Da qualche giorno l’attenzione di chi segue l’invasione russa in Ucraina si è spostata dal Donbass verso sud, in una zona compresa tra gli oblast di Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia.L’esercito di Kiev ha lanciato una serie di contrattacchi localizzati che hanno portato alla riconquista di alcuni piccoli insediamenti, la prima iniziativa di questa portata in oltre un anno.
Sui social, in particolare su X, gli attivisti pro-Ucraina legati al movimento Nafo hanno celebrato queste manovre come una vera e propria “rottura” delle linee russe. Ma la realtà che emerge dal campo racconta una storia più complicata, fatta di piccoli centri abitati che passano di mano in mano e di una zona del fronte dove le fortificazioni sono meno dense rispetto ad altri settori.
I villaggi contesi
Il centro del dibattito è il villaggio di Ternovate, che prima della guerra contava circa 1.400 abitanti. È un centro piccolo, ma strategicamente importante perché si trova a meno di 70 chilometri da Zaporizhzhia, una delle città industriali più importanti del paese ancora sotto controllo ucraino.
Secondo i blogger militari russi (i cosiddetti Voenkors), Ternovate sarebbe stata persa dalle forze di Mosca tra l’8 e il 9 febbraio, dopo dodici giorni di combattimenti. Yuri Podolyaka, un noto analista militare filorusso, ha attribuito la sconfitta a problemi di comunicazione (causati, pare, dall’interruzione del segnale Starlink per le truppe russe) e alla fitta nebbia che avrebbe coperto l’avanzata ucraina.
Oltre a Ternovate, si parla di altri cinque piccoli villaggi (tra cui Luhianivske) che sarebbero stati “infiltrati” o riconquistati dalle forze ucraine. Parliamo però di località che prima del 2022 avevano popolazioni comprese tra i 13 e i 200 abitanti: si tratta spesso di poco più di un gruppo di case in mezzo alla steppa. Ma in una guerra di logoramento anche la conquista di un villaggio disabitato può diventare un simbolo politico potente.
La risposta russa e la “fluidità” del fronte
Così, nonostante i successi ucraini, la Russia non è rimasta a guardare. Il 10 febbraio, il ministero della Difesa di Mosca ha annunciato la presa di Zaliznychne, un villaggio vicino a Huliaipole. Se confermata, questa mossa servirebbe a minacciare le linee logistiche verso Orikhiv, un nodo difensivo fondamentale per proteggere Zaporizhzhia.
Questo settore del fronte meridionale è molto diverso da quello del Donetsk (dove si combatte per città come Pokrovsk). Qui il terreno è piatto, una steppa aperta dove è difficile creare linee difensive permanenti come quelle viste altrove. Questo rende il fronte “fluido”: un esercito può avanzare rapidamente per qualche chilometro, piantare una bandiera, ma poi trovarsi impossibilitato a mantenere la posizione sotto il fuoco dell’artiglieria o dei droni nemici.
L’equivoco delle mappe
Gran parte dei numeri sulla “controffensiva ucraina” nasce da un equivoco alimentato da entrambe le parti, che riguarda soprattutto il modo in cui vengono costruite e diffuse le mappe della guerra.
Come fa notare il blogger italiano Parabellum, per mesi alcune mappe filorusse avevano attribuito a Mosca territori che in realtà non erano stabilmente controllati da nessuno: zone contese, attraversate da pattugliamenti e incursioni di entrambe le parti. Ora che gli ucraini sono tornati a operare in quelle stesse aree, quei territori vengono descritti come “liberati”, anche se in molti casi erano già una sorta di terra di nessuno.
Si tratta di quella che gli analisti chiamano grey zone: una fascia instabile del fronte che pochi osservatori indipendenti avevano evitato di assegnare a uno dei due eserciti. Se secondo alcune voci gli ucraini avrebbero riconquistato oltre 200 chilometri quadrati, la realtà ci parla di un territorio molto più limitato (nell’ordine di 30-40 chilometri quadrati) mentre il resto rimane un’area contesa in cui ora sono soprattutto gli ucraini a infiltrarsi, approfittando anche delle difficoltà comunicative russe legate a Starlink e Telegram.
Una lettura simile arriva anche dai militari ucraini. Dmytro Filatov, comandante della 1ª brigata d’assalto intitolata a Dmytro Kotsiubaylo, ha spiegato al canale Kyiv TV che le operazioni in corso non hanno le caratteristiche di una vera controffensiva. “Non stiamo conducendo azioni con una profondità operativa significativa”, ha detto, parlando piuttosto di “miglioramenti tattici” pensati per costringere le forze russe a consumare riserve e a distoglierle da altri settori del fronte.
In altre parole, più che uno sfondamento decisivo, si tratta di una lenta competizione per logorare l’avversario dentro una linea del fronte sempre meno definita.
Le difficoltà di Kiev e la questione Telegram
Mentre sui social prevale il sensazionalismo, molti analisti militari ucraini sono più cauti. Nonostante l’afflusso di nuove brigate d’assalto nella zona, celebrate con titoli roboanti su Repubblica, l’Ucraina continua a soffrire di una carenza di munizioni e di mezzi corazzati che rende difficile trasformare questi contrattacchi in una vera offensiva strategica.
Dall’altra parte, il clima tra i russi è di nervosismo, ma per motivi diversi. Più che per l’avanzata ucraina, i blogger militari russi sono preoccupati per la notizia che il governo del Cremlino starebbe valutando di bloccare Telegram in Russia. È di queste ore la notiiza che le autorità di Mosca hanno avviato un’indagine penale contro Pavel Durov, fondatore dell’app di messagistica, accusando la piattaforma di favorire attività terroristiche e di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo diversi analisti, Mosca punta a limitare Telegram per spingere gli utenti verso altre app controllate dallo Stato.
Curiosamente Telegram è, di fatto, il principale strumento di comunicazione e coordinamento sia per i soldati russi al fronte che per quelli ucraini: un suo blocco potrebbe essere percepito dal lato russo come un “colpo alle spalle” più grave di un villaggio perduto nella steppa.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

