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Le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud mancavano all’appello dal 2018. Le tradizionali Ulchi Freedom Shield furono infatti sospese da Doland Trump nel tentativo di approfondire un complicato dialogo di pace con la Corea del Nord di Kim Jong Un. Lo scorso 22 agosto, e fino al prossimo 1 settembre, le forze armate statunitensi e sudcoreane hanno riesumato l’ormai consolidata tradizione, nonostante le tensioni presenti in Asia e le possibili reazioni stizzite di Pyongyang.

Le manovre, le più grandi mai effettuate nel corso degli ultimi anni, comportano manovre sul campo e pure simulazioni a fuoco vivo, oltre al coinvolgimento di molteplici mezzi e truppe. Un’altra importante novità riguarda l’affiancamento delle esercitazioni tra Seul e Washington ad altre operazioni con il Giappone. Prima dell’inizio ufficiale delle Ulchi Freedom Shield, dall’8 al 14 agosto, si è infatti svolta un’azione a tre di difesa missilistica al largo delle Hawaii, in seno all’esercitazione Pacific Dragon (che dal prossimo anno dovrebbe includere anche Australia e Canada).

L’intensificarsi di simili pratiche ha ragioni ben precise, ricollegabili ai tumulti che attraversano l’intera regione. La stampa sudcoreana ha ricordato che Corea del Sud e Stati Uniti hanno ripreso le manovre congiunte in risposta all’aumento della tensione con la Corea del Nord. Da questo punto di vista, l’obiettivo consiste nel ricostruire – e, se possibile, saldare a doppia mandata – l’alleanza Seul-Washington in chiave anti Pyongyang. Ma non c’è soltanto Kim a guastare i sonni dei partner statunitensi nell’area.

La chiamata in causa del Giappone, nonostante le storiche rivalità con la Corea del Sud, e il probabile allargamento di altre manovre militari a Canberra e Ottawa, sottintende che gli Usa vogliano lanciare un chiaro segnale di forza anche (e soprattutto) alla Cina. Joe Biden, a differenza del suo predecessore, sta cercando di tessere una vera e propria ragnatela di alleanze asiatiche capace di arginare l’espansione cinese. Al momento sembrano aver risposto all’appello sia Seul che Tokyo, anche se enetrambe devono comunque tener conto dei fondamentali rapporti economici con Pechino. Mantenere l’equilibrio non sarà affatto facile.



Le Ulchi Freedom Shield

Gli Stati Uniti stazionano sul territorio della Corea del Sud un contingente di circa 28.500 militari. Archiviata la parentesi Trump, e pure la presidenza sudcoreana di Moon Jae In, i due Paesi hanno riesumato le esercitazioni congiunte. Anzi, il neo presidente Yoon Suk Yeol si era impegnato già nei mesi scorsi, prima e dopo il suo insediamento, a “normalizzare” le manovre militari Usa-Corea, che erano state significativamente ridotte nella loro portata sul campo, sia in risposta alla pandemia di Covid-19, che ai tentativi di distensione con la Corea del Nord.

I dettagli delle operazioni non sono stati resi noti, anche se le esercitazioni passate avevano coinvolto decine di migliaia di soldati e un gran numero di navi da guerra e carri armati. Secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero includere attacchi congiunti simulati, rinforzi in prima linea di armi e carburante e rimozioni di armi di distruzione di massa. Il Ministero della Difesa sudcoreano ha presentato le Ulchi Freedom Shield come una forma di adattamento ai progressi dei programmi balistico e nucleare di Pyongyang.

Seul ha inoltre precisato che le forze armate dei due Paesi effettueranno 11 esercitazioni congiunte sul campo, inclusa una a livello di brigate. “Il significato di questo esercizio congiunto è ricostruire l’alleanza Corea del Sud-Stati Uniti e consolidare la posizione di difesa combinata normalizzando esercitazioni combinate e addestramento sul campo”, ha ribadito la Difesa sudcoreana.

Una nuova escalation?

Al netto delle citate esercitazioni congiunte, in Asia ci sono numerosi segnali anticipatori di un nuovo ciclo di escalation. Prendiamo la Corea del Nord. Pyongyang ha rifiutato una recente offerta di aiuto di Seul e, con ogni probabilità, si prepara per effettuare il suo settimo test nucleare. Il tutto nel bel mezzo di una situazione di stallo diplomatico con Washington e all’importante mutamento delle dinamiche di sicurezza nella regione.

Pochi giorni fa Kim Yo Jong, influente sorella di Kim ha respinto l’aiuto economico che Yoon avrebbe offerto al Nord in cambio della denuclearizzazione del Paese, definendo “assurda” la proposta del leader sudcoreano, e avvertendo che Pyongyang non avrebbe mai “barattato” il suo deterrente nucleare con gli aiuti. Nelle scorse settimane, inoltre, il governo nordcoreano aveva affermato di essere “pronto a mobilitare” la sua capacità nucleare in qualsiasi guerra con gli Stati Uniti.



Come se non bastasse, Kim ha ripreso i test missilistici (quest’anno se ne contano già una trentina, compreso il primo lancio di un missile balistico intercontinentale dal 2017) e si ipotizza che si stia preparando a condurre un test nucleare. Se così fosse, ovvero se il Nord dovesse testare un ordigno nucleare, gli Stati Uniti hanno fatto sapere che prenderanno in considerazione la possibilità di dispiegare risorse strategiche nella regione. Risorse strategiche, si badi bene, che potrebbero teoricamente includere armi nucleari tattiche. A quel punto entrerebbe in gioco anche la Cina, per niente felice di assistere ad un eventuale riarmo asiatico a trazione statunitense. Dal punto di vista di Washington, è vero che le esercitazioni con i partner locali prendono di mira le minacce di Pyongyang, ma queste hanno un’interessante capacità multiuso che può essere sfruttata anche per lanciare messaggi indiretti a Pechino.

Nel frattempo il Comando di stato maggiore congiunto sudcoreano ha riferito che lo scorso 23 agosto aerei militari russi sono entrati nella zona di identificazione della difesa aerea della Corea del Sud (Kadiz) “senza alcun preavviso”, spingendo l’aeronautica di Seul a far decollare i suoi jet. Le incursioni di aerei militari russi e cinesi sono sempre più frequenti. Una minaccia in più da considerare, in mezzo a tante altre minacce incrociate.

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