Ci sono quasi 8mila chilometri di distanza a sperare la Turchia dalla Corea del Nord. Le relazioni diplomatiche tra Ankara e Pyongyang sono “limitate”, come si può leggere sul sito del ministero turco per gli Affari Esteri. C’è un memorandum d’intesa firmato a Pechino il 15 gennaio 2001, che è servito per istituire relazioni diplomatiche ufficiali, così da consentire all’ambasciata turca in Corea del Sud di seguire questioni riguardanti il Nord e a quella nordcoreana in Bulgaria di fare altrettanto per quanto concerne il territorio turco. Tranne l’accreditamento reciproco, non c’è nient’altro di rilevante, se non che Ankara “è a favore di una penisola coreana denuclearizzata”, “sostiene le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” ed è quindi favorevole alle “sanzioni internazionali contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea”. Insomma, oltre a non esserci uno stretto legame politico, tra le parti non scorre nemmeno buon sangue.

Una strategia molto simile

Recep Tayyip Erdogan e Kim Jong Un, ovvero i leader dei due Paesi citati, non si conoscono, incarnano due modelli governativi agli antipodi, si sono sempre ignorati e probabilmente continueranno a farlo per molto tempo ancora. In poche parole, sono tra loro più diversi di quanto non si possa immaginare. Eppure, nonostante un paragone tout court sia illogico e impensabile, ci sono alcuni punti di contatto, individuabili analizzando le rispettive strategie in politica estera. Sia Erdogan che Kim chiedono qualcosa alla comunità internazionale. Il “cosa” è una variabile che cambia e muta a seconda dei periodi; in generale, la richiesta più marcata della Turchia l riguarda ingenti somme di denaro per bloccare i flussi migratori, mentre la Corea del Nord si limita a volere la fine delle sanzioni economiche. Altra affinità: il Sultano e il leader nordcoreano hanno il coltello dalla parte del manico e possono ricattare i loro interlocutori. Il primo con l’intimidazione di inondare l’Europa di profughi, il secondo con l’eventualità di usare l’arma atomica in caso di guerra. D’altronde, essere in grado di sfilare il coltello dal fodero dell’avversario è pur sempre un’abilità non da poco.

Tirare la corda senza romperla

I due capi di Stato non agiscono da soli, perché se fossero semplici cani sciolti Washington non avrebbe problemi nel mangiarseli in un sol boccone. Così come Erdogan ha alle spalle un amico molto potente che si chiama Russia, Kim può vantare di avere una relazione speciale con la Cina di Xi Jinping. Dunque, ogni passo falso fatto contro Ankara e Pyongyang capace potenzialmente di danneggiare gli interessi di Mosca e Pechino potrebbe provocare reazioni pericolose da parte di questi ultimi. Ma l’affinità più evidente tra Erdogan e Kim è la strategia usata per relazionarsi con il resto del mondo: entrambi provocano tensioni con le loro azioni (il primo con l’invasione in Siria, il secondo con i test missilistici), tirano la corda ma stanno bene attenti a rilasciarla prima che questa possa rompersi, provocando danni irreversibili. Così facendo convincono gli interlocutori ad alzare sempre di più la posta in gioco. Mentre loro continuano a portare avanti i loro piani. Pura Realpolitik.

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