoi suo flussi.

“Dall’idea alla trasformazione pratica mancano decenni: non è un futuro prossimo. Importante è definire un comune denominatore per tradurre i concetti in pratica” afferma Graziano, spiegando che i livelli di ambizione sono stati definiti, e sono state già molte le operazioni umanitarie che hanno coinvolto fino 60mila militari di forze terrestri, aeree, navali di diversi paesi per la gestione di grandi crisi. Questo però non è ancora sufficiente, nonostante i successi dimostrati da operazioni come “Sophia”, poiché le missione europee necessiterebbero – secondo il generale – di strutture di comando adeguate senza doversi appoggiare a quartier generali messi a disposizione di volta in volta dalle singole nazioni.

“La Brexit è già iniziata” e il primo passo in questo senso è visibile nell’ambito della Difesa. I comandanti delle operazioni interforze provenienti dal Regno Unito stanno lasciando il loro posto a colleghi europei; il centro di comando dell’Operazione anti-pirateria Atalanta è passato dalla Uk alla Spagna, e così il comando della missione europea in Bosnia, che vedrà la consegna del comando ad un ufficiale francese. Questo cambiamento ha riportato l’attenzione sulla priorità di integrare maggiormente le capacità militare europee. “Un cammino ripreso da poco”, che si fonderà sempre e comunque su una sinergia con la Nato, che possiede “capacità più estese e indiscusse”.

Alla base di una vera costituzione di una Difesa europea infatti deve esserci una salda intesa politica: “Noi militari obbediamo: sta alle autorità politiche decidere evoluzioni, cambiamenti o chiusure”, ha dichiarato Graziano, che come Capo di Stato Maggiore conosce senza dubbio lo stretto rapporto che intercorre tra la questione politica e la sua traduzione nell’impiego della forza militare. Le priorità dell’Unione all’ordine del giorno si concentrano sulle operazioni congiunte che riguardano il Mediterraneo, e riguarderanno sempre maggiormente il territorio africano noto come “Sahel” – la fascia del G5 dove oggi opera esclusivamente la Francia nella Operazione “Barkhane” – in uno sforzo che fronteggi contemporaneamente il traffico di esseri umani e lo svilupparsi di un nuovo fronte jihadista che si accorderebbe a quello già ben radicato sul territorio libico.

“In certe aree sensibili la Nato ha e avrà difficoltà dal punto di vista della percezione dell’opinione pubblica: questo perché è stata usata come braccio armato dell’Onu in tutte le crisi recenti. Invece in questi paesi c’è una grande aspettativa verso la Ue, che può mobilitare non solo capacità militari, ma anche diplomatiche, economiche, di cooperazione civile e umanitaria: fattori che nel complesso rendono una missione più credibile e non invasiva”, continua Graziano, che ha portato ad esempio la missione navale europea Sophia , coordinata dal quartiere generale stabilito a Roma che coinvolge maggiormente il nostro paese: sia per la responsabilità, per coinvolgimento di uomini e mezzi, e per l’interesse territoriale che vede l’Italia come primo approdo scelto dai trafficanti di esseri umani.

“Oggi c’è un grande dibattito sul futuro dell’Unione. È un momento di grandi dinamiche concettuali e posizionamenti” ha concluso Graziano; e nell’ambito della Difesa questi posizionanti sono evidenti. La sopracitata Brexit lascerà infatti un gap importante nell’appartato militare europeo, essendo la forza armata del Regno Unito una delle maggiori per mezzi e capacità dopo quella francese e quella italiana.  E se bene una serie di intese in programmi militari di alto rilievo siano stati annunciati da Francia e Germania, l’obiettivo di un vero e proprio esercito europeo con fini comuni si conferma “concreto” quanto “distante”. La necessità delle potenze del Vecchio Continente di aumentare le proprie capacità militari per non dipendere esclusivamente dall’alleato statunitense è una priorità osteggiata da troppi interessi nazionali che solo il tempo e la coesione potranno appianare.

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