Così gli Stati Uniti si preparano alla guerra contro la Cina

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Non è più un mistero come gli Stati Uniti abbiano cambiato la loro politica verso la Repubblica Popolare Cinese (RPC): da competitor economico/commerciale, da “sfida incalzante” (pacing challenge), Pechino è diventata negli ultimi due anni un avversario sistemico.

Nei documenti ufficiali statunitensi, come nel rapporto dell’intelligence statunitense di marzo 2025 in cui si definiva la RPC “la minaccia militare più completa e potente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, ormai non ci si nasconde più dietro giri di parole diplomatici. Un mese prima, a febbraio, dal sito del Dipartimento di Stato USA alla pagina sulle relazioni tra Washington e Taipei, è stata rimossa la frase “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan”. Quello che il governo statunitense aveva definito “un aggiornamento di routine”, aveva scatenato le dure reazioni cinesi, nonostante gli Stati Uniti avessero affermato di restare aderenti alla politica “One China” che stabilisce che gli USA riconoscano e abbiano legami formali con la Repubblica Popolare Cinese (RPC) piuttosto che con Taiwan.

Washington teme di non esser più in grado di dissuadere Pechino dal conquistare manu militari Taipei, mentre Pechino è sempre più convinta di voler portare a compimento l’unificazione. Il dossier taiwanese, o per meglio dire il dossier cinese, occupa l’agenda del Pentagono da anni, al punto che le varie forze armate hanno sviluppato nuove dottrine per il contenimento armato dell’espansionismo cinese che si indirizzerebbe principalmente verso l’isola “ribelle” ma anche verso il Mar Cinese Meridionale.

Sebbene ci siano segnali di disgelo, come l’apertura di una “linea rossa” tra i rispettivi Stati maggiori della Difesa, anche a Pechino ci sono falchi che considerano giunto il momento di impadronirsi con la forza di quanto rivendicano in spregio del diritto internazionale. Gli USA sono percepiti, da parte del sistema politico/militare cinese (molto più compenetrato rispetto a quanto accade in Occidente), come deboli: una società fragile, pervasa da instabilità diffusa a tutti i livelli, con un apparato burocratico che rallenta la prontezza militare (si vedano le difficoltà nella cantieristica navale e nel procurement per sostenere l’Ucraina nel suo sforzo di resistenza all’invasione russa).

Già nel 2018, il vice ammiraglio della marina cinese Luo Yuan, allora teorico militare presso l’Accademia delle Scienze Militari del PLA (People’s Liberation Army), aveva affermato apertamente che “gli Stati Uniti temono la morte”, intendendo che sono una società che non è più in grado di combattere e sacrificarsi. Non era stato un caso isolato. Ancora a dicembre del 2018, Dai Xu, presidente dell’Istituto di Sicurezza e Cooperazione Marittima di Pechino e colonnello della PLAAF (People’s Liberation Army Air Force), durante una conferenza nella capitale aveva espressamente affermato che un incidente nel Mar Cinese Meridionale con la U.S. Navy sarebbe auspicabile per poter rispondere in modo adeguato e scatenare un conflitto che porterebbe, come conseguenza, alla riunificazione con Taiwan. “Accelererebbe il processo di unificazione… Cerchiamo solo di essere preparati e di aspettare. Una volta che si paleserà l’opportunità strategica dobbiamo essere pronti per attaccare Taiwan” sono state le parole del colonnello.

Usa, i dazi per riarmare

Gli Stati Uniti, di rimando e per tutta una serie di segnali provenienti da Pechino che non sembrano affatto diminuire la possibilità del confronto militare (come ad esempio le continue e sempre maggiori intrusioni nell’ADIZ taiwanese e le esercitazioni militari che simulano lo sbarco sull’isola), ritengono che ormai una guerra contro la RPC non sia più questione di “se accadrà”, ma di “quando accadrà”, e al Pentagono se l’aspettano in tempi relativamente brevi.

La finestra temporale per prepararsi è breve – chi scrive ritiene restino due anni o poco più prima di vedere scoppiare il conflitto – e negli Stati Uniti stanno accelerando i tempi di ricondizionamento delle proprie risorse industriali, economiche e commerciali per farsi trovare preparati.

Dal punto di vista economico/commerciale è ormai evidente che la politica trumpiana che sta imponendo dazi a tutti gli Stati che commerciano con gli USA non è solo una questione legata al tentativo – un po’ bislacco – di risollevare la produzione interna, ma si tratta di una vera e propria tassa per far affluire denaro sonante nelle casse dello Stato da impiegare per la ristrutturazione del proprio ecosistema Difesa. Questo modus operandi è stato sempre fatto, nel corso della storia, da nazioni e imperi quando la guerra stava diventando inevitabile.

La corsa alla preparazione in un periodo che considerano come “pre-bellico” è tanto più evidente da un recente provvedimento preso dal Dipartimento della Guerra USA: la nascita del Warfighting Acquisition System, ovvero la riforma del procurement militare statunitense rendendolo più snello e veloce. L’obiettivo è quello di trasformare il processo di acquisizione degli armamenti da funzione amministrativa a funzione di guerra, in modo da assicurare ai militari capacità operative nel tempo necessario per vincere. Il Segretario alla Guerra ha dichiarato che “la velocità con cui mettiamo in campo nuove capacità determinerà la nostra sopravvivenza strategica”.

Una riforma che, se analizzata nei suoi tre assi principali, è effettivamente pensata per tempi di guerra: l’acquisizione sarà più veloce, con un Portfolio Acquisition Executive che sposterà i fondi in modo veloce là dove serviranno di più; il nuovo Joint Requirements System dovrà ridurre drasticamente i tempi di definizione delle esigenze operative (detto altrimenti: meno sistemi sofisticati e più attenzione alle esperienze sul campo); infine sarà implementata e semplificata la cooperazione internazionale in modo che le richieste degli alleati siano affrontate con maggiore efficienza sulla via della condivisione degli oneri e la standardizzazione delle forniture. Ovviamente anche l’industria ha avuto le sue particolari attenzioni: il provvedimento mira ad assicurare una produzione di massa in tempi brevi mitigando al contempo la dipendenza da fornitori esteri o da materiali critici provenienti da Paesi non alleati.

Riassumendo potremmo definire la strategia USA come avviata verso il disaccoppiamento dalla RPC e il provvisorio suo contenimento di basso profilo – anche evitando di schierarsi apertamente in favore di storici alleati come il Giappone nella recente crisi sino-nipponica – in vista della troncatura definitiva che sarà attuabile solo quando l’ecosistema Difesa statunitense sarà in grado di sostenere un conflitto aperto. A Washington sanno di non essere pronti, ma lo sanno anche a Pechino e non è affatto detto che aspettino che l’avversario lo sia.