La geopolitica della corsa allo spazio
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Il colpo all’incrociatore russo Moskva segna un inevitabile “turning point” sul fronte del Mar Nero. Kiev ha rivendicato l’attacco, dicendo che sarebbe avvenuto con missili Neptune. Mosca, dal canto suo, non ha smentito i danni alla nave ma ha parlato di esplosione nel deposito delle munizioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha affermato che il personale a bordo è stato evacuato e che il Moskva mantiene capacità di galleggiamento e senza che sia stato danneggiato l’armamento missilistico principale.

Al netto delle due versioni, che al momento risultano difficilmente verificabili, quello del Moskva è in ogni caso un colpo estremamente duro per la Flotta del Mar Nero. Il fronte meridionale della guerra in Ucraina è stato per certi versi sottovalutato da molti osservatori ritenendo più doveroso concentrarsi sugli sforzi militari di Mosca nella parte settentrionale e orientale del Paese. Le forze di terra e quelle aeree hanno martellato e assediato le principali città ucraine. Mentre a sud, soprattutto con l’esigua flotta ucraina già duramente colpita il primo giorno di guerra, i giochi sembravano chiusi in attesa del trionfo che sarebbe dovuto giungere attraverso l’avanzata delle truppe russe e filorusse.

La guerra però ha una dinamica molto fluida. Le ultime indicazioni da parte del Cremlino – vuoi per accettazione del fallimento, vuoi per impossibilità di condurre la guerra su più fronti, vuoi per reali obiettivi strategici palesati dopo un mese – avevano fatto intendere che l’impegno russo si sarebbe spostato sul fronte sudorientale, blindando Donbass e Crimea congiungendoli via terra. E questa svolta manifestata da Mosca doveva essere la certificazione di un’attenzione rivolta proprio dove sono impegnate le forze navali russe, quindi tra Mar Nero e Mare d’Azov.

La cosiddetta “fase due”, quindi, avrebbe dovuto ricevere un nuovo impulso sul fronte marittimo, dove appunto il Moskva rappresentava non solo la nave ammiraglia della Flotta del Mar Nero, ma in generale la punta di lancia (per quanto ancora abbastanza inutilizzata) di tutte le operazioni del campo meridionale. Centrale di comando che costituiva sia l’emblema della forza russa – soverchiante in termini di numeri rispetto a quella ucraina – sia una minaccia costante per le difese costiere di Kiev.

Tuttavia, in questa seconda fase del conflitto, proprio sul Mar Nero si sono viste delle crepe particolarmente inquietanti per la strategia del Cremlino. E il danneggiamento all’incrociatore classe Slava è solo l’ultimo di una serie di elementi che, se uniti, mostrano come i piani d’attacco si siano complicati forse in modo irreversibile.

Per capirlo bisogna partire dagli albori di questo conflitto, cioè addirittura prima che iniziasse la cosiddetta “operazione militare speciale”. La Marina russa, durante la fase di preparazione della guerra, decise di rafforzare il dispiegamento nel Mar Nero arrivando ad avere una ventina di navi davanti alle coste ucraine (escludendo, quindi, sottomarini e pattugliatori più piccoli). Di queste navi, quasi tutte quelle da sbarco provenivano dalla Fotta del Nord e dalla Flotta del Baltico, con uno schieramento che ha di fatto indebolito i comandi settentrionali. L’idea era quella di blindare la presenza navale a sud in attesa che le forze terrestri prendessero il sopravvento sia sul fronte meridionale che su quello orientale. Lo dimostra l’impiego dello stesso incrociatore Moskva, che dal punto di vista tattico veniva per lo più schierato come minaccia che come vera arma decisiva nel conflitto. Se non per quel bombardamento iniziale all’isola dei Serpenti vicino alla quale sembra essere avvenuto anche l’attacco di ieri. Ma questo uso limitato della flotta lo conferma anche il fatto che il temuto sbarco di Odessa non è mai avvenuto, sia per l’esiguo numero di navi per questo scopo, sia perché nella dottrina russa questo tipo di operazioni non avviene se non una volta garantito da un massiccio impiego delle forze terrestri.

Tornando all’attualità, il 24 marzo i satelliti Usa avevano confermato una prima notizia particolarmente importante: gli ucraini avrebbero affondato nel porto di Berdiansk la nave da sbarco Saratov e gravemente danneggiato altre due unità, ma classe Ropucha: il Caesar Kunikov e il Novocherkassk. Qualche settimana prima, dall’Ucraina erano partiti dei missili che avevano colpito il Vasily Bykov. Non attacchi paragonabili a quello con cui è stato messo fuori uso il Moskva, ma strike che hanno certamente avuto un impatto sulle manovre navali russe al punto che tanti analisti, osservando i movimenti della flotta, avevano notato una sorta di ripiegamento. Del resto, l’emorragia non è di poco conto se si ragiona su un fattore che, arrivati a questo punto, potrebbe avere un peso specifico non indifferente. La Turchia, applicando la Convenzione di Montreux, ha infatti chiuso da diverse settimane il passaggio del Bosforo alle unità militari che non fanno base nel Mar Nero. Non è una chiusura generalizzata, perché fatto salvo il coinvolgimento diretto nel conflitto da parte di Ankara, possono comunque passare attraverso lo stretto le navi che fanno rientro nelle proprie basi. Ma a questo punto il rafforzamento con unità di altre flotte diventa difficoltoso, e questo potrebbe provocare un’ulteriore escalation diplomatica tra Mosca, Ankara e dunque la stessa Alleanza Atlantica. Il problema, alla luce del colpo alla nave più potente della Flotta del Mar Nero, rischia di esplodere in maniera fragorosa.

A questo tema, si aggiunge poi un altro elemento: come è avvenuto l’attacco (o l’incidente). Perché in qualsiasi caso, il danneggiamento del Moskva può rappresentare il campanello d’allarme definitivo sul rischio delle operazioni russe in tutta la guerra.

La versione della Federazione Russa, riportata da Tass, è che la nave sia stata gravemente danneggiata “a causa della detonazione di munizioni avvenuta a seguito di un incendio”. L’equipaggio è stato evacuato ma da Mosca non hanno dato alcuna indicazione sul numero di feriti o eventuali morti. Quello che però è evidente è che se anche non si sia trattato di un attacco, questo implica per la Russia non solo la perdita di una delle principali navi da guerra, ma anche una sconfitta di immagine enorme, che si somma anche ai dubbi che si possono leggere su alcuni canali social riguardo un eventuale sabotaggio. Il fatto che la Flotta del Mar Nero perda la sua ammiraglia per un incidente, non è un fatto molto meno grave di perderla per via di un attacco nemico. E anzi confermerebbe proprio quei sospetti sulla impreparazione e obsolescenza delle forze armate già palesata nel settore terrestre e aereo. Reputazione e morale sono quindi i primi danneggiati al pari dei piani d’attacco russi sul Mar Nero. E come spiegato alla Cnn da Carl Schuster, un tempo a capo del centro di intelligence congiunto dello US Pacific Command, “solo la perdita di un sottomarino strategico o del Kutznetsov, l’unica portaerei russa, potrebbe infliggere un colpo peggiore alla morale dei russi ed alla reputazione della loro Marina”.

Se invece venisse confermata la versione ucraina, o meglio, del governatore di Odessa, e cioè che a colpire la nave sarebbero stati i Neptune, la questione prenderebbe una piega diversa ma non meno importante (e allarmante) per la Russia. Fino a questo momento, infatti, Kiev non aveva utilizzato il sistema antinave di fabbricazione ucraina perché considerato ancora in una fase “sperimentale”. Non a caso, proprio a margine dell’incontro del 9 aprile tra il presidente Volodymyr Zelensky e il premier britannico Boris Johnson, il governo di Londra aveva emesso una nota in cui spiegava che, tra le altre cose, avrebbe rifornito l’Ucraina di sistemi missilistici antinave. In entrambi i casi, l’evoluzione della capacità missilistica ucraina segna per la Marina russa un duplice problema: o accetta di finire sotto il fuoco nemico, oppure, senza rinforzi, si troverà costretta ad allontanare le sue forze di superficie più importanti. In quest’ultimo caso, spiegano gli analisti, condannerebbe la flotta a diventare irrilevante nelle dinamiche belliche.

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