Cosa ci sta insegnando (sul piano militare) il conflitto in ucraina

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L’invasione russa dell’Ucraina cominciata lo scorso 24 febbraio ci sta dando una panoramica sulla guerra simmetrica (o semi-simmetrica come sarebbe meglio dire) come non succedeva dai tempi del conflitto nel Golfo del 1991.

Al netto del modo russo di condurre una guerra, differente da quello occidentale, è possibile pertanto apprendere alcune lezioni che riguardano non solo gli strumenti bellici moderni o le “tecnologie dirompenti” (disruptive technologies) come i missili ipersonici, che sono stati poco usati nel conflitto.

Mosca, infatti, negli ultimi 20 anni ha dimostrato di essere ancora legata alla dottrina sovietica del warfighting: gli interventi armati in Georgia (2008), Ucraina (2014) e Siria (2015) hanno dimostrato che il modo di combattere dei russi è ancora imperniato al dominio terrestre, lasciando quelli aereo e marittimo in posizione del tutto collaterale.

L’enfasi data al dominio terrestre nell’attuale conflitto in Ucraina può essere spiegata dal punto di vista geografico, in quanto i due Paesi sono confinanti e possiedono un’infrastruttura viaria e ferroviaria condivisa (se pur non diffusa), storico, per via delle lezioni apprese sulla superiorità di fuoco e di mezzi durante la Seconda Guerra Mondiale, e per via delle stesse condizioni dell’esercito russo, che rispetto all’aeronautica e alla marina rappresenta una forza in condizioni migliori in quanto i mezzi blindati e corazzati, se pur per la maggior parte ereditati dall’Unione Sovietica, hanno un elevato livello di approntamento e soprattutto sono numericamente più disponibili rispetto a un cacciabombardiere o a una un’unità militare, che necessitano di mesi/anni per essere messi in servizio stante il regime sanzionatorio che pesa sull’industria russa sin dal 2014.

Se la dottrina occidentale si concentra sul potere aereo e sull’impiego di forze speciali, quella russa si affida ancora alla massa di fuoco dell’artiglieria e alla forza d’urto delle Brigate/Battaglioni corazzati, da utilizzare come “rullo compressore” (gli anglosassoni lo definiscono “thunder run”) per schiantare le difese avversarie.

La prima lezione che possiamo apprendere dall’invasione dell’Ucraina è proprio inerente al peso dell’artiglieria e delle forze corazzate: nonostante tutti i limiti evidenziati dall’azione russa, determinati da caratteristiche intrinseche a causa della stessa modificazione dell’ordine di battaglia basato sui più snelli BTG (Gruppi Tattici di Battaglioni) invece delle normali Brigate/Divisioni (ad es. catena di comando inefficace, unità non al completo, allungamento delle linee di rifornimento quindi difficoltà di protezione delle stesse), la guerra ha mostrato come i bombardamenti di artiglieria (e di missili) siano centrali per ottenere il vantaggio tattico sul campo di battaglia e come i reparti corazzati (nonostante carri armati a volte obsoleti), rappresentino ancora quella massa d’urto in grado di penetrare a fondo nel territorio nemico. Queste considerazioni sono però valide solo per la particolarità del conflitto ucraino, dove praticamente non esiste una forza aerea ostile in grado di interdire i movimenti delle truppe a terra: l’aeronautica ucraina, sebbene non sia stata “spazzata dai cieli”, non ha mai avuto possibilità di effettuare un contrasto efficace alle unità corazzate russe per via della sua scarsa consistenza numerica e di velivoli sostanzialmente non idonei, non tanto perché di vecchia generazione, ma perché in parte non pronti al combattimento.

Apriamo una piccola parentesi sulle operazioni aeree. La Russia non ha ottenuto né la supremazia, né la superiorità aerea nel conflitto, sia perché i cacciabombardieri delle Forze Aerospaziali Russe (Vks – Vozdushno-Kosmicheskiye Sily) vengono impiegati come artiglieria volante lungo le direttrici di attacco, sia perché gli attacchi missilistici/aerei delle prime ore del conflitto hanno mancato diversi sistemi da difesa aerea ucraina e velivoli che erano stati preventivamente decentrati – dimostrando peraltro una carenza della capacità di intelligence. Questo si spiega proprio per la dottrina della guerra russa imperniata sulle operazioni terrestri, quindi la superiorità aerea viene mantenuta solo localmente – da parte di caccia Sukhoi Su-30/35 – sulle linee di avanzamento dell’offensiva terrestre.

Una lezione appresa da questo conflitto riguarda, invece, gli Uav (Unmanned Air Vehicle), comunemente conosciuti come droni. Questa volta sono stati gli ucraini a dimostrare come l’utilizzo di sistemi senza pilota, anche di tipo civile, abbiano avuto un decisivo impatto nell’esito del conflitto. Guardando, ad esempio, ai droni normalmente reperibili in commercio, questi sono stati usati dall’esercito di Kiev per osservazione/ricognizione e direzione del tiro di artiglieria, oltre che per sganciare piccole bombe da mortaio su mezzi e trincee dei russi. I droni militari, come i Bayraktar, sono stati usati in modo esteso e si sono dimostrati risolutivi solo nella campagna aerea sull’Isola dei Serpenti, bersagliata da questi droni, dall’artiglieria, e dai cacciabombardieri ucraini dalla sua caduta in mani russe sino al ritiro dell’esercito di Mosca. Guardando ancora agli Uav va precisato che i russi hanno rimodulato il loro dispositivo antiaereo affiancando un maggior numero di dispositivi mobili (tipo Buk e Tor) alle forze meccanizzate/corazzate e ottenendo il risultato immediato della cessazione dei raid di Bayraktar sulle direttrici di avanzata in Donbass. Utilizzati anche droni da ricognizione ma soprattutto le loitering munitions, che hanno dimostrato la loro efficacia nel colpire letalmente obiettivi come Mbt (Main Battle Tank) e altri mezzi corazzati.

Anche la logistica del conflitto ci sta dando importanti insegnamenti. Innanzitutto è emersa chiaramente la necessità di assicurare alle linee di rifornimento un’adeguata difesa dalla minaccia aerea e terrestre, secondariamente si è evidenziato come sia fondamentale avere depositi ben dispersi sul territorio e non troppo lontani dal fronte, infine la catena di approvvigionamento del munizionamento deve essere ripensata: in soli 4 mesi di conflitto entrambi i contendenti stanno vedendo le loro scorte di proiettili di artiglieria e razzi esaurirsi rapidamente, mentre la catena che va dalla produzione alla consegna richiede troppo tempo per riempire adeguatamente i magazzini.

La guerra sta dimostrando anche l’efficacia delle armi anticarro portatili (per quanto riguarda quelle antiaeree lo sappiamo già dai tempi dell’invasione sovietica in Afghanistan). Javelin, Nlaw e altri Atgm (Anti Tank Ground Missiles) di fabbricazione ucraina, hanno fatto vedere tutta la loro validità nel contrasto alle colonne blindate/corazzate russe sfruttando tattiche di guerriglia (ma non solo). Si tratta di armamenti “spendibili”, con un rapporto costo/efficacia alto, pertanto occorrerà pensare non solo a ridefinire i reparti di fanteria con più unità (magari più grandi del livello squadra/plotone) dotate di questi strumenti, ma anche a rivedere la dottrina di impiego dei mezzi corazzati e la progettazione degli stessi per garantire maggiore protezione.

Artiglieria e mezzi corazzati restano quindi al centro delle operazioni terrestri, e pertanto gli eserciti occidentali, che da troppo tempo hanno dimenticato il warfighting, devono adeguarsi e non affidarsi solo a una supposta superiorità tecnologica (i tank sono stati tutti messi in servizio tra gli anni ’80 e i primi anni ’90), ma cominciare a rimpolparne le fila. Dal punto di vista dei droni occorrerà pensare alla loro maggiore diffusione all’interno dei reparti – anche sulle unità navali – ma soprattutto a sistemi portatili in grado di eliminarne la minaccia.