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Cellule dormienti che, alla prima occasione o al primo input, hanno dato immediato segnale di risveglio. È questo, in poche parole, quello che sta accadendo in Siria. Le cellule in questione sono i gruppi fedeli al passato regime di Bashar Al Assad, pronti a imbracciare nuovamente le armi dopo l’ingresso trionfale di Al Joulani e delle milizie islamiste a Damasco lo scorso 8 dicembre. In tal modo, si è avverato quanto previsto da più parti subito dopo la fuga di Assad dal palazzo presidenziale: la fine del regime della famiglia Assad, durato più di mezzo secolo, non ha coinciso con la fine della guerra civile che nel Paese arabo va avanti dal 2011.

Gli scontri tra Latakia e Tartus

Tutto è iniziato a Jableh il 6 marzo scorso. Qui, a pochi chilometri dalla città di Latakia, un’imboscata ha ucciso 48 membri delle nuove forze siriane fedeli ad Al Joulani. Da allora, le province di Latakia e Tartus si sono trasformate in un campo di battaglia. Ed è curioso il fatto che, entrambi i territori, siano stati gli unici fino a oggi non raggiunti dalla guerra civile. Curioso però non è sinonimo di casuale. Nelle due province in questione risiede buona parte della minoranza alawita, ossia la comunità religiosa considerata organica al mondo sciita e a cui appartiene la famiglia Assad. Così come dichiarato all’Agi da Nabil al Lao, ex interprete dell’ex presidente Bashar Al Assad, gli alawiti costituiscono “la spina dorsale del passato regime”.

All’interno delle località a maggioranza alawita, hanno trovato riparo e rifugio ex generali ed ex esponenti del passato esercito e del passato servizio di sicurezza. Persone dunque che hanno conservato le armi sotto il cuscino in attesa di tornare a combattere. Per il momento, la situazione è poco chiara: alcune comunità sono fuori dal controllo delle nuove forze di Damasco, in altre gli scontri ricordano i momenti più duri del conflitto. L’unica cosa certa è che almeno mille persone hanno perso la vita. E molte di loro, come accertato da diversi testimoni, sono state uccise a sangue freddo.

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Perché proprio adesso?

C’era dunque da aspettarsi, prima o poi, la reazione delle cellule filo Assad. Occorre capire però come mai le armi siano state tirate nuovamente fuori proprio adesso. La risposta è forse impossibile da accertare. Oltre 14 anni di guerra civile hanno trasformato il contesto sociale e politico siriano in un territorio arido, in cui ogni scintilla può dare il via a fiamme indomabili. Per di più, sul terreno siriano sono in tanti a soffiare. Dalla Turchia, sponsor principale di molte delle milizie che hanno aiutato Al Joulani ad entrare a Damasco, alla Russia, ex alleata di ferro della Siria di Assad. Passando per Israele, il cui esercito dopo l’8 dicembre ha occupato parte del territorio a nord del Golan, per l’Iran, altro ex alleato di Assad e che ha sfruttato il territorio siriano per rifornire di armi Hezbollah in Libano. Senza dimenticare gli Usa, ancora presenti con i propri soldati a est dell’Eufrate, i sauditi, gli emiratini e i qatarioti.

La scintilla che ha acceso gli animi è stata probabilmente quella di Jaramana. Quest’ultima è una località a maggioranza drusa a est di Damasco, dove a inizio marzo si sono verificati scontri tra alcuni gruppi armati. Le violenze sono finite nel giro di una notte, ma sono state interpretate, da parte di diverse fazioni avversarie di Al Joulani, come un primo segnale di debolezza del nuovo regime. Da qui, l’innesco di un incendio dalle conseguenze oggi imprevedibili.

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La doppia insidia per le nuove autorità di Damasco

Ahmed Al Shara, il “vero” nome di Al Joulani con il quale ora preferisce farsi chiamare, adesso è atteso al varco. Deve rispondere subito agli attacchi e deve dare prova di solidità del suo governo. Ma, al tempo stesso, deve fare fronte a due incognite che appaiono come due grandi insidie. La prima riguarda la consistenza dei gruppi assadiani tornati in azione. Al momento, non è possibile conoscere la loro forza numerica e né tanto meno il loro radicamento territoriale. Una variabile di non poco conto tanto per Al Shara quanto per i suoi collaboratori.

La vera insidia è però un’altra e ha a che fare invece con la consistenza delle forze di Al Shara. Quest’ultimo, quando si faceva chiamare ancora con il nome di battaglia e girava con turbante e divisa al posto delle attuali giacche e cravatte, è stato a capo di Hayat Tahrir Al Sham (Hts). Gruppo che ha preso il sopravvento a Idlib, ma che non ha mai avuto il monopolio della galassia di sigle anti Assad. Tanto è vero che, per combattere contro le redivive cellule assadiane, Al Shara si sta servendo di molte altre forze arrivate dalle province limitrofe. Si tratta dei gruppi filo turchi del Syrian National Army (Sna) e di altre fazioni spesso lontane anche ideologicamente da Hts.

Alcune di queste sigle si stanno rendendo colpevoli di massacri, esecuzioni a sangue freddo e vendette contro la popolazione civile alawita. Sui social, diversi video mostrano una situazione quasi fuori controllo e questo nonostante i richiami dello stesso Al Shara che, in un discorso tenuto venerdì, ha invitato tutti i combattenti a non maltrattare i prigionieri. Contenere ulteriori possibili massacri sarà importante per l’immagine di Al Shara, ma offrirà all’aspirante leader siriano anche un termometro della situazione: se a prevalere saranno le milizie più sanguinarie, vuol dire che il suo controllo dentro il nuovo esercito non sarà totale. E, al contrario, Hts potrebbe riscoprirsi come una minoranza.

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