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Il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) ha reso noto che l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si dice pronta ad assumersi la “piena responsabilità” della Striscia di Gaza, regione che continua a essere paradigma delle divisioni politiche, delle pene umane e delle illusioni smarrite. La dichiarazione, pubblicata venerdì dall’agenzia ufficiale Wafa, è arrivata poche ore dopo l’annuncio di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, e ha stimolato un ampio dibattito sulla possibilità di un nuovo equilibrio politico nella regione. “Il governo palestinese, sotto le direttive del presidente Abbas, ha completato tutti i preparativi per assumersi la piena responsabilità a Gaza“, recita il comunicato. Tra gli obiettivi dichiarati: favorire il ritorno degli sfollati, garantire i servizi di base, gestire gli attraversamenti e ricostruire un territorio devastato da settimane di guerra incessante.

L’ANP, dominata dal movimento Fatah, ha perso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007, quando Hamas prese il potere dopo una breve ma sanguinosa guerra civile tra le due principali fazioni palestinesi. Da allora, il movimento islamista ha governato Gaza, mentre l’ANP è rimasta confinata nella Cisgiordania occupata, dove esercita un’autorità sempre più limitata e contestata. La divisione interna ha minato qualsiasi speranza di unità politica palestinese e offerto a Israele un alibi per evitare trattative serie su una soluzione a due Stati, per quanto difficilmente realizzabile a causa della massiccia presenza di colonie israeliane.

Israele, dal canto suo, non sembra intenzionato a sostenere un ritorno dell’ANP a Gaza. Funzionari israeliani di alto rango, incluso il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno più volte ribadito la loro opposizione tanto a un governo di Hamas quanto a un’amministrazione dell’ANP nella Striscia di Gaza. Netanyahu ha definito entrambe le soluzioni come una vera e propria “ricompensa” per l’attacco del 7 ottobre 2023.

Sebbene il cessate il fuoco offra una tregua temporanea, il rischio che il conflitto si riaccenda è tutt’altro che remoto. Netanyahu, dopo mesi di resistenza alle pressioni internazionali contro i bombardamenti, potrebbe ordinare nuove operazioni militari una volta completato il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas. Un’azione mirata non solo a infliggere un colpo punitivo al gruppo islamista, ma anche apparentemente a rafforzare la sicurezza interna, cercando al contempo di arginare le crescenti critiche nei suoi confronti all’interno di Israele.

Mentre Israele esita, gli Stati Uniti hanno espresso un sostegno chiaro al ritorno dell’ANP a Gaza. Solo poco più di una settimana fa, il Segretario di Stato uscente, Antony Blinken, ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe assumere il controllo amministrativo della Striscia. Una posizione che riflette la continuità della politica americana, secondo cui l’ANP è considerato un partner istituzionale più gestibile rispetto a Hamas.

Da quando l’ANP è stata creata nel 1993 nell’ambito degli Accordi di Oslo, il suo ruolo doveva essere quello di traghettare il popolo palestinese verso uno Stato indipendente. Nonostante ciò, a distanza di oltre trent’anni, questa visione si è dissolta sotto il peso delle espansioni coloniali israeliane in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale, e delle restrizioni economiche e militari che hanno reso Gaza una prigione a cielo aperto.

Qualsiasi proposta volta a far rientrare l’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza suscita in Israele profonde preoccupazioni. Ciò rianimerebbe, infatti, sia politicamente sia territorialmente le aree occupate, rilanciando con forza le istanze di di autodeterminazione palestinese. Un’eventuale unificazione del territorio palestinese sotto una leadership unitaria, anche se non ampiamente sostenuta dalla popolazione, eserciterebbe una pressione insostenibile su Israele, costringendolo a negoziare in modo definitivo sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Netanyahu, in particolare, sembra determinato a evitare un simile scenario.

Al di là di ogni considerazione, un punto su cui ogni analista ragionevole sembra trovarsi d’accordo è che i leader palestinesi, di tutte le fazioni, rivendicano con forza il diritto di decidere il futuro di Gaza, rifiutando ogni tipo di ingerenza esterna.

Nel frattempo, venerdì scorso, il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa ha dichiarato che le istituzioni governative erano pronte a intensificare le loro attività e a ripristinare i servizi essenziali a Gaza. Allo stesso tempo, ha sollecitato l’Unione Europea a ripristinare una missione di monitoraggio al valico di Rafah e a facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari. “I ministri palestinesi sono già stati informati sulle azioni da intraprendere non appena inizierà il cessate il fuoco. Abbiamo un piano di 100 giorni per il giorno dopo“, ha affermato Mustafa, come riferito dalla Belga News Agency durante la sua visita a Bruxelles.

 L’annuncio del cessate il fuoco a Gaza segna un passaggio cruciale nel conflitto che da mesi infiamma la regione. Per l’opinione pubblica internazionale, questa breve pausa diventa l’occasione per fare un bilancio di quindici mesi di violenze e sofferenze. Eppure, mentre celebriamo questo fugace momento di pace, non possiamo non volgere lo sguardo al futuro. Milioni di persone vivono in una condizione di precarietà estrema, e la loro speranza di una vita dignitosa è ancora lontana dall’essere realizzata. Perché la pace non è solo l’assenza di guerre e conflitti. È la presenza di giustizia, la libertà di vivere senza paura, la possibilità di ricostruire le proprie vite senza la costante minaccia della distruzione. È la speranza in un futuro migliore per tutti. Qualsiasi accordo che non garantisca questi elementi fondamentali non è una pace duratura, ma solo una tregua temporanea, un’attesa ansiosa della prossima battaglia.

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