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Cosa è successo a Bucha? È la domanda che di più sta riecheggiando in questi ultimi giorni. La cittadina, una delle tante che compongono il grande nucleo urbano di Kiev, è stata ripresa dagli ucraini a inizio aprile. C’è discordanza sulla data esatta: i russi sostengono di aver abbandonato Bucha il 30 marzo, gli ucraini invece rendono noto che nella cittadina si combatteva ancora venerdì primo aprile.

Dal 2 aprile hanno iniziato a circolare video e foto di civili uccisi all’interno di Bucha. Per gli ucraini non c’è dubbio: si tratta di gente uccisa dai russi. Le accuse a Mosca sono molto pesanti: l’esercito occupante avrebbe premeditato, secondo Kiev, un omicidio di decine di civili e avrebbe cercato di nascondere le prove gettando i morti in fosse comuni. La Russia ha smentito e la sera del 4 aprile ha presentato, in una conferenza stampa tenuta dall’ambasciatore russo all’Onu, Vasily Nebenzya, la propria versione dei fatti: per Mosca a Bucha è andata in onda una messinscena ucraina volta a provocare la reazione dell’occidente.

Dove sta la verità? Si è davanti a un grave massacro e a gravi violazioni dei diritti umani? Oppure si è davanti a un false flag?

La battaglia di Bucha

Per rispondere, occorre in primo luogo contestualizzare le operazioni belliche avvenute a Bucha. La cittadina si trova nel quadrante nordoccidentale della periferia di Kiev. Amministrativamente appartiene all’oblast (corrispondente a livello amministrativo alla nostra regione) di Kiev ed è a circa 20 km dal confine della municipalità della capitale.

Il 24 febbraio 2022, nello stesso giorno dell’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina, sono state avviate le azioni volte ad accerchiare Kiev. Truppe russe aviotrasportate sono state catapultate presso l’aeroporto di Gostomel, situato nell’omonima cittadina confinante con Bucha. A questo punto proprio Bucha ha assunto, nell’economia della battaglia per Kiev, un’importante valenza strategica. Per i russi era essenziale conquistarla per avanzare verso Irpin, ultimo comune prima del territorio di Kiev. Viceversa, per gli ucraini difendere Bucha significava infliggere un duro colpo ai piani russi.

Le prime notizie di un’avanzata russa nella cittadina sono arrivate il 27 febbraio. A darne conto è stato il giornalista ucraino Andriy Tsaplienko. I russi hanno usato l’artiglieria, forti anche delle truppe arrivate dal confine bielorusso. Il giorno successivo si è avuta una prima parziale occupazione da parte russa. Tuttavia la battaglia è apparsa subito cruenta. Non è un caso che il primo marzo si parla di Bucha come “cimitero dei mezzi russi”. Una grande quantità di blindati e veicoli sono stati colpiti dagli ucraini e abbandonati dai soldati di Mosca negli ingressi principali della cittadina.

Il 3 marzo gli ucraini sono riusciti a sferrare un duro contrattacco, rientrando nel centro cittadino. A dimostrarlo è una foto in cui dei soldati di Kiev issano una bandiera ucraina nell’edificio che ospita il consiglio comunale. Il nuovo attacco russo ha provocato una fase di stallo durata nove giorni. In questo frangente Bucha è stata bersagliata dalle forze di Mosca con l’artiglieria e con raid aerei. È in questo momento che la cittadina ha subito i maggiori danni. Soltanto il 12 marzo la situazione è apparsa più chiara, con i russi in grado di rivendicare la conquista definitiva di Bucha. Come detto, tra il 30 marzo e il 2 aprile la cittadina è stata poi abbandonata e lasciata in mano agli ucraini.

Il seppellimento dei corpi del 13 marzo

Il periodo compreso tra il 4 marzo e il 12 marzo è stato devastante per Bucha. Continui raid e scontri lungo la linea del fronte hanno provocato la distruzione di molti edifici e la morte di diversi cittadini. Il 14 marzo la Bbc ha catalogato Bucha tra le città più distrutte dalla guerra in Ucraina, paragonandola anche a Mariupol. Nell’articolo del network britannico si è fatto riferimento, per comprendere meglio la situazione, alla necessità della stessa cittadinanza di Bucha di seppellire molti civili dentro una fossa comune.

“Quattrocento miglia a nord-ovest, ai margini della capitale Kiev, è stata scavata una fossa comune vicino a una chiesa nella città di Bucha – si legge nell’articolo – a dichiararlo è stato il parlamentare locale Mykhailyna Skoryk-Shkarivska. La buca contiene più di 60 corpi”. La sepoltura dei cadaveri risalirebbe al giorno precedente all’articolo, ossia al 13 marzo.

Le immagini satellitari rese note dal New York Times

Dunque è possibile, tramite queste informazioni, ricostruire l’andamento del conflitto a Bucha. La guerra già a metà marzo aveva distrutto la cittadina e aveva creato tante vittime tra i civili. Vittime però, almeno fino al 13 marzo, non figlie di un’azione premeditata da parte di uno dei due eserciti, bensì vittime provocate dalla forte intensità che il conflitto, via terra e via cielo, ha assunto da queste parti. Nel servizio della Bbc non c’è alcun riferimento a esecuzioni sommarie, nemmeno risalenti al primo breve periodo di occupazione russa.

Secondo il New York Times qualcosa è cambiato successivamente. Il quotidiano statunitense il 4 aprile ha pubblicato delle immagini satellitari che attesterebbero la presenza di vittime nelle strade di Bucha. Le immagini risalirebbero al 19 marzo, momento in cui sono presenti in città le forze di Mosca. Per i giornalisti statunitensi questa sarebbe la prova delle responsabilità russe nella morte di numerosi civili.

È impossibile però al momento stabilire cosa realmente sia accaduto. Se cioè i morti per le strade di Bucha sono civili vittime dei combattimenti della seconda settimana di marzo e che non hanno trovato posto nemmeno nelle fosse scavate dai cittadini in precedenza. Oppure se si tratta di persone uccise a sangue freddo durante il secondo periodo di occupazione russa. Trovare una risposta per adesso non è semplice.

Inoltre poi vien da chiedersi come mai i cadaveri sono rimasti, secondo la ricostruzione del New York Times, per due settimane senza sepoltura. Come mai cioè né gli occupanti russi e né i civili abbiano in seguito provveduto, per motivi igienici e in primis ovviamente etici, a trovare zone in cui seppellire i morti.

Il video del sindaco di Bucha del 31 marzo

L’azione russa su Kiev intanto nell’ultima decade di marzo si è definitivamente arenata. Le truppe di Mosca si sono fermate a Irpin e lì sono state di fatto bloccate dai difensori ucraini. Lunedì 30 marzo, durante i colloqui di Istanbul, per la prima volta la Russia ha parlato di un riposizionamento delle truppe, equivalso poi a un vero e proprio totale ritiro dall’area attorno Kiev.

Il 31 marzo il sindaco di Bucha, Anatoliy Fedoruk, ha annunciato in un video su Twitter la fine dell’occupazione russa e il rientro dell’esercito ucraino nella cittadina. Per il governo russo, questa sarebbe la prova a discolpa del proprio esercito. Così come spiegato dall’ambasciatore russo all’Onu Vasily Nebenzya, il primo cittadino Fedoruk non ha fatto cenno né a fosse comuni e né a cadaveri per le strade. Segno di come, secondo Mosca, a Bucha le prove delle possibili atrocità russe sono state fabbricate in seguito.

Anche qui però sorgono delle domande. Perché dal canto loro gli ucraini hanno dichiarato che fino al primo aprile a Bucha si è combattuto. I russi, nella ritirata, avrebbero continuato a sparare per coprire la retromarcia del proprio esercito verso la Bielorussia. Possibile quindi che il 31 marzo non tutto il territorio di Bucha fosse nelle mani di Kiev e che quindi gli ucraini ancora non avevano contezza della situazione in città?

1-2 aprile: cosa succede?

Cos’è accaduto venerdì 1 e sabato 2 aprile a Bucha? Come ha sottolineato lo storico Jason Michael McCann su Standpoint Zero, il New York Times era a Bucha sabato con il fotografo Daniel Berhulak e non ha inizialmente riportato la notizia di un massacro. Il Nyt afferma che il ritiro delle truppe russo è stato completato sabato, quindi due giorni dopo l’annuncio del sindaco, e che i russi hanno lasciato “dietro di loro soldati morti e veicoli bruciati, secondo testimoni, funzionari ucraini, immagini satellitari e analisti militari”. Sempre il Nyt sostiene che i giornalisti hanno trovato i corpi di sei civili, anche se non spiega come sarebbero morti. “Non era chiaro in quali circostanze fossero morti, ma l’imballaggio scartato di una razione militare russa giaceva accanto a un uomo che era stato colpito alla testa”, sottolinea il giornale. Cita inoltre un consigliere di Zelensky, che afferma: “I corpi di persone con le mani legate, che sono state uccise a colpi di arma da fuoco dai soldati, giacciono nelle strade’, ha detto su Twitter il consigliere, Mykhailo Podolyak. “Queste persone non erano nell’esercito. Non avevano armi. Non rappresentavano una minaccia”.

È possibile che sabato non fosse ancora emersa l’intera portata di quanto era avvenuto, e che nemmeno il sindaco ne fosse a conoscenza due giorni prima, anche se le foto mostrano molti dei corpi all’aperto per le strade del paese. Non esattamente un dettaglio di poco conto. Qualcosa accade poi il 2 aprile, poche ore prima che il massacro venga portato all’attenzione dei media nazionali e internazionali. Il sito Лівий берег del Gorshenin Institute, annuncia che “le forze speciali hanno avviato un’operazione di sgombero nella città di Bucha, nella regione di Kiev, che è stata liberata dalle forze armate ucraine. La città viene ripulita da sabotatori e complici delle forze russe”.

Altri fonti ucraine confermano la notizia: “La Guardia nazionale, le forze armate dell’Ucraina e le forze di difesa territoriale continuano a ripulire gli insediamenti nei distretti di Bucha, Vyshhorod e Brovary della regione di Kiev. Il territorio è minato, distrutto. Ci sono gruppi di sabotaggio e ricognizione nemici. Lavoro coordinato e accurato di artiglieri, mortai e altri difensori decine di unità di equipaggiamenti bruciati e centinaia di soldati russi morti – il prezzo che il nemico ha pagato per le nostre città distrutte, per aver ucciso militari ucraini e civili, mutilato la vita di migliaia di residenti di Kiev”, si legge nella  stessa nota. Il giorno prima, Ekaterina Ukraintsiva, in rappresentanza dell’autorità comunale, è apparsa in un video informativo sulla pagina Telegram di Bucha con indosso tute militari e seduta davanti a una bandiera ucraina per annunciare “la pulizia della città”. Ha informato i residenti che l’arrivo del battaglione Azov non significava che la liberazione fosse completa (anche se i russi si erano già ritirati ) e che doveva essere eseguita una “pulizia completa”. A cosa si riferiva?



La guerra mediatica sulla pelle dei civili

Sempre il 2 aprile la polizia ucraina gira un video per documentare la liberazione della città nel quale non si vedrebbero morti per le strade. La domanda sorge spontanea: come mai non si notano cadaveri per strada? Una delle ipotesi è che nel video non venga inquadrato il quartiere dov’è avvenuto il massacro e che le autorità ucraine si siano accorte soltanto dopo di ciò che era effettivamente successo qualche chilometro più in là.

A questo punto, tra il pomeriggio e la sera di sabato 2 aprile abbiamo però una certezza: le truppe del battaglione Azov e le forze speciali del reggimento Safari sono all’interno della città e stanno conducendo un’operazione speciale di pulizia dei “sabotatori e complici” degli invasori russi, come accennato poc’anzi. Anche di questo elemento ci sarebbe una prova video. Lo ha postato il giorno precedente un certo Botsman che, secondo la ricostruzione di alcuni canali filorussi, sarebbe un membro dichiaratamente neonazista dell’Azov presente a Bucha quel giorno. Botsman la ha inserito su Telegram e nel video sarebbe lui stesso a parlare mentre dice di aver trovato, in città, un parlamentare. Non parlerebbe invece di morti. Al sesto secondo del video qualcuno gli ha rivolto la domanda: ‘Che facciamo con chi non ha il bracciale blu?’. “Sparate, cazzo” è stata la sua risposta. Il video è stato condiviso dai canali filo-russi su Twitter e su Telegram, dunque anche in questo caso la cautela è massima: tuttavia, il dialogo – come InsideOver ha potuto appurare grazie a un interprete – è autentico. 

Altro elemento interessante: negli stessi giorni, sui gruppi facebook cittadini alcuni utenti segnalano che i russi si sarebbero camuffati da civili per tentare di scappare. Post che si perdono fra le tante segnalazioni di persone che cercano i propri cari scomparsi.

Altri utenti chiedono se servano “volontari armati” per “setacciare” le periferie di Bucha:

 

La posizione del Pentagono

Sicché il 4 aprile prende posizione anche il Pentagono. E non formula un’accusa perentoria come ci si potrebbe immaginare. Anzi. L’esercito americano, riporta l’agenzia Reuters, “non è in grado di confermare in modo indipendente i resoconti ucraini delle atrocità commesse dalle forze russe contro i civili nella città di Bucha”, ma “non ha nemmeno motivo di contestare i resoconti”, ha affermato un alto funzionario della difesa statunitense lunedì. “Stiamo vedendo le vostre stesse immagini. Non abbiamo alcun motivo per confutare le affermazioni ucraine su queste atrocità – chiaramente, profondamente preoccupanti”, ha detto il funzionario, parlando in maniera anonima. Nel frattempo, compaiono sulla stampa le prime tragiche testimonianze. Sergiy Prylucki, residente di Bucha, racconta all’Adnkronos che “durante l’evacuazione abbiamo visto l’orrore. Auto con all’interno corpi di persone morte. Distruzione. Quello che voi giornalisti state documentando non è avvenuto in questi ultimi giorni con la ritirata dei russi. Ma giorno dopo giorno, dal 24 febbraio“. Altre vengono raccolte dai giornalisti sul campo.

Questo è tutto ciò che sappiamo, ad oggi. Oltre l’orrore, sembra che nulla si possa al momento escludere. Come abbiamo visto, esistono delle prove che sembrerebbero inchiodare i russi alle loro responsabilità – immagini satellitari, testimonianze – ma anche documenti e tempistiche che sembrano suggerire altre ipotesi. È normale sia così: c’è bisogno di tempo, e forse neanche quello potrebbe bastare per appurare la verità al di sopra di ogni ragionevole dubbio.

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