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La tensione è ai massimi livelli attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, nell’Ucraina meridionale. Dal 3 marzo, quando i combattimenti tra esercito russo e ucraino intorno all’impianto più grande d’Europa provocarono un incendio in una delle strutture esterne, la situazione si era via via normalizzata dopo che Russia prese il controllo della città di Energodar che ospita il sito e dopo che, per mesi, la linea del fronte sulle sponde del fiume Dnepr è sempre rimasta pressoché immutata. Da un lato del fiume c’è appunto Energodar, dall’altro, a circa 50 chilometri più a nord, c’è Zaporizhzhia città, il capoluogo dell’Oblast rimasto sempre sotto controllo dell’Ucraina.

Lungo il letto del fiume ci sono altre città come Nikopol o Marganez, da dove secondo la Russia partono non solo i colpi di artiglieria, ma anche i droni kamikaze (tre dei quali il 19 luglio caddero all’esterno della centrale) e persino i missili Uragan rivolti verso il sito nucleare. Colpi che raggiungono anche i villaggi circostanti e la stessa città di Energodar. Nel continuo scambio reciproco di accuse tra Mosca e Kiev, l’Ucraina nega la paternità degli attacchi e sostiene che la Russia stia utilizzando la centrale come scudo per il dislocamento di mezzi militari e di armi pesanti utilizzate per colpire le postazioni ucraine. Oltre a tenere in ostaggio i 9mila lavoratori (prima di febbraio erano 11mila) che tutt’ora garantiscono il funzionamento di un sito che da solo provvede ad oltre il 10% del fabbisogno di energia elettrica dell’Ucraina e sono coordinati dalla russa Rosatom.

Le accuse di Kiev sono tornate di grande attualità dopo la pubblicazione da parte della CNN di un video (nelle scorse settimane ne sono circolati diversi senza alcuna possibilità di verifica indipendente) che mostra veicoli militari russi all’interno di una sala turbine collegata a un reattore nucleare della centrale. La CNN sostiene di aver geolocalizzato e confermato l’autenticità del video, anche se non è chiaro quando sia stato girato (i veicoli militari russi sono assenti dall’impianto dal 24 luglio). Il filmato mostra una delle sei sale turbine situate sul lato occidentale e i veicoli si trovano al piano terra, a poco più di 130 metri da uno dei reattori. Vicino ai veicoli ci sono diversi pallet di cui è complicato individuare la natura (non si sa se siano parte dell’equipaggiamento esercito russo o siano legati alle operazioni della centrale).

La Russia continua a respingere ogni accusa sostenendo che l’unico equipaggiamento militare presente nell’impianto sia legato ai compiti di guardia. Ieri, il Ministero della Difesa russo ha ribadito che le immagini satellitari mostrano chiaramente che le armi, specialmente quelle pesanti, non siano posizionate sul territorio della centrale. La Russia, ad ogni modo, ha respinto gli appelli firmati da 42 Paesi del mondo per una completa smilitarizzazione dell’area intorno all’impianto nucleare. Ivan Nechayev, vicedirettore del Dipartimento Informazione e Stampa del Ministero degli Esteri russo, ha spiegato: “La loro attuazione renderà l’impianto ancora più vulnerabile”.

Nelle corse ore sui canali Telegram e Twitter ufficiali e ufficiosi di entrambi gli schieramenti si sono diffuse notizie circa la preparazione di una provocazione nucleare in programma per il 19 agosto. Ovviamente, ognuno ne attribuisce l’eventuale  paternità al nemico: “I funzionari dell’intelligence ucraina ritengono che i russi stiano preparando una provocazione presso [la struttura]”, ha twittato il Centro ucraino per la sicurezza delle informazioni. “Dopo i loro vasti bombardamenti… [le forze russe] potrebbero ‘alzare la posta’ e mettere in scena un vero e proprio attacco terroristico al più grande impianto nucleare europeo”.

Il ministero della Difesa russo invece sostiene che i continui bombardamenti ucraini siano volti a costringere le power unit 5 e 6 ad essere spente per precauzione e a portare ad un sostanziale spegnimento generale della centrale per creare una “exclusion zone” di 30 chilometri intorno al sito all’interno della quale introdurre personale internazionale chiamato ad accusare la Russia di terrorismo nucleare.

Dal punto di vista logico, le argomentazioni di entrambe le parti sono al limite del complottismo: Kiev sostiene addirittura l’ipotesi dell’auto-bombardamento da parte dei russi che vorrebbero utilizzare i colpi come scusa per lasciare l’Ucraina senza corrente elettrica accusando il suo esercito di essere responsabile e magari utilizzando le nuove vie di comunicazione con la Crimea per cercare altri modi per connettere ed alimentare la centrale incanalando l’energia verso i territori controllati; Mosca sostiene che l’Ucraina voglia bombardare la centrale per creare panico tra i residenti e stimolarli a non votare per l’annessione alla Federazione russa nei referendum del prossimo settembre e a lasciare i territori sotto controllo russo. Allo stesso tempo, accusando la Russia di una potenziale tragedia nucleare, l’Ucraina vorrebbe spingere l’Occidente ad intervenire in modo ancora più massiccio in suo sostegno, visto il recente calo di interesse, entusiasmo e soprattutto aiuti militari.

In mezzo ai due fuochi ci sono i civili che vivono nel terrore nelle zone di Energodar e dintorni, e che da giorni stanno vivendo in molti casi per la prima volta sotto la continua minaccia di arrivi di colpi d’artiglieria (e non solo). A differenza dei villaggi e delle città del Donbass o del fronte meridionale, in queste zone infatti la resistenza all’avanzata dei russi è stata molto meno intensa, e da marzo in avanti al di là dei duelli sulla linea dei fronte, le retrovie e le zone abitate dai civili sono sempre rimaste relativamente al sicuro.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres che oggi è in visita ad Odessa per verificare il rispetto degli accordi sulle esportazioni di grano, ha lanciato l’allarme dopo aver incontrato ieri a Leopoli il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il leader turco Recep Tayyip Erdogan: “Ogni potenziale danno a Zaporizhzhia è un suicidio”, ha avvertito, aggiungendo che “l’impianto non deve essere utilizzato come parte di alcuna operazione militare”.

Erdogan ha fatto eco alle preoccupazioni del capo dell’ONU, dichiarando alla stampa di essere preoccupato per il rischio di un “altro disastro di Chernobyl” e che nell’ambito della sua attività di mediazione avrebbe discusso col presidente Vladimir Putin circa il pericolo corso dalla centrale.

Circa la visita nel complesso nucleare da parte dei tecnici dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per verificare non solo i rischi connessi alle attività militari ma anche il regolare funzionamento del sito e il rispetto dei criteri di sicurezza, la discussione è ancora in alto mare. Russia e Ucraina sono incagliate sui “dettagli tecnici” per garantire l’ispezione a Zaporizhzhia. Secondo l’Onu, le autorità ucraine sono in grado di gestire la logistica per il passaggio tramite Kiev del contingente. La Russia, invece, sostiene che non ci siano le garanzie di sicurezza necessarie e che il passaggio dovrebbe avvenire tramite i territori controllati. Da calendario, la visita sarebbe dovuta avvenire a fine agosto ma potrebbe slittare all’inizio di settembre. In questo lasso di tempo potrebbe accadere di tutto.

Intanto, dopo settimane di silenzio assoluto, il presidente francese Emmanuel Macron ha contattato Vladimir Putin per discutere proprio la situazione circa la centrale di Zaporizhzhia. Nel corso del colloquio, come ha riferito il servizio stampa del Cremlino, “sono stati discussi vari aspetti della situazione” in Ucraina e Putin ha evidenziato come i raid nella zona di Zaporizhzhia rischino di provocare “una catastrofe su larga scala che potrebbe portare alla contaminazione da radiazioni di vasti territori”. Entrambi i leader si sono espressi in favore di una visita da organizzare “al più presto” dell’Aiea. Anche l’agenzia ha confermato di aver ha iniziato i preparativi per la missione, precisando che la Russia ha fatto sapere di sostenere la missione come “utile e necessaria”.

Dal punto di vista della sicurezza, comunque, è necessario ribadire che il sito è molto più sicuro dell’impianto di Chernobyl. I reattori si trovano in un edificio in cemento armato che può resistere a eventi esterni estremi, sia naturali che causati dall’uomo, come un incidente aereo o un’esplosione e la stessa tecnologia di base dei reattori non è più la vecchia RBMK ad acqua-grafite d’epoca sovietica ma VVER, impianti che funzionano ad acqua pressurizzata e sono tra i reattori più sicuri in circolazione. Questi sistemi rendono un episodio simile a quello di Chernobyl praticamente impossibile.

Anche nella malaugurata ipotesi in cui venissero bombardati ripetutamente con missili anti-bunker i reattori vanno in blocco (scram) e il nocciolo resta raffreddato per diverso tempo. Gli scambi di accuse tra russi e ucraini che vanno avanti da marzo di voler provocare una nuova Chernobyl, o peggio, sono in sostanza tecnicamente infondati (come pure i rischi di una nuova Fukushima, visto che nel 2011 la fusione del nocciolo venne provocata da concause come il quarto terremoto più forte mai registrato e un successivo tsunami, il blackout totale della rete elettrica, il malfunzionamento dei generatori ausiliari e la vecchiaia della struttura).

Ciò non toglie che bombardare una centrale nucleare non sia a prescindere una grande idea e i rischi maggiori siano connessi alla possibilità che vengano colpito i depositi di combustibile scartato, molto radioattivo, che viene messo dentro delle piscine a raffreddare. Siccome queste piscine sono meno protette del nocciolo, un missile potrebbe colpirle e, nel caso in cui fosse ancora “fresco” e molto carico di radiazioni, potrebbe provocare una dispersione di elementi pesanti nell’aria e contaminare una zona di decine di chilometri attorno alla centrale.

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