È stato l’effetto sorpresa il vero protagonista delle azioni dei gruppi islamisti che hanno portato, nel giro di pochi giorni, al capovolgimento del presidente siriano Bashar Al Assad. Una sorpresa che è possibile ravvisarla nelle differenti modalità di combattimento delle parti sul campo: i miliziani hanno attaccato con operazioni fulminee e coordinate e sono riusciti a cogliere in poco tempo tutti i punti strategici mentre l’esercito, dal canto suo, si è dileguato e i soldati hanno preferito astenersi dai combattimenti. Da una parte quindi si era in presenza di milizie motivate e pronte a scontrarsi contro i rivali, dall’altra invece c’erano solo combattenti presi alla sprovvista e che, molto probabilmente, ritenevano oramai esaurita la parte più intensa della guerra iniziata nel 2011.
Tutto è partito da Idlib
Per comprendere l’origine di questa differenza occorre analizzare la situazione di Idlib. Ossia della città capoluogo dell’ultima provincia, fino al 27 novembre scorso, rimasta fuori dal controllo dell’esercito siriano. Idlib è caduta nelle mani del Fronte Al Nusra nel marzo del 2015, momento in cui da Damasco Bashar Al Assad ha per la prima volta valutato la possibilità di richiedere l’intervento diretto della Russia di Vladimir Putin. I miliziani islamisti da Idlib non se ne sono più andati, nemmeno negli anni delle avanzate dell’esercito governativo.
Anzi, la provincia si è trasformata in una roccaforte delle sigle anti governative. E questo per almeno due motivi: in primis, per il sostegno dato dalla vicina Turchia a molti dei gruppi presenti nella regione e, in secondo luogo, per via della strategia di mandare proprio da queste parti tutti coloro che si arrendevano ad Assad. Dopo il vertice di Astana tra Russia e Turchia del 2016 infatti, Mosca e Ankara si sono infatti costantemente impegnate a garantire l’evacuazione verso Idlib da parte dei miliziani che decidevano di arrendersi alle forze governative.
A Damasco si è quindi pensato che la provincia dovesse rappresentare nient’altro che l’ultimo tassello da ricomporre, magari con il tempo e magari con l’aiuto anche della diplomazia. Una valutazione però sbagliata. Al Jolani, leader dell’ex Fronte Al Nusra trasformatosi nel frattempo in Hayat Tahrir Al Sham (Hts), ha fondato qui un vero e proprio governo assieme ad altre sigle anti governative. Un governo che ha ricevuto aiuti dalla Turchia, ma che è stato anche in grado di auto finanziarsi con la riscossione delle tasse.
Le accademie militari fondate a Idlib
Lo Stato nello Stato fondato a Idlib ha iniziato quindi ad avere proprie dinamiche e a organizzarsi con un vero e proprio esercito. Non solo, ma tutti i miliziani rimasti nella provincia per tutti questi anni, hanno coltivato l’ambizione di ritornare nelle città da cui sono andati via e di prendersi una vendetta contro il governo. Per cui, mentre ad Aleppo e a Damasco la guerra si considerava oramai vinta, a Idlib in tanti si formavano per riprendere nuovamente in mano le armi.
Così come sottolineato dal Wall Street Journal, negli ultimi quattro anni lo stesso Al Jolani ha promosso la fondazione di diverse accademie militari. Qui i miliziani hanno imparato tecniche di combattimento, di assalto alle trincee e alle postazioni fortificate. Una circostanza che non era del tutto ignota a livello internazionale: soltanto l’anno scorso un reportage dell’Afp è stato girato proprio in uno dei campi di addestramento della provincia di Idlib, dove molti miliziani hanno giurato vendetta contro Assad ai microfoni dei cronisti giunti fin lì.
L’operazione pianificata un anno fa: “Ankara sapeva”
L’idea di riprendere le ostilità contro l’esercito regolare avrebbe fatto breccia tra i leader di Hts almeno un anno fa. Forse non è da escludere, tra le motivazioni, nemmeno l’esempio dato da Hamas nell’assalto contro le postazioni israeliane durante gli attentati terroristici del 7 ottobre 2023. Secondo Reuters, che ha citato due fonti legate all’opposizione siriana all’estero, Hts e altre sigle avrebbero avvisato in primavera la Turchia delle proprie intenzioni. Il tutto dopo aver notato un parziale stallo nel dialogo timidamente avviato lo scorso anno tra Erdogan e Assad.
“L’opposizione siriana – si legge – ha indicato ad Ankara la possibilità di incidere in Siria interrompendo il dialogo con Assad e limitandosi a non intervenire” una volta messo in moto il piano di Hts. Non è nota la risposta della Turchia, ma secondo la ricostruzione di Reuters è probabile che da Ankara sia intervenuto una sorta di “silenzio assenso“. Da qui la pianificazione dei dettagli e i primi scontri dello scorso 27 novembre. Il resto è cronaca ben nota delle ultime ore.

