Il 2020 si è aperto con l’avanzata delle forze governative siriane su Idlib, ultima regione ancora in mano a ribelli e milizie jihadiste cooptate dalla Turchia. L’area è stata suddivisa nel 2018 in due de-escalation zone sotto il controllo russo e turco con l’obiettivo di limitare gli scontri e liberare Idlib dagli estremisti, ma la regione alla fine si è trasformata nell’ennesimo campo di battaglia tra le forze coinvolte nella quasi decennale guerra siriana. La situazione è peggiorata a fine gennaio, quando otto soldati turchi sono stati uccisi in un’operazione condotta dalle forze russo-siriane.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ordinato un immediato contrattacco e minacciato di rispondere con maggiore forza se l’esercito governativo non si ritirerà entro la fine del mese. Ad oggi, Assad è riuscito a riprendere il controllo di una vasta area lungo l’autostrada M5, importante via di collegamento tra Damasco e Aleppo, città su cui il regime spera di mettere presto le mani per sottrarla ai miliziani che ancora la occupano. Una simile prospettiva però non piace al presidente Erdogan, che vorrebbe invece frenare l’avanzata siriana. Il timore quindi è che si arrivi a uno scontro diretto in territorio siriano tra la Russia e la Turchia, che pur trovandosi su fronti opposti sono riuscite fino ad oggi a scongiurare un simile scenario, trovando ogni volta un punto di incontro. Immaginare cosa accadrà entro la fine del mese non è facile e molto dipende dalla capacità di Vladimir Putin ed Erdogan di trovare un nuovo compromesso. A guardare a Idlib però non è solo la comunità internazionale, ma anche i curdi.

Cosa ci guadagnano i curdi

Nel criticare l’avanzata governativa su Idlib e nel lanciare il suo ultimatum a Damasco, Erdogan ha minacciato anche un nuovo intervento nel nord-est contro le forze curde. Non a caso nei giorni scorsi si sono registrati nuovi attacchi contro le città di Tell Abyad e Ras al Ain, già sotto controllo militare turco a seguito dell’operazione Sorgente di pace lanciata dalla Turchia il 9 ottobre. Le milizie cooptate dalla Turchia in quest’ultimo caso non hanno ottenuto risultati particolarmente brillanti, non essendo riusciti a sottrarre altro territorio alle Forze democratiche siriane, che nel mentre sono passate dal campo di battaglia a quello diplomatico. Nei giorni scorsi l’Amministrazione del Rojava ha infatti incontrato i rappresentati del regime siriano nella base militare russa di Hmeimim dietro iniziativa della Russia, segno di un ulteriore riavvicinamento tra curdi e siriani.

Le Sdf, come confermato da alcune fonti ad Al-Monitor, continuano ad avere ben poca fiducia negli Stati Uniti e vedono in un accordo con Putin e Bashar al Assad una possibilità per tutelare l’autonomia del Rojava e della sua popolazione. Ed è qui che entra in gioco la nuova escalation tra Russia e Turchia. Se la tensione dovesse continuare a salire e si arrivasse a un confronto diretto tra le due potenze, i curdi si sono detti pronti a intervenire a sostegno delle forze di Assad. Nello specifico, la loro idea è di aprire un secondo fronte di scontro con le truppe di Ankara nell’area compresa tra Tell Rifaat-Manbij-Jarablus e di attaccare le milizie filo-turche presenti nel nord-est. Inoltre, in caso di escalation, la Russia dovrebbe essere meno tollerante nei confronti della presenza turca nel Rojava, rendendo quindi più facile la resistenza curda a danno delle forze sostenute da Ankara. Se invece la tensione dovesse rientrare, le Sdf avrebbero ben poco da guadagnare. La Russia non avrebbe alcun interesse nell’avallare le richieste politiche dei curdi, né nel limitare i movimenti delle milizie fedeli alla Turchia o della Turchia stessa nel nord-est. Le prossime settimane saranno decisive per tutte le forze coinvolte nella guerra in Siria.

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