Stando a quanto si apprende, il drone Reaper dell’Aeronautica Militare Italiana andato distrutto in Medio Oriente era “rimasto alla base aerea di Ali Al Salem dopo che Roma ha deciso di non trasferirlo per evitare qualsiasi mossa che potesse essere percepita come un coinvolgimento nella guerra contro l’Iran“. Il velivolo, distrutto a terra nel corso di un attacco missilistico, è diventato un bersaglio nonostante che l’Italia non abbia partecipato all’Operazione Epic Fury.
A riportare la notizia è stato il Corriere della Sera che, sulla base di fonti autorevoli e informate sui fatti, ha riferito che il drone andato distrutto nel corso di un attacco iraniano sferrato il 15 marzo contro la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, era un MQ-9A Reaper, o Predator B, dell’Aeronautica Militare Italiana, colpito mentre si trovava all’interno del suo hangar. Il velivolo a pilotaggio remoto faceva parte della flotta di sei Predator B del 32° Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana ed era stato assegnato alTask Group Araba Fenice del Comando Nazionale Contingente Aereo Italiano/Task Force Aerea Kuwait per svolgere missioni di Intelligence, Surveillance and Reconnaissance nell’ambito di Prima Parthica, il contributo italiano alla campagna multinazionale contro Daesh in Iraq e Siria. Il Task Group Araba Fenice opera dalla base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dall’ottobre 2014.
Poco dopo l’attacco, lo Stato Maggiore della Difesa italiano aveva rilasciato la dichiarazione ufficiale: “Questa mattina, la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita personale e mezzi statunitensi e italiani, è stata bersaglio di un attacco con droni che ha colpito un hangar che ospitava un velivolo a pilotaggio remoto appartenente all’Aeronautica Militare Italiana. Il velivolo è stato distrutto. Ho immediatamente parlato con il Colonnello Mangini per accertarmi delle condizioni del personale italiano presente alla base. Al momento dell’attacco, tutto il personale era illeso e non coinvolto. Ho prontamente informato il Ministro della Difesa Crosetto dell’accaduto e rimango in costante contatto con lui per monitorare continuamente la situazione di tutti i nostri contingenti all’estero“. Secondo quanto si apprende, una delle opzioni prese in considerazione dalla nostra Aeronautica Militare era stata quella di far decollare e dislocare altrove tutti i velivoli schierati nei siti a rischio per evitare che potessero essere colpiti a terra, ma si è ritenuto che una “mossa difensiva” di questo tipo avrebbe potuto essere interpretata come un atto ostile.
All’epoca dei fatti alcune fonti OSINT diffusero l’ipotesi che, oltre al drone, due caccia Eurofighter dell’AM fossero stati “danneggiati”. Questa informazione non trova ulteriori riscontri né conferme. Sempre stando a quanto riferito, sottolinea David Cenciotti di The Aviationist, quattro Eurofighter italiani erano schierati in Kuwait al momento dell’attacco e tre di questi hanno fatto ritorno in Italia pochi giorni dopo. Ciò ridurrebbe gli eventuali danni a un solo velivolo, qualora tali danni fossero stati effettivamente inflitti. L’Aeronautica Militare Italiana, lo Stato Maggiore della Difesa e il Ministero della Difesa non hanno rilasciato informazioni in merito. Il drone MQ-9A distrutto a terra nel raid di ritorsione del 15 marzo rimane pertanto l’unico velivolo perso dall’AM nello scontro che ha infiammato il Golfo Persico e attende ancora una ricostruzione definitiva.
L’MQ-9A è un sistema aereo a pilotaggio remoto di classe strategica, capace di operare a media e alta quota con lunga autonomia. È impiegato principalmente in missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), ma può svolgere anche compiti di pattugliamento terrestre e marittimo, ricerca e soccorso, scorta di convogli e protezione di infrastrutture e forze dispiegate. L’integrazione tra i sensori di bordo e l’attività degli equipaggi consente di individuare minacce, monitorare vaste aree operative e condividere rapidamente le informazioni raccolte con i partner della coalizione.
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