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Un convoglio composto da due auto individuato nella tarda serata di Baghdad in avvicinamento al principale aeroporto della capitale irachena, poi l’entrata in azione di un drone che ha scagliato contro i due mezzi alcuni missili che non hanno lasciato scampo a chi si trovava al suo interno. È scattata così l’operazione che nelle scorse ore ha ucciso Qassem Soleimani. Uno dei leader più importanti dei Pasdaran e guida delle brigate Al Quds, è morto dunque sotto i colpi sparati da velivoli senza pilota americani. Mezzi che sono stati messi in modo da un ordine arrivato direttamente dalla Casa Bianca.

La dinamica dell’operazione

A rivelare alcuni importanti dettagli di quanto accaduto a Baghdad, è stato nelle scorse ore il Washington Post. Il quotidiano statunitense è riuscito a sentire un ufficiale dell’esercito americano, il quale però per ovvie ragioni ha voluto mantenere l’anonimato: “I missili contro le auto del convoglio sono partiti da un drone”, ha dichiarato l’ufficiale. L’operazione sarebbe stata dunque preparata in poco tempo, ma si è rivelata chirurgica. Segno che evidentemente chi ha colpito sapeva dove, come e quando farlo. Permangono però dei misteri su cui al momento non si è a conoscenza di novità. In particolare, su come gli americani sapevano della presenza di Soleimani non solo a Baghdad ma proprio nel punto esatto in cui sono entrati in azione i missili scagliati dal drone.

Qualcuno forse ha seguito il convoglio, permettendone una precisa individuazione. Oppure ancora, gli americani tramite lavoro di intelligence erano riusciti a conoscere i dettagli dell’agenda del generale, sapendo dove e come scovarlo lungo la strada che dal centro della capitale irachena porta presso l’aeroporto internazionale. L’unica cosa certa è per adesso che gli ordigni sono stati scagliati a botta sicura, con l’estrema sicurezza di colpire il bersaglio. Oltre a Soleimani, sono morte anche altre 7 persone. Tra queste un altro importante nome: quello di Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei capi delle milizie popolari impegnate contro l’Isis negli anni della guerra al califfato.

Le incognite sulla reazione iraniana

Sempre nel lungo reportage che il Washington Post ha dedicato al raid di Baghdad, viene dato spazio ad alcuni timori circa, da un lato, la reazione da parte di Teheran e, dall’altro lato, i piani dell’immediato futuro elaborati da Donald Trump. Tutti concordano sul fatto che l’Iran risponderà: “Impossibile che non ci siano conseguenze dalla morte di Soleimani – ha dichiarato Marc Polymeropoulos, ex agente della Cia sentito dal Wp – Era una figura molto popolare, se una reazione alla sua morte è necessaria per la stessa legittimazione del regime iraniano”. E di obiettivi non ne mancano: dall’Iraq al Libano, passando per la Siria e per i confini israeliani, le carte che Teheran può giocarsi per rispondere sono parecchie.

Ciò che si teme negli Usa è la possibile mancanza di un piano di Trump per fronteggiare una crisi regionale derivante dalle contromosse iraniane: “L’Iran si vendicherà – ha dichiarato sempre al Wp Ilan Goldenberg, ex consulente del governo americano sul medio oriente – Ci saranno ripercussioni ovunque. Sfortunatamente, dubito che l’amministrazione Trump sappia qual è la prossima mossa da fare o conosca come fronteggiare una guerra regionale”.

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