“Mentre gli Stati Uniti restano la nazione indispensabile nel mondo libero, non possiamo proteggere i nostri interessi o adempiere in maniera adeguata tale ruolo senza mantenere forti alleanze e dimostrare rispetto per gli alleati”. Così l’ex Segretario alla Difesa, il generale James Mattis, ha motivato le sue dimissioni – in disaccordo con il ritiro delle forze americane dalla Siria annunciato dal presidente Donald Trump.

Una ritirata strategica, più che una vera e propria smobilitazione in realtà, come ha approfondito Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerra. Ciò nonostante, l’annuncio del presidente Trump sulla Siria ha scatenato le ire dei neoconservatori e dei liberal americani che, proprio come Mattis, ritengono che l’impegno militare all’estero, e non il disimpegno, sia una componente irrinunciabile della politica estera della superpotenza mondiale. D’altro canto, come spiegava il politologo Samuel P. Huntington, “l’America è sempre stata una nazione missionaria” e quella missione universale non può essere abbandonata così come se nulla fosse. Soltanto il senatore Rand Paul ha avuto il coraggio di andare controcorrente e congratularsi con il presidente: “Sono molto orgoglioso del presidente, questo è esattamente quello che ha promesso, e penso che la gente sia d’accordo con lui, in realtà” ha osservato. “Penso che le persone credano che siamo stati in guerra troppo a lungo e in troppi luoghi e che abbiamo bisogno di rivolgere l’attenzione ai problemi che abbiamo in casa”. Esattamente quel sentimento “isolazionista” che ha premiato Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il Pentagono contro Trump sulla Siria

L’addio di “Mad Dog” Mattis segna uno strappo importante tra il presidente e l’apparato industrial-militare che aveva pesantemente condizionato le scelte dell’amministrazione Trump fino ad oggi. Oltre alla Siria, come riporta il Corriere della Sera, l’America potrebbe riportare a casa 7mila soldati dall’Afghanistan, dimezzando di fatto la presenza delle truppe nel Paese. Lo affermano funzionari del Dipartimento della Difesa americana, confermando le voci di un ritiro imminente anche da Kabul. “La decisione è stata presa”, dicono i responsabili dell’amministrazione sotto condizione di anonimato.

Fino ad oggi la politica di Trump è stata tutt’altro che “isolazionista”. Nei primi due anni, il Pentagono ha rafforzato lo sforzo bellico in Afghanistan, ottenendo un aumento delle truppe contro gli istinti iniziali del presidente Trump. La lotta contro lo Stato islamico è continuata a ritmo sostenuto in Siria e in Iraq, mentre il presidente, pochi mesi fa, ha infranto ogni record firmando il National Defense Authorization Act (Ndaa) per l’anno fiscale 2019, che assegna oltre 716 miliardi di dollari al settore militare di Washington – il budget il più alto nella storia degli Stati Uniti. Senza contare la decisione di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e la sconcertante difesa del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel caso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. 

La scorsa settimana, tuttavia, qualcosa è cambiato. Come racconta il Washington Post, contro il parere dei suoi generali, il presidente ha ordinato l’immediato ritiro delle truppe dalla Siria e (parzialmente) dall’Afghanistan, generando un malcontento diffuso che ha dato luogo alle dimissioni di Mattis. Un ritiro che agli occhi del generale è visto come un “tradimento”, in primo luogo verso Israele.

Gli Usa verso il disimpegno?

Da buon realista quale era, il politologo Kenneth Waltz aveva capito che “il vizio al quale soccombono le grandi potenze in un mondo multipolare è la distrazione; nel mondo bipolare, alla reazione eccessiva; in un mondo unipolare, alla sovraestensione”. Esattamente ciò è successo agli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Senza scomodare l’isolazionismo, nel Medio Oriente Trump potrebbe tornare all’approccio che usarono gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai primi anni ’90. All’epoca, spiega il professor Stephen M. Walt, “gli Stati Uniti avevano interessi strategici nel petrolio mediorientale e nella sicurezza di diversi Paesi, ma tenevano la propria presenza militare al minimo. Si affidavano, invece, ad altri stati o ad alleati locali per mantenere l’equilibrio di potere nella regione”.

Questa politica è cambiata con l’Operazione Desert Storm nel 1990 e l’adozione del “doppio contenimento” nel 1993, e ancora di più con l’invasione dell’Iraq nel 2003 e il fallito tentativo di trasformazione della regione che ne è seguito. “I neocon duri e puri non hanno imparato la lezione da quella sconfitta – osserva – ma il resto del Paese si”. Più avanti, quindi, gli Usa “si affideranno a clienti locali, sostenuti dall’aviazione americana, dai droni, o dalle forze speciali solo se e quando sarà assolutamente necessario”. 

Trump, il “jacksoniano”

Almeno in parte, Donald Trump è stato il primo, da molto tempo a questa parte, a mettere in discussione la visione wilsoniana che ha contraddistinto gran parte dei presidenti americani. Come scrive Walter Russel Mead su Foreign Affairs, il populismo di Trump è radicato “nel pensiero e nella cultura del primo presidente populista del Paese, Andrew Jackson”. Per i jacksoniani, e al contrario dei wilsoniani, “gli Stati Uniti non sono un’entità politica creata e definita da una serie di proposizioni intellettuali radicate nell’illuminismo e orientate verso l’adempimento di una missione universale”. Piuttosto, spiega, “è lo stato-nazione del popolo americano”.

Troppo contraddittoria e confusionaria per essere giudicata, ad oggi, la politica estera dell’amministrazione Trump. Certo è che tra i motivi che hanno portato all’elezione del tycoon c’era proprio la promessa di un graduale disimpegno dell’estero e una maggiore attenzione verso i problemi domestici del Paese. Il presidente lo sa, e forse vanno lette in questa ottica le sue ultime decisioni sulla Siria e l’Afghanistan. Dopotutto, il 2020 è dietro l’angolo…