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Dopo la morte della figlia Darya, nell’attentato che sembra avere ancora oggi cento padri, la figura di Aleksandr Dugin, filosofo ed esponente di spicco del nazionalismo russo, aveva subito un boom di popolarità. L’attentato fu però anche l’occasione per riflettere, a livello di media e analisti internazionali, su quanto l’oscura figura di Dugin fosse più popolare in certi circoli europei filoputiniani che in Russia stessa.

Dugin, ideologo dell’Eurasiatismo colto, istruito, a suo modo raffinato, contrariamente a quanto molti pensano, ha avuto un’influenza molto limitata all’interno della corte di Putin almeno fino all’ultimo mandato, sebbene Dugin sia da tempo il maître à penser dell’impero mediatico del magnate Konstantin Malofeev. Eppure, dopo la morte di Darya e in concomitanza con l’escalation russa in Ucraina, Dugin sembrava aver compiuto un salto di qualità in termini di influenza, addirittura accolto nel cerchio magico di chi detta la comunicazione di Mosca.

Il post della discordia: cosa voleva dire Dugin?

Il filosofo si è reso nelle ultime ore di un episodio di dubbio sapore. Dugin, avrebbe definito il ritiro da Kherson come l’ultimo possibile, avvertendo che, in caso di nuovi rovesci militari, “chi è al potere dovrebbe essere eliminato”. Lo aveva fatto con un articolo sul proprio blog, successivamente al ritiro delle truppe russe dalla città di Kherson; si tratterebbe di una critica al presidente Vladimir Putin, mai nominato ma sottinteso. Ne è seguito un lungo post su Telegram, poi rilanciato su tutte le piattaforme social prima che fosse cancellato. Sebbene il testo in questione sia stato rimosso, alcuni media sono riusciti a copiarne il contenuto prima della cancellazione. Lo riferisce il Mirror, aggiungendo che, in seguito, il post (di 2 giorni fa) è stato rimosso. L’articolo originale, tuttavia, è ancora su Tsargrad.tv.

Dugin ha definito la ritirata da Kherson “l’ultima linea rossa” accettabile per l’operazione militare speciale russa in Ucraina: “Le autorità in Russia non possono più cedere nulla. Il limite è stato raggiunto”, ha scritto il filosofo, che ha definito Kherson “una città russa, capoluogo di una delle regioni della Russia” che “è andata perduta”. Nel testo si legge una riflessione sulla responsabilità del Cremlino e sulle possibili conseguenze per gli errori commessi. Rivolgendosi al potere, Dugin lo definisce “responsabile” del ritiro, per poi fornire una definizione di autocrazia: “Diamo al sovrano la pienezza assoluta del potere per proteggerci tutti – il popolo e lo Stato – in un momento critico. Se per questo si circonda di spiriti maligni o sputa sulla giustizia sociale, ciò è spiacevole, ma sappiamo che ci protegge. E se non ci proteggesse? In quel caso lo aspetta il destino del Re delle piogge. Anche l’autocrazia ha un aspetto negativo. Totalità del potere in caso di successo, ma anche totale responsabilità in caso di fallimento”.

Uccidere il “Re delle piogge”?

L’esegesi dell’intellettuale Dugin, non è semplice. Parole molto criptiche, che rimandano a Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, opera dell’antropologo britannico James Fraser del 1890, in cui si descrive il culto africano del “Re delle piogge”. Questa figura è considerata una sorta di mago che invia la pioggia ogni volta che viene invocata; ma se il “Re delle piogge” non si rivela all’altezza delle aspettative e si verifica una prolungata siccità, deve essere lapidato.

Leggendo l’articolo, il primo consigliere del ministero dell’Interno ucraino, Vadim Denisenko, ha evidenziato il parallelismo che Dugin farebbe tra il “Re delle piogge” e il presidente Putin. “Di fatto, Dugin avverte Putin: o la situazione migliora, o Putin deve essere rimosso”, ha affermato Denisenko. Tuttavia, nel suo articolo, il politologo russo non afferma mai esplicitamente tale posizione, accennando solo a possibili rischi di disordini pubblici o potenziali rivolte in Russia. Se un personaggio come Dugin avanza una simile ipotesi, la sensazione è che, come afferma anche Denisenko, il sistema di potere nella Federazione Russa sia “ancora sotto controllo, ma sta affrontando le prime profonde crepe”.

E la perdita di Kherson potrebbe diventare per la Russia una sorta di spinta a cercare un caprio espiatorio.

La risposta di Dugin

La risposta di Dugin non ha tardato ad arrivare: “L’Occidente ha iniziato a far credere che io e i patrioti russi ci siamo rivoltati contro Putin dopo la resa di Kherson, chiedendo presumibilmente le sue dimissioni. Questo non proviene da nessuna parte e si basano su un mio presunto messaggio cancellato”. “Io e tutti i patrioti russi lo sosteniamo incondizionatamente. Il dolore per la perdita di Kherson è una cosa; l’atteggiamento nei confronti del Comandante in capo è un altro. Siamo fedeli a Putin e sosteniamo la SMO e la Russia fino alla fine” ha proseguito Dugin. “L’Occidente – ha aggiunto – che sta esercitando una pressione eccessiva sulla Russia, non capisce che la Russia e Putin non capitoleranno in nessun caso. Il presidente è stato chiaro: non ci arrenderemo. Mettere all’angolo la Russia è un suicidio per l’Occidente e per l’umanità”. Sull’uso del nucleare Dugin ha anche allontanato l’idea di un ricorso della Russia all’atomica sostenendo che dopo aver mobilitato la società spiritualmente e ideologicamente, la Russia ce la farà anche senza armi nucleari”.

Una risposta che decisamente cozza con le dichiaarazioni di Putin, Medvedev e tanti altri nelle ultime settimane. Nel tentativo di riabilitarsi, Dugin ha quindi attaccato l’élite al potere, bollata come la vera voltagabbana delle situazione, colpevole di tradire la Guida Suprema: “Solo noi, i patrioti russi e il popolo russo, gli siamo fedeli”.

Perché Dugin si espone?

Le ipotesi sull’articolo di Dugin sono molteplici. Come è possibile che un uomo che solo pochi anni fa non aveva autorevolezza alcuna ora si permette di attaccare-pur attraverso un enorme giro di metafore-il comandante supremo di Mosca? Certo è che questo aumento della virulenza delle affermazioni di personaggi piuttosto silenti come Dugin dà molto da pensare. Stessa cosa dicasi per un uomo del calibro di Medvedev, i cui post su Telegram ormai viaggiano ciascuno su una media di oltre 2 milioni di visualizzazioni.

La sensazione è che i falchi della Russia neozarista ora incalzino Putin più del dovuto, costringendolo ad agire più drasticamente di quanto il presidente stesso può (o immaginava). Il fatto che un uomo come Dugin critichi così apertamente il Cremlino è però anche segno di due cose: o si ritiene sufficientemente protetto oppure a Mosca sono saltati i freni inibitori che oggi permettono a un numero sempre più folto di nazionalisti di mettere alla berlina Putin. Del resto, lo aveva fatto anche Ramzan Kadyrov, con la differenza che quest’ultimo ha un’intera piccola nazione sul libro paga di Mosca. E ci resterà ancora a lungo.

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