Contrariamente a quanto si possa pensare, le presidenziali americane non hanno avuto una grande eco mediatica tra i libici. Non sono mancati approfondimenti e interessamenti su quanto è accaduto il 3 novembre al di là dell’oceano, al tempo stesso però non c’è stata quell’attenzione prestata in altre competizioni elettorali a stelle e strisce. E questo per almeno due motivi. Da un lato in Libia la scia di morte e distruzione della guerra è così lunga che la stessa popolazione è sorda ad ogni aspettativa, figurarsi poi se proveniente dall’estero. Dall’altra lato, le ultime mosse politiche e l’inizio del vertice di Tunisi sul futuro assetto del Paese hanno messo in secondo piano altri eventi. Tuttavia, tanto a Tripoli quanto a Bengasi l’esito elettorale non ha mancato di suscitare reazioni.
Cosa si aspettano i libici dagli Usa
Assodato che ai libici delle elezioni americane non è importato molto, lo stesso di certo non si può dire per la classe politica del Paese nordafricano. Il premier Fayez Al Sarraj è stato tra i primi leader africani a congratularsi con il presidente eletto Joe Biden, inviandogli un messaggio volto alla reciproca collaborazione. Ma in quel di Tripoli l’arrivo alla Casa Bianca del candidato democratico viene visto con non poca diffidenza. Così come sottolineato da Davide Ruvinetti su Formiche, l’impressione è che Biden proverà a dare una certa ridimensionata alle velleità della Turchia. Una circostanza che avrebbe un forte impatto sulla Libia, visto che Ankara è il principale alleato del governo tripolino. Senza il supporto di mezzi e uomini, oltre che di mercenari prelevati dalla provincia siriana di Idlib, le forze vicine al governo di Al Sarraj non avrebbero potuto costringere l’esercito del generale Khalifa Haftar alla fuga da Tripoli. Da qui le preoccupazioni emerse dall’ovest del Paese.
Ma anche nella parte orientale non mancano timori e diffidenze. Donald Trump da presidente Usa, pur non avendo mai riconosciuto il governo stanziato in Cirenaica che ha rappresentato per anni il braccio politico di Haftar, non ha comunque preso le distanze dal generale. Anzi, nell’aprile del 2019 lo stesso Trump ha espresso compiacimento per la lotta al terrorismo intentata dall’uomo forte dell’est della Libia. A questo occorre aggiungere che i principali alleati di Haftar, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, hanno avuto negli ultimi tempi specialmente importanti relazioni con Washington. Tanto che in estate si è giunto all’accordo di Abramo, con il quale Abu Dhabi ha normalizzato le relazioni con Israele. Adesso a Bengasi temono un atteggiamento più freddo di Biden sia verso il generale che verso le istituzioni della Cirenaica.
Gli spettri del 2011
L’eco degli esiti delle elezioni Usa è arrivato indubbiamente anche all’interno delle stanze di Tunisi dove si sta tenendo il vertice intra libico. Obiettivo di queste intense consultazioni è creare i presupposti per dare al Paese un preciso assetto istituzionale, a partire dalla formazione di un esecutivo unitario e riconosciuto da tutti. Tra i 75 delegati presenti nella capitale tunisina, ad aleggiare nei commenti verso il risultato delle consultazioni americane è lo spettro della primavera araba del 2011. In particolare, si rimproverano a Biden le responsabilità dell’amministrazione Obama di cui era vice presidente e in cui il segretario di Stato era Hillay Clinton. Quest’ultima è tra le principali artefici dell’appoggio al piano di bombardare la Libia, azione che ha portato poi alla destabilizzazione del Paese di cui ancora oggi si piangono le conseguenze.
A Biden inoltre, soprattutto nella parte orientale, viene attribuita anche la responsabilità di un massiccio appoggio dato ai Fratelli Musulmani in tutta la regione proprio durante le primavere arabe sfociate quasi dieci anni fa. Un “biglietto da visita” per il candidato vincente delle consultazioni del 3 novembre scorso non certo lusinghiero agli occhi di molti delegati in questo momento impegnati a Tunisi.
La strategia degli ultimi anni
Molto probabilmente comunque l’azione della Casa Bianca sul dossier libico da gennaio in poi non subirà grossi cambiamenti. E questo vorrà significare interventi mirati solo tra i meandri della diplomazia, a differenza di quanto visto in anni precedenti dove, come accaduto ad esempio nel 2016, gli Usa hanno attuato azioni militari volte a sconfiggere l’Isis a Sirte. L’amministrazione Trump non ha fissato la Libia tra le sue priorità, lasciando maggior spazio agli attori regionali. Negli ultimi mesi, complice una sempre più marcata influenza di Turchia e Russia nel dossier, Washington ha agito a livello politico. C’è ad esempio la mediazione americana nell’annuncio del cessate il fuoco dello scorso agosto. Biden dovrebbe proseguire su questa strada, ma con un interessamento in grado di risultare più corposo anche a livello mediatico. E con una strategia figlia comunque delle decisioni che verranno prese sul posizionamento Usa nel Mediterraneo.