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L’incrociatore russo Moskva, nave ammiraglia della Flotta del Mar Nero, è affondato tra giovedì e venerdì dopo aver riportato ingenti danni a bordo che ne hanno minato la capacità di galleggiamento. L’unità sembra che fosse a rimorchio diretta verso il porto di Sebastopoli, sede della Flotta, quando è andata a picco.

Ancora non sono chiare le esatte circostanze che hanno provocato l’incendio a bordo che ha causato, indirettamente, la perdita dell’incrociatore: l’Ucraina afferma di averlo colpito con due missili antinave Neptun, di fabbricazione locale, mentre la Russia afferma che l’incendio sia scaturito per un’incidente interno.

Nelle ultime ore hanno cominciato a circolare immagini e un brevissimo filmato della nave in fiamme che, però, ci permettono di effettuare una prima analisi che, unita ad altre considerazioni contingenti alla vicenda, ci permettono di cercare di fare luce sulle vere cause dell’affondamento.

Innanzitutto è bene chiarire da subito che si tratta davvero del Moskva. Il raffronto tra le immagini di repertorio della nave e quelle diffuse recentemente che la mostrano in fiamme e sbandata sul lato di sinistra, sono inequivocabili: si intravede, nel fumo, il caratteristico torrione principale coi radar da sorveglianza MR-710M “Fregat-M” e i canister di lancio dei missili da crociera antinave P-1000 Vulkan (SS-N-12 “Sandbox” in codice Nato), ma soprattutto la parte poppiera dell’unità navale, chiaramente visibile, permette di identificarla come il Moskva, della classe Atlant (o Slava in codice Nato). Anche la gru, che è al di fuori del suo alloggiamento, è identica e soprattutto la sua posizione ci suggerisce che sia stata usata per mettere a mare le lance presenti a bordo.

A tal proposito, facendo un raffronto tra le foto dell’incrociatore in fiamme e quelle precedenti, si può notare chiaramente che nelle prime mancano gli autogonfiabili sul lato di sinistra, segnale che l’equipaggio, dopo l’ordine di abbandono nave, ha potuto mettersi in salvo per la maggior parte, sfatando così la narrazione di Kiev che parla di più di 450 morti su un equipaggio che complessivamente conta circa 480/500 uomini.

Proseguendo nell’osservazione delle foto si nota anche che il danno maggiore, dato dalla colonna di fumo, è situato circa a centro nave, appena davanti ai fumaioli e in corrispondenza del torrione di poppa che sostiene il radar MP-800 “Flag” da ricerca a lungo raggio, mentre una seconda parte dello scafo risulta essere particolarmente annerita nella zona dell’hangar poppiero, appena dietro il radar 3R41 “Volna” di controllo del fuoco dei sistemi missilistici antiaerei imbarcati S-300F. Nella zona compresa tra questi due punti tutti gli oblò che si aprono nell’opera viva della nave sono caratterizzati da visibili scie nere date dal fumo, facendo supporre che l’incendio a bordo abbia interessato principalmente quest’ampia fascia di nave.

Nella zona a centro nave già indicata, sono presenti, sulle sovrastrutture, due Ciws (Close-In Weapon System) tipo AK630 da 30 millimetri (due per lato), mentre i pozzi di lancio dei missili S-300F (che sono alloggiati, all’interno, in un tamburo che ne può portare otto per un totale di 64 missili presenti) sono a poppavia dei fumaioli ma subito prima del torrione che sostiene il radar “Volna”, ovvero in una zona della nave che, come detto, è stata attaccata dal fuoco. I P-1000 (8 per lato) e il cannone principale binato da 130 millimetri (a prua) sembra che non siano stati attaccati dal fuoco.

La nave è visibilmente sbandata sul lato sinistro, e proprio i due punti sullo scafo più anneriti già considerati potrebbero essere due punti di impatto di missili da crociera antinave non meglio definibili (e dopo vedremo perché). Una foto ingrandita dell’area a centro nave sembra mostrare una piccola porzione di scafo piegata all’interno, compatibile con un probabile impatto missilistico. Pare quindi trovare conferma la tesi dell’attacco missilistico con vettori da crociera antinave – a guida radar – con profilo di volo sea skimming (a pelo d’acqua) che hanno colpito la Moskva nell’opera viva in due punti poco al di sopra della linea di galleggiamento, causando due esplosioni che hanno innescato un incendio incontrollabile da centro nave a poppavia che ha causato l’esplosione di riservette e depositi di carburante che hanno portato all’affondamento dell’unità navale.

Le fotografie del Moskva in fiamme sono state riprese dai rimorchiatori inviati dalla Flotta per prendere l’unità al traino (come individuato dall’analista H.I. Sutton si notano almeno tre unità oltre alla Moskva in un’immagine satellitare Sar – Syntethic Aperture Radar) e mostrano un mare pressoché calmo, smentendo così, dall’altro lato, la narrazione del Cremlino che dava l’unità affondata mentre era al traino per via del “mare tempestoso”. Anche una rapida ricerca delle condizioni meteo su quella parte del Mar Nero nelle giornate di giovedì 14 e venerdì 15 permettono di stabilire come non ci fosse maltempo nell’area in questione.

Chi scrive ritiene che l’unità sia stata colpita da due missili antinave, ma che non si tratti degli ucraini Neptun: esistono infatti delle considerazioni tecniche e contingenti che fanno ritenere possano essere stati due missili Harpoon britannici. Innanzitutto a oggi nessun video del lancio dei missili Neptun è stato diffuso da Kiev: qualcosa che, data la rivendicazione immediata dell’attacco e soprattutto l’ammissione russa della perdita della nave, avrebbe potuto essere sfruttata brillantemente dal punto di vista propagandistico. Secondariamente il Regno Unito ha affermato, qualche giorno fa, che avrebbe ceduto all’Ucraina alcuni missili antinave Harpoon, e una dichiarazione simile viene fatta, in linea teorica, solo quando gli armamenti sono stati già consegnati all’utente finale, onde evitare di attirare ulteriormente l’attenzione del nemico su un trasposto “vistoso” come la consegna di una batteria di Harpoon. È notizia recente, poi, che Londra ha confermato la presenza in Ucraina di istruttori militari delle forze speciali britanniche impegnati nell’addestramento delle truppe locali, ed è quindi ragionevole pensare che, prima del loro recentissimo ritiro – avvenuto non più tardi di 24 ore fa – abbiano insegnato agli ucraini come usare gli Harpoon.

Dal punto di vista tecnico, il Neptun non è ancora entrato pienamente in servizio nelle forze armate ucraine: il suo sviluppo è stato completato nel 2019 e i test sono stati completati nel 2020. Nel 2021 un sistema di pre-produzione è stato consegnato all’esercito ucraino per ulteriori verifiche e nello stesso anno il Ministero della Difesa di Kiev ha finanziato la produzione del primo lotto di sistemi di difesa costiera Neptun. Era previsto che i primi 18-19 veicoli lanciatori fossero consegnati nel 2022 ma la guerra (e la recente distruzione dello stabilimento di produzione) ne hanno rinviato la consegna sine die.



La perdita del Moskva, qualunque sia stata la causa, è un duro colpo per la Russia: l’unità, grazie alle sue dotazioni elettroniche e missilistiche, era il punto di riferimento delle operazioni belliche in quel settore del fronte. L’incrociatore era infatti una nave comando per via delle sue dotazioni C3 (comando, controllo, comunicazioni) e, grazie alla dotazione di S-300, prolungava notevolmente l’ombrello di interdizione aerea russo della bolla A2/AD situata nella penisola di Crimea, portando il suo braccio anche oltre il confine con la Romania quando incrociava nelle acque dell’Isola dei Serpenti. Ora la bolla di interdizione aeronavale russa è dovuta ripiegare sulla Crimea, lasciando il settore meridionale sino quasi a Odessa sostanzialmente scoperto di sistemi a lungo raggio.

La perdita del Moskva apre anche altri interrogativi di natura squisitamente tecnica. La nave, benché varata nel 1979, è stata rimodernata nei primi anni del 2000 quando è stata recuperata dalla “naftalina” in cui era stata messa a settembre del 1990, subendo interventi ai suoi impianti di bordo, soprattutto negli armamenti (vedere i P-1000) e nell’elettronica. Quello che è risultato carente a questo punto, però, è il sistema di controllo dei danni a bordo, in particolare quello di controllo degli incendi: non sappiamo esattamente se la Russia abbia in qualche modo ritoccato la compartimentazione e la sicurezza delle riservette di bordo, oppure se abbia implementato il sistema di spegnimento automatico degli incendi (non risulta guardando a fonti specializzate), ma quello che è certo è che l’incrociatore ha dimostrato gravi carenze da questo punto di vista che ne hanno causato l’affondamento. Anche la capacità dei sistemi di autodifesa ha stupito: il presunto attacco, che non è stato di saturazione come alcuni vanno raccontando, ha “bucato” le difese con relativa facilità dimostrando la difficoltà dei sistemi difensivi a intercettare due vettori missilistici che volano “a pelo d’acqua”, probabilmente anche perché dotati di qualche tipo di jammer per ingannare i radar di scoperta e ingaggio dei Ciws presenti a bordo.

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