“Never interrupt your enemy when he is making a mistake”, e cioè “Non interrompere mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore”, si legge in prima pagina sull’ultima copertina dell’Economist, con la figura chiara e nitida di uno Xi Jinping visibilmente soddisfatto, dietro a un Donald Trump sfocato.
Chiaro il significato: gli Stati Uniti stanno gestendo male la guerra contro l’Iran e la Cina, lungi dall’intervenire per richiamare alla calma, è lì che osserva il presidente statunitense commettere errori su errori. La versione ufficiale di Washington era del resto chiara: il conflitto iraniano avrebbe ridisegnato il Medio Oriente in favore degli Usa, indebolito Teheran (partner strategico di Mosca e Pechino), bloccato l’ascesa cinese, danneggiato il settore energetico del Dragone.
Ebbene, a circa un mese dall’inizio dei combattimenti questa logica appare, almeno agli occhi della Cina, quanto mai fuorviante e arrogante, visto che gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a piegare gli ayatollah. Nel frattempo Xi non resta del tutto immobile, come vorrebbe sottintendere qualcuno. Il gigante asiatico sta infatti utilizzando il Pakistan (ne abbiamo parlato qui) per mediare indirettamente con Trump. Lo dimostra l’incontro andato in scena a Pechino tra il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, e il suo omologo cinese, Wang Yi, e ancor più la proposta congiunta in cinque punti presentata per raggiungere la pace in Medio Oriente.
La proposta diplomatica di Cina e Pakistan
Innanzitutto, come ha spiegato il ministero degli Esteri cinese, il vis a vis tra Dar e Wang Yi ha avuto lo scopo di “rafforzare” la cooperazione tra Cina e Pakistan sul conflitto in Iran e di “compiere nuovi sforzi per promuovere la pace“.
Fino a pochi giorni fa, Pechino si limitava a condannare gli attacchi statunitensi e israeliani contro Teheran, a mantenere una posizione sostanzialmente neutrale, nonché a concentrare i propri sforzi sulla richiesta di un cessate il fuoco e negoziando – direttamente con gli iraniani – per il passaggio sicuro delle proprie petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. Adesso il Dragone ha partorito una proposta in cinque punti insieme a Islamabad.
Quali sono? Il primo: cessazione immediata delle ostilità e la richiesta del “massimo impegno per impedire che il conflitto si propaghi”. Il secondo: avviare i colloqui di pace il prima possibile, garantendo “l’indipendenza nazionale e la sicurezza dell’Iran e degli Stati del Golfo”. Il terzo: sicurezza degli obiettivi militari, e cioè assicurare la “protezione dei civili” e non prendere di mira infrastrutture di uso civile. Il quarto: garantire la sicurezza delle rotte di navigazione, a partire da quelle riguardanti lo Stretto di Hormuz. Il quinto: realizzare una pace duratura basata sui fini e sui principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La mossa di Pechino e il ruolo di Islamabad
Il Pakistan ha preso la faccenda sul serio. Si è, non a caso, posto al centro degli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco che ponga fine alla guerra con l’Iran e ha spinto affinché la propria capitale si trasformasse in una sede dei colloqui di pace.
Sfruttando i suoi rapporti con entrambe le parti (Stati Uniti e Iran), il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, e il capo dell’esercito, Syed Asim Munir, hanno comunicato con Trump e con il leader iraniano, Masoud Pezeshkian, oltre che con decine di altri leader mondiali. Aspetto ancor più rilevante è che al Pakistan si sono unite Turchia, Egitto e Arabia Saudita nel tentativo di creare un blocco mediorientale compatto, coadiuvato dal peso globale della Cina.
Siamo, dunque, di fronte a una specie di diplomazia multipolare avallata da Pechino. Islamabad, tra l’altro, rappresenta per il Dragone sia una valvola di sicurezza geopolitica che un alfiere da sfruttare al meglio per mantenere l’equilibrio di potere internazionale nell’Asia meridionale e sudorientale. Evitando, cioè, che Teheran possa essere risucchiata – causa regime change – nello scacchiere statunitense o israeliano.
In ultima battuta, i cinesi hanno rafforzato le relazioni con i pakistani per altre due ragioni: per mantenere un’adeguata influenza nel mondo islamico, tanto più nell’ottica di un’era post-bellica, e per contrastare le crescenti alleanze tra Occidente e India nella regione.