Guerra /

L’uccisione del fondatore dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi scuote il Medio Oriente e può rappresentare la fine di un capitolo fondamentale della storia dello jihadismo così come della guerra in Siria e in Iraq. Guerre che Donald Trump vuole finire e che adesso, con la morte del leader dell’Isis, il Califfo, sembrano destinate a una conclusione. O quantomeno a un ripensamento della missione americana nel mondo.

Il blitz è stato annunciato da alcune fonti della Difesa americana attraverso i principali media Usa. Poi, con il passare delle ore, le conferme sono arrivate non solo dallo stresso presidente Trump ,che ha twittato un annuncio sibilino (Appena successo qualcosa di molto grande”), ma anche dalle fonti siriane, irachene, iraniane e turche. Insomma, quasi tutti gli attori coinvolti nel conflitto contro lo Stato islamico hanno più o meno certezza della fine di Al Baghdadi, ucciso durante un raid nella zona di Idlib: l’ultimo santuario jihadista al confine tra Siria e Turchia. Lì dove Bashar al Assad ha messo da tempo il mirino e dove sia i raid russi che quelli della Coalizione internazionale a guida Usa continuano i loro raid.

E insieme alle conferme, arrivano anche le prime testimonianze per capire quello che fino ad ora rimane un mistero: come è stato ucciso Al Baghdadi. Fonti del luogo hanno affermato che durante i minuti del blitz sono apparsi nel cielo di Idlib almeno quattro elicotteri, anche se Sky news arab, riportando anche le dichiarazioni rilasciate a media iracheni, parlano di otto elicotteri impiegati nell’operazione per scovare e uccidere il Califfo. La missione sarebbe durata circa un’ora e mezza, con un lavoro dell’intelligence americana per preparare il terreno al vero e proprio blitz delle forze speciali. Un piano d’assalto che non può non ricordare quello narrato dagli Stati Uniti per la cattura (e la seguente uccisione) di Osama bin Laden nel 2011.

Nel blitz sono stati uccisi sia Al Baghdadi che otto dei suoi collaboratori e guardie del corpo. Un testimone siriano ha raccontato alla Cnn, uno dei media più informati sulla vicenda tramite fonti sul luogo e delle forze Usa, che il blitz è avvenuto dopo la mezzanotte. “Abbiamo sentito più elicotteri e aerei da guerra volare nel cielo”, così ha raccontato la fonte locale al media americano. Poi, sempre secondo le testimonianze, l’inizio del blitz con spari di mitragliatrici pesanti in lontananza. Le postazioni attaccate sono state quelle dell’Isis e quelle di un altro gruppo jihadista legato ad Al Qaeda, Hurras al Dind, i Guardiani della fede. Tutte nell’area di Barisha, il villaggio nei pressi del confine turco da tempo individuato come uno dei possibili covi del leader dello Stato islamico. Gli stessi elicotteri poi si sarebbero rialzati in volo con il corpo di al Baghdadi, degli altri uccisi, ma anche delle persone rimaste in vita. E su quel cadavere, almeno secondo quanto raccontano le fonti americane, si starebbero svolgendo i primi test biometrici e del Dna al fine di comprendere se si tratti realmente di colui che fondò l’Isis dalla moschea di Mosul. Ma dal momento che il Pentagono ha rivelato che al Baghdadi si sarebbe fatto esplodere nel raid, sembra difficile credere che sia stato riportato il corpo nell’elicottero. In queste fasi, le testimonianze non possono che essere naturalmente varie e non comprovate. Ed è chiaro che i dubbi sulla sua morte rimangono e riamrranno, visto che sono già iniziate anche le prime smentite di parti dlel’intelligence turca (secondo quanto riportato da media siriani).

Intanto però è possibile capire alcune dinamiche internazionali che avrebbero portato all’annuncio del blitz contro il Califfo. In primis, è fondamentale comprendere da una parte il rilievo del luogo in cui è stato ucciso (come ha già riportato Mauro Indelicato su InsideOver). Poi altrettanto importante è comprendere la rilevanza data all’intelligence irachena, che da subito è stata definita parte fondamentale nella cattura. Poi, a poche ore dall’annuncio, sono arrivate anche le informazioni rilasciate dal ministero della Difesa turco e dalle milizie curde. Il comandante curdo siriano Mazloum Abdi ha parlato di un’operazione”storica” avvenuta grazie a una forte collaborazione con i servizi segreti americani. Poi è intervenuta Ankara, parlando di un blitz “coordinato” dalla Turchia insieme agli Stati Uniti. Il ministero turco ha scritto un tweet in cui è stato detto che “prima dell’operazione nella provincia di Idlib, è avvenuto uno scambio di informazioni e un coordinamento tra le autorità militari di entrambi i Paesi”, ha scritto su Twitter il ministero della Difesa turco. Segno che sia i turchi che i curdi vogliono di fatto far comprendere la loro importanza nella lotta all’Isis. Tanto più quel Recep Tayyip Erdogan che prima ha fatto in modo che lo Stato islamico proliferasse in Iraq e Siria e che adesso, con le operazioni nel nord della Siria, vuole mostrarsi al mondo come leader di un Paese fortemente coinvolto nella guerra al terrorismo: un terrorismo che per la Turchia è rappresentato sia dai curdi che dai jihadisti di Isis e Al Qaeda. Almeno secondo le dichiarazioni ufficiali.