La tensione tra Israele ed Hezbollah continua a salire. Dopo il bombardamento israeliano contro le postazioni siriane e pro-iraniane a sud di Damasco, nuovi scontri si sono registrati lunedì 27 luglio al confine tra Israele e Libano, più precisamente nella zona delle Fattorie Shebaa. L’area ricade all’interno della cosiddetta Blue Line, la fascia di sicurezza gestita dalla missione di peacekeeping dell’Onu (Unifil) e tuttora contesa tra Israele, Libano e Siria. Si tratta di una zona remota e per lo più disabitata usata più volte come teatro di scontri a bassa intensità tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah. Ma cosa è successo di preciso il 27 luglio e cosa bisogna aspettarsi per il futuro?

Due versioni a confronto

La versione dell’incidente avvenuto lungo il confine tra Israele e Libano fornita dall’Esercito israeliano (Idf) e dal gruppo Hezbollah, come era facilmente prevedibile, non combacia. Secondo quanto riferito dalle Idf, una cellula composta da tre o cinque miliziani ha cercato di infiltrarsi in territorio israeliano nell’area delle Fattorie di Shebaa, riuscendo a penetrare solo di pochi metri all’interno del territorio sotto il controllo israeliano. A quel punto, i soldati hanno aperto il fuoco contro i miliziani di Hezbollah, costringendoli a ritirarsi senza riuscire a portare a termine l’attacco. Il portavoce delle Idf non ha specificato se i soldati israeliani avevano ricevuto o meno il consenso a sparare per uccidere, ma diversi analisti escludono questa possibilità: l’uccisione di un altro miliziano avrebbe aumentato la tensione con Hezbollah e spinto il gruppo a cercare un’ulteriore vendetta. Il fallito attacco della milizia ha comunque fatto alzare il livello di allerta delle truppe israeliane, che hanno chiuso le strade al confine e invitato i residenti a non lasciare le proprie abitazioni e a non recarsi nei campi per non correre rischi inutili. Poche ore dopo l’incursione, l’ordine è stato revocato e la vita nell’area è tornata alla “normalità”.

La versione fornita da Hezbollah, come detto, è stata ben diversa. L’organizzazione in un primo momento ha negato l’esistenza di un’operazione nelle Fattorie Shebaa, accusando Israele di aver inventato la notizia per scopi propagandistici, per poi attribuire la causa dell’incidente lungo il confine “allo stato di terrore vissuto dall’esercito sionista occupante e dai coloni che vivono lungo il confine con il Libano”. A riportare la notizia è stata anche l’emittente al-Mayadeen, che ha specificato come i miliziani siano riusciti a entrare nelle Fattorie Shebhaa e a sparare un missile guidato anticarro contro le Idf.

Le reazioni

L’incidente al confine ha immediatamente scatenato le reazioni del mondo politico israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu ha abbandonato la conferenza del suo partito per incontrare il ministro della Difesa Benny Gantz e il Capo di Stato maggiore Aviv Kochavi e ha condannato con fermezza l’episodio. “Primo: non permetteremo all’Iran di trincerarsi militarmente al nostro confine con la Siria, questa è la politica che ho fissato anni fa. Secondo: il Libano ed Hezbollah avranno la responsabilità di qualsiasi attacco contro di noi che arrivi dal territorio libanese. Terzo: le Idf sono preparate per qualsiasi scenario”. Parole che fanno eco a quelle pronunciate anche da Gantz durante la riunione con i suoi deputati: “Le forze armate continueranno a impedire il trinceramento iraniano, nonché il trasferimento di armi e sistemi di precisione (…) Come ministro della Difesa, esorto a non osare a metterci alla prova. Chiunque ci provi troverà un esercito pronto e risoluto a proteggere i cittadini di Israele e la sua sovranità”. Anche per Gantz, a pagare il prezzo degli attacchi contro Israele saranno Siria e Libano.

A intervenire nella questione è stato anche il portavoce del comando dell’Unifil, Andrea Tenenti, che ha condiviso l’appello alla “massima moderazione” del generale Stefano Del Col, in contatto con entrambe le parti per cercare di evitare una nuova escalation nella regione. Come già detto, da Hezbollah sono giunte dichiarazioni molto vaghe e tese per lo più a sminuire l’importanza dell’operazione e del suo esito, anche se nei giorni scorsi Naim Qasser, uno dei più importanti uomini del Movimento, aveva negato la prospettiva di una guerra aperta.

Una guerra psicologica

Le parole di Qasser sono solo in parte rassicuranti. È vero che Hezbollah difficilmente ingaggerebbe una guerra aperta contro Israele, avendo tutto da perdere in uno scontro diretto contro l’esercito israeliano – soprattutto in un momento di particolare debolezza del Libano – ma il pericolo di nuove operazioni resta elevato. Il Partito di Dio ha infatti giurato vendetta per la morte di un suo miliziano a seguito del bombardamento israeliano contro le postazioni filo-iraniane in Siria, mettendo in allarme Israele e costringendo l’esercito ad aumentare la propria presenza lungo il confine con la Siria. “La nostra risposta al martirio del fratello Ali Kamel Mohsen, che è diventato martire a causa dell’aggressione sionista a Damasco, sta per arrivare. I sionisti devono solo aspettare la punizione per i loro crimini”. L’avvertimento di Hezbollah e le parole di vendetta pronunciate dal suo stesso leader fanno capire come il Partito di Dio, non potendo permettersi uno scontro diretto con l’Iran, abbia optato ancora una volta per una guerra (anche) psicologica, minacciando attacchi che potrebbero essere lanciati da un momento all’altro secondo schemi già utilizzati in passato.

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