Il colonnello Zoltán Dani prende un acchiappamosche, uno di quelli che usa per scacciare gli insetti che bivaccano nel patio del suo forno nelle campagne di Skorenovac, e ci chiede di immaginare che sia un F-117, un caccia stealth da 40 milioni di dollari che nel ventennio precedente al 2000 è stato il fiore all’occhiello dell’industria militare statunitense. Serve parecchia fantasia.

La Lockheed-Martin lo ribattezzò Nighthawk, perché è un velivolo tutto nero a forma di diamante, uscito dagli stabilimenti della misteriosa Area 51 e impiegato perlopiù di notte per colpire obiettivi nemici senza essere localizzato dai radar. Definito erroneamente “caccia” è in realtà un bombardiere leggero ma le sue caratteristiche lo resero noto per essere letale, e gli ottimi risultati ottenuti durante la prima Guerra del Golfo contribuirono a renderlo un velivolo “di culto”. La leggenda narra che gli statunitensi erano così certi della sua invisibilità da non aver integrato nessun sistema per segnalare al pilota il fatto che ci fosse un missile in arrivo.

Un mito sfatato d’improvviso la notte del 27 marzo 1999, quando a Darrell “Dale” Zelko, il pilota di uno degli F-117 schierati ad Aviano per bombardare Belgrado (12 in totale, più altri 12 in Germania), la spia di un missile della contraerea serba in avvicinamento avrebbe fatto molto comodo. Perché lo prese in pieno, all’altezza del villaggio di Buđanovci (in Voivodina) e riuscì ad eiettarsi miracolosamente poco prima che il suo Nighthawk diventasse carcassa. A comandare il 3º battaglione della 250ª brigata di difesa aerea quella notte c’era Zoltán Dani, l’unico uomo al mondo a poter dire di aver abbattuto ufficialmente un aereo invisibile, i cui resti sono esposti in parte nel Museo dell’Aviazione di Belgrado e in parte pare siano finiti in mano russa, cinese e iraniana. Altri vennero regalati chissà da chi a Željko Ražnatović, al secolo Arkan, che ne faceva bella mostra quando veniva intervistato dai giornalisti occidentali. Altri ancora sono custoditi in casa sua da Zoltán Dani, nelle campagne a 50 km ad est della capitale serba, dove negli anni successivi alla guerra ha fatto il fornaio, per poi lasciare il panificio ad uno dei figli, e si è dedicato al tennis, che pratica regolarmente nel suo campo privato con vista sulla campagna serba.

Qui, subito dopo averci mostrato i suoi trofei di guerra (che comprendono anche pezzi in titanio di un F-16 che Dani sostiene di aver abbattuto ma senza che gli Usa abbiano mai confermato), gli chiediamo: “Ma come ha fatto?”
Dani versa della rakja, prende in mano l’acchiappamosche, e dice: “Faccia conto che questo sia l’F117”.

Difficile, ma ci proviamo…

Ecco la coda, ecco la testa, in mezzo c’è la forma è triangolare. La cosa più importante che avremmo dovuto capire era l’esatta dimensione del velivolo, così da poter calcolare la frequenza, emessa in una precisa cadenza, e settare i nostri radar.

Ma ci consenta un passo indietro. Gli americani non sostenevano fosse invisibile?

Sì, ma era propaganda. Niente è invisibile. Alle scuole superiori avevo approfondito le teorie di Nikola Tesla, che scrisse che ogni oggetto in natura emette una frequenza elettromagnetica. Un concetto molto simile al funzionamento di una chitarra. Ha un telaio e delle corde tese che vanno in risonanza con il telaio e una volta toccate emettono il suono. Così pensai: anche gli aerei invisibili sono oggetti fatti in metallo, per quanto sofisticato. Così, individuando la sua dimensione come fosse il telaio di una chitarra, secondo lo stesso principio avremmo potuto trovare
la lunghezza d’onda giusta. E per questo c’è una formula matematica.

E lei come la conosce? Ha studiato ingegneria?

No, non l’ho studiata da nessuna parte. L’ho approfondita da autodidatta. Per me era una sorta di hobby. Studiare, reperire informazioni (difficilissimo, poiché il progetto stealth era top secret) e trovare soluzioni. Comunque, una volta individuata l’esatta dimensione dell’aereo, che è lungo 20 metri, abbiamo iniziato a cercare la frequenza migliore per provare a intercettare il segnale. Ce n’erano diverse centinaia. Per scegliere quella più adatta, bisogna capire che tipo di radar si ha a disposizione.

Qual era il vostro?

I nostri erano due: il P-12 e il P-18. Il P-18 utilizza onde VHF di lunghezza d’onda metrica. A livello tecnologico funziona in modo piuttosto semplice: ha 16 antenne YAGI [le stesse che si usano per le TV, NdR] ed è piazzato du una piattaforma girevole posta su un URAL 4320 [un autocarro a 6 ruote di produzione sovietica, NdR]. Gli americani erano convinti di aver ideato uno stealth perché la nuova tecnologia radar a frequenze più alte (con la lunghezza d’onda che si fa più corta, a banda S, X e K), l’F-117 era poco rilevabile. Ma i vecchi radar russi a bassa frequenza secondo noi potevano ancora riuscirci.

Cioè avere tecnologie obsolete vi ha avvantaggiati?

Le caratteristiche di modellamento e i materiali assorbenti utilizzati sugli aerei stealth sono meno efficienti a bassa frequenza, permettendo ai radar basati su VHF [onde ultracorte, NdR] di rilevare obiettivi a una distanza maggiore rispetto ai radar a onde centimetriche o millimetriche contro cui gli aerei stealth sono ottimizzati. Noi, anche contravvenendo l’ordine dei nostri superiori, ci abbiamo messo del nostro armeggiando per aumentare ancora di più la lunghezza d’onda del radar e cambiando alcuni condensatori. Così saremmo riusciti a rilevare l’F-117 in 25 km.

Perché i comandanti non volevano?

Pensavano non avrebbe mai funzionato e avremmo rovinato i radar. Quando spiegai la mia teoria al comandante della brigata era il 1997. Mi rispose: ‘È impossibile. Dacci una prova’. Risposi: ‘Cosa dovrei fare? Chiamare Clinton e farne volare uno sulle nostre teste?’ Alla fine li inviarono davvero [ride].

Quindi lei stava studiando l’F-117 già da prima della guerra?

Ovvio. Era logico, perché noi nelle forze antiaeree avevamo il dovere di studiare le nuove tecnologie Nato, pur avendo pochissime informazioni a disposizione.

Oltre ai radar, avete apportato modifiche anche ai vostri missili?

No, usavamo il sistema antiaereo S-125M Neva/Pectora [SA-3 Goa per la NATO, NdR], che operava a bassa quota, a velocità inferiori, e con un sistema più efficiente contro le contromisure elettroniche. Era entrato in servizio nel 1961. I missili, i V601-M, avevano un emettitore di segnale radio in testa, che man mano che passavano gli anni veniva modernizzato con il materiale che proveniva dalla Russia.

Prese qualche altra contromisura particolare?

Usai l’occhiometro [ride]. Salii su una collina a Buđanovci per studiare la direzione di volo degli aerei NATO per diversi giorni, al fine di poter orientare il radar per rilevare l’aereo nel miglior modo possibile e nel più breve tempo possibile. Per far scattare i missili antiaerei avevamo a disposizione 20 secondi al massimo per avviare il radar, catturare il segnale, spegnere il radar e cambiare posizione nel giro di 90 minuti. Perché anche l’aereo poteva rilevare le onde del nostro radar e reagire sparando missili aria-terra [soprattutto gli AGM-88 HARM, NdR] per distruggere la nostra unità. Quando necessario, per ingannare gli HARM abbiamo usato diversi vecchi radar MIG-21. È stato così che, nonostante i 23 HARM lanciati contro di noi dagli americani, non abbiamo perso nemmeno un’unità missilistica e nemmeno un uomo. Ma in generale, se l’operazione fosse durata 21 secondi anziché 20, saremmo stati fritti.

E 21 secondi è anche il titolo di un documentario che parla di lei. Ma poi ci arriviamo. Cosa si prova sapendo che una delle armi più letali della storia le stava passando sulla testa per incenerirla?

Niente di speciale. Innanzitutto non era affatto la più letale. L’F-117 è lento [non arrivava nemmeno a Mach 1, NdR] e per nulla maneggevole. All’epoca erano già entrati in servizio velivoli superiori, anche russi. Ad ogni modo per noi tutto ciò rendeva semplicemente più avvincente la sfida: cioè riuscire a colpire qualcosa. In quel momento, infatti, non sapevamo nemmeno a cosa stessimo mirando. Noi vedevamo un puntino su un radar. Non sapevamo che aereo fosse. È come andare a pesca. Solo una volta in superficie sai che tipo di pesce hai pescato.

Il protocollo militare prevede che si possa ammettere l’abbattimento di un aereo solo se cade in mani nemiche. Per questo Vega 31, il nome in codice di quell’F-117, risulta l’unico stealth perso in battaglia. Ma. ci sono notizie di un altro F-117 danneggiato…

Nei 20 anni successivi alla fine della guerra abbiamo raccolto informazioni sempre più precise che di aerei colpiti ce ne sono stati altri 3. Non lo sapevamo neanche noi all’epoca perché o riuscirono a rientrare alla base danneggiati o precipitarono in territorio nemico. Uno a Tuzla (Bosnia), uno a Zagabria (Croazia), uno a Spangdahlem (Germania) [quest’ultimo, pilotato dal tenente colonnello Charlie “Tuna” Hainline, è stato confermato dallo stesso pilota una volta in pensione, con tanto di data ufficiosa: il 30 aprile 1999, NdR].

E ovviamente vi risulta anche l’abbattimento dell’F-16 (che non è stealth) di cui ci ha mostrato i pezzi…

Sì, ma le dirò anche un’altra cosa. Che gli americani non confermeranno mai nemmeno tra mille anni.

Cosa?

Abbiamo abbattuto anche un B-2 Spirit.

No. Questo non è possibile!

E invece sì.

Calma. Il B-2 Spirit è il bombardiere stealth prodotto dalla Northrop-Grumman a forma di ala volante. Può trasportare fino a 16 bombe nucleari. Ha un costo di produzione di 2,13 miliardi di dollari che, rapportato al suo peso a vuoto (71668 kg) lo rende più caro che se fosse costruito in oro. Non è mai stato abbattuto. Non può essere abbattuto…

Lo dicevano anche dell’F-117 [ride].

Ma ne è proprio sicuro?

Successe 10 minuti dopo la mezzanotte di un giorno di fine maggio, probabilmente il 25. Quella notte abbiamo certamente colpito un bersaglio, che è caduto a 15 km al di là del confine con la Croazia, in una foresta chiamata Spačva [in una microregione al confine con la Serbia popolata da 40.000 ettari di foreste di quercia, NdR].

Se è caduto in Croazia come fa a sapere che si trattava di un B-2?

Dopo la guerra ho conosciuto un vigile del fuoco croato. Gli raccontai chi fossi. Mi conosceva già. Prestava servizio tra i pompieri di Vinkovci (una ventina di km a ovest di Vukovar). Sapeva cosa avessimo fatto e mi confessò che una notte a fine maggio dovette andare di corsa Spačva per spegnere un incendio nella foresta. Lo aveva provocato il B-2. Mi disse: ‘Non avevamo idea di cosa fosse venuto giù dal cielo. Era grandissimo, di forma triangolare, senza impennaggi verticali, tutto nero. Sembrava una nave spaziale’.

Una descrizione un po’ vaga, però.

Mi disse anche che una volta spento il fuoco, alle 2 di notte, quindi i tempi combaciano, l’esercito croato e la polizia recintarono lo spazio e impedirono l’accesso a chiunque altro. Sempre dopo la guerra incontrai uno dei poliziotti croato che era lì quella sera, mi confermò tutto. Mi disse: “Sì, certo. Lo recintammo. Venne tenuto in sicurezza per 3 mesi. Il tempo necessario per farlo letteralmente a pezzi, trasferirlo a Tuzla e portarlo via negli Stati Uniti.

In Patria è diventato un eroe di guerra. Sono diventate celebri le immagini delle donne e dei bambini di Buđanovci che ballavano sui resti dello stealth. La propaganda serba cantava: “Datecene un altro… Dobbiamo fare il tetto al porcile”. Com’è proseguita la sua carriera nell’esercito?

Non bene. Tre giorni dopo l’abbattimento sono stato promosso Colonnello. Ma dopo la guerra mi hanno affidato ruoli di comando nel campo della logistica. Non aveva senso. Mi aspettavo una crescita. Nell’esercito il successo non sempre viene visto di buon occhio, specie quand’è improvviso e in qualche modo ‘non programmato’. Durante la guerra, comunque, in diverse occasioni mi sono scontrato con i miei superiori per degli ordini che non volevo rispettare. In condizioni normali sarei finito in prigione, ma dopo l’abbattimento del Nighthawk decisero di ‘punirmi’ in altro modo.

Dopo un’impresa simile ci si sarebbe aspettato un ricevimento col Presidente (che fino al 2000 fu Slobodan Milošević). Come minimo…

Non successe niente di tutto ciò. Forse mi hanno considerato di più gli eserciti stranieri…

Cioè?

La eco di quella storia è arrivata un po’ ovunque. Negli anni successivi alla guerra ho ricevuto molte proposte di lavoro. Diciamo così…

Da parte di chi?

Non posso dirglielo. Ma si trattava di consulenze da milioni di dollari.

Be’ certo, gli Stati Uniti di nemici ne hanno molti. Poi negli USA ci è andato anche lei, ospite nientemeno che dell’MIT. Almeno lì hanno creduto alla sua versione?

No. Pensavano avessimo qualche spia e ci avessero avvertito prima dell’arrivo dell’F-117 [sebbene di spie dalle parti di Aviano ci fossero sul serio, NdR]. Ma lì c’era anche il pilota americano, Dale Zelko, che ha confermato la mia versione.

Ecco. Questa è un aspetto interessante. Lei e il pilota che ha colpito siete diventati amici. Com’è successo?

Ci siamo incontrati per la prima volta nel 2009. Io stavo lavorando insieme al regista serbo Zeljko Mirkovic al documentario ’21 secondi’ già da un paio d’anni. Uno dei miei figli, Attila, che lavora nel campo informatico una sera mi chiamò davanti al suo pc e mi disse che aveva ascoltato un’intervista rilasciata da Zelko ad un media brasiliano in cui parlava dell’abbattimento.

Cosa diceva?

Era un ritratto molto fedele e verosimile. In un passaggio in particolare Zelko parlava di come l’ala del suo aereo venne divelta dal nostro missile. Io annuii e spiegai ad Attila che il funzionamento del missile è proprio quello, detonare in prossimità del bersaglio per far sì che i detriti, in quel caso oltre 4000, tagliassero le ali come fossero una lama. Attila con molta naturalezza mi disse: ‘Papà, cosa faresti se lo incontrassi?’ Una domanda semplice ma a cui non avevo mai pensato. Mi lasciò di sasso”.

E cosa rispose?

Lo prenderei a pugni [ride].

Diplomatico…

Poi mi calmai. Ma rimasi turbato tutto il giorno. Quando Mirkovic lo seppe ebbe il timore che potessi essere così scosso da interrompere le riprese del film. Ma anche lui pensò che quell’incontro potesse essere una buona idea. Mi disse: ‘Ti chiedo solo di pensarci. Hai tre giorni di tempo’. Non dormii.

Alla fine però accettò…

Non fu facile. All’epoca nutrivo ancora molto rancore. Avevo la peggiore opinione possibile dell’America, dell’esercito americano, della Nato.

Cosa la spinse, allora?

Pochi mesi prima ebbi l’occasione di incontrare Sua Santità Pavle [il patriarca della Chiesa ortodossa serba, NdR]. Dopo una conversazione molto cordiale, mi regalò un suo libro. C’era un passaggio interessante con su scritto: ‘Il perdono è la più grande e la più importante caratteristica di un cristiano. Il perdono parla di noi come persone e non dei torti che abbiamo subito. E il perdono raggiunge completezza quando viene accettato dall’altro’. La notte prima della scadenza ripensai a quella frase, e mi dissi: ‘Questa è la mia occasione per dimostrare al mondo che sappiamo perdonare. Che non siamo demoni. Che anche se non dimentichiamo, sappiamo perdonare’. Così, girammo il film e andammo ad incontrare Zelko.

E non vi siete presi a pugni, vero?

No. Viveva a Francestown, in New Hampshire, con sua moglie e i suoi figli. Famiglia molto credente. Le racconto un aneddoto divertente però…

Prego…

Mentre ero a casa sua arrivarono dei poliziotti coi lampeggianti accesi. Pensai ‘Ora ci arrestano’. In realtà il sindaco della città, la signora Abigail, aveva scoperto che ero lì per girare il documentario e voleva organizzare un cocktail party con me e Zelko. Al cocktail party, che si tenne in una grande sala ricevimenti, c’erano 100 persone. Il sindaco introdusse Zelko che ovviamente tutti conoscevano. Allora si voltò verso di me e disse: ‘Questo è l’uomo che ha buttato giù il mio aereo’. La sala rimase in silenzio per 3-4 secondi. Io ero impietrito. Poi un tizio, dal fondo della sala, urlò: ‘Gran tiro!!!’ ed esplose un applauso infinito [ride]. Firmai autografi, feci foto con tutti. Mi girai verso Mirkovic e chiesi: ‘Ma siamo davvero in America qui?’

Ha cambiato idea sul loro conto?

Sì, non avevo mai trovato una tale spontaneità. Ma ho cambiato idea sugli americani, più che sull’America. Ho parlato con molti di loro e mi hanno confessato di essere i primi insoddisfatti della politica estera statunitense. Che essi stessi erano contrari all’intervento armato in Jugoslavia.

A tal proposito, cosa pensa del recente ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan?

Se guardiano la situazione da una prospettiva storica possiamo dire una cosa: dovunque vadano gli americani e dovunque vadano le forze Nato si tratta di zone in cui le persone non desiderano la guerra. Così fu in Jugoslavia. Così è in Afghanistan.

Cosa intende?

Già dopo la morte di Tito [1980, NdR], nel 1981 tutti i ministri degli esteri della Nato si incontrarono a Roma, e decisero di distruggere la Jugoslavia. La nostra agenzia di spionaggio ce lo riportò [il riferimento è alla sessione Ministeriale del Consiglio Nato che si tenne in Italia il 4 e il 5 maggio di quell’anno, anche se negli ordini del giorno la questione balcanica non compare mai, NdR]. Avevano in mente di costruire 8 piccoli Stati al posto della Jugoslavia.

Scusi, lei si ritiene comunista?

No, ma una cosa è certa e qui la riconoscono tutti, non solo i nostalgici titini: negli anni ’80, quando eravamo i leader tra i Paesi non allineati, eravamo al top della nostra produzione industriale, militare, economica. All’apice di un boom economico come quello che avevate avuto in Italia. All’epoca ero Capitano di prima classe e guadagnavo 2500 marchi tedeschi al mese. Una cosa immensa. Mia moglie era impiegata pubblica e guadagnava 1500 marchi al mese. Eravamo potenti. E ricchi. Ma all’Occidente faceva più comodo destabilizzarci.

Ma la Jugoslavia voleva entrare nella CEE, all’Occidente non sarebbe convenuto così?

Fu un Cavallo di Troia. l’Europa ci disse: ‘Fate le riforme che chiediamo ed entrate’. Ne proposero 5, quattro delle quali facilissime da realizzare.

E la quinta?

Introdurre la democrazia rappresentativa. In sostanza, consentire la costituzione di partiti diversi da quello comunista. I nostri politici accettarono e la situazione sfuggì di mano. D’improvviso si formarono oltre 1000 partiti, coadiuvati da ONG e altre realtà finanziate dagli occidentali che avrebbero avuto il compito di ‘insegnare’ la democrazia agli jugoslavi. Alcune di queste iniziarono a proporre ai partiti di inserire nei loro statuti la tutela delle identità locali, delle religioni, delle minoranze. Col Partito Comunista il nazionalismo era considerato un male, ovviamente. Fu così invece, che emersero i movimenti identitari. Praticamente tutti i principali leader balcanici, Milosevic, Izetbegovic e Tudjman ricevettero indirettamente soldi dall’Occidente. Centinaia di milioni di dollari. Era diventata una mangiatoia gigantesca. Poi, quando d’improvviso i rubinetti si chiusero, gli Stati balcanici iniziarono a divorarsi tra loro.

Una visione inquietante.

La realtà è questa. La dissoluzione della Jugoslavia fu un fenomeno artificiale, voluto da alcune potenze occidentali con intenti di natura neocolonialista.

Ma mi scusi, la democrazia le ha portato dei benefici. Vive in pace. È libero. Ha una bella casa. I suoi figli sono adulti e sono persone di successo che si sono realizzate nel mondo nato dopo la fine della guerra.

Questo è vero, ma come le dicevo negli anni ’80 qui non mancava nulla. E avevamo identità e valori forti. Le faccio io una domanda…

Quale?

Se avessi potuto scegliere dove far crescere i miei figli, se nella Jugoslavia unita o nella Serbia attuale, cosa avrei scelto?

Ce lo dica.

La Jugoslavia. Senza dubbio.

È proprio sicuro di non essere comunista?

Sicurissimo.