Due episodi ravvicinati in grado di far ritornare repentinamente con la mente a quanto accaduto tra settembre e dicembre, quando cioè gli equipaggi di due pescherecci italiani sono stati sequestrati dalle milizie di Khalifa Haftar in Libia. Tra il 2 e il 3 maggio, sempre nella zona controllata dal generale della Cirenaica, altre motonavi con a bordo nostri pescatori hanno rischiato di essere abbordate. Infine il 6 maggio ad essere nel mirino dei libici è stato il peschereccio Aliseo. I due episodi però hanno presentato distinte peculiarità. A partire dai luoghi in cui si sono sviluppati gli eventi.

Questa volta a sparare è stata Misurata

L’incidente o, per meglio dire, il tentativo di sequestro è avvenuto a circa 30 miglia dalla costa di Misurata. Si è quindi in acque internazionali. Ma per i libici, i quali hanno dato sempre un’interpretazione molto larga del trattato di Montego Bay e del concetto di “Baia Storica”, quelle sono acque soggette alla propria sovranità. C’è un dettaglio però da non trascurare e che è stato sottolineato, poche ore dopo gli spari, dal sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci: “È una novità che episodi del genere accadano al largo di Misurata”. Non era mai successo che un peschereccio venisse coinvolto in situazioni simili di fronte la costa della parte ovest della Libia. Il dettaglio non è solo geografico, ma anche politico. Se in Cirenaica è infatti presente Haftar, con le sue forze non riconosciute dalla comunità internazionale, a Misurata ad operare è la Guardia Costiera facente capo al nuovo governo insediatosi a Tripoli nello scorso mese di marzo. Esecutivo riconosciuto dall’Italia e con il quale Roma nelle ultime settimane ha avviato intensi colloqui.

Lo dimostra la visita del presidente del consiglio Mario Draghi nella capitale libica del 6 aprile scorso dove, tra le altre cose, ha evidenziato il ruolo importante della marina tripolina nel contrasto all’immigrazione. Dunque a sparare questa volta sono state forze vicine all’Italia. Anzi, i colpi sono partiti, come dimostrato dalle foto pubblicate nelle scorse ore su Twitter, da una motovedetta italiana girata ai libici nel novembre 2018. Si tratta della “Ubari“, contrassegnata dal numero 660 scritto nelle fiancate. Il mezzo è stato fabbricato nel nostro Paese ed era in uso alla nostra Guardia di Finanza prima di prendere la via verso la sponda opposta del Mediterraneo. L’atto ostile contro il peschereccio di Mazara del Vallo dunque è paragonabile alla stregua di un vero e proprio “fuoco amico”.

Prove di forza tra est ed ovest

Perché quindi da Misurata (o da Tripoli) è partito l’ordine di sparare contro i pescatori italiani? Una domanda la cui risposta potrebbe celare non pochi segnali negativi per Roma. Sulla Guardia Costiera libica infatti si è addensata già da mesi l’ombra della Turchia. Ankara dal novembre 2019 è principale partner militare della Libia, almeno di quella occidentale. Sulla motovedetta Ubari nello scorso ottobre sono saliti anche ufficiali turchi, i quali hanno addestrato i “colleghi” libici. Segno dunque di come non è remota l’ipotesi di un ordine di sparare al peschereccio italiano impartito sì dalla Libia, ma con possibili collegamenti con Ankara. Anche perché da settimane Italia e Turchia sono ai ferri corti dopo che Mario Draghi ha definito Erdogan un dittatore e quest’ultimo gli ha risposto dandogli del maleducato.

C’è poi anche una questione interna alla Libia. L’impressione è che tra est ed ovest sia partita una vera e propria gara a chi spara per primo agli italiani. Se Haftar ha dimostrato, tra settembre e dicembre 2020, di poter fare la voce grossa e trattenere pescatori siciliani a Bengasi, in Tripolitania non vogliono essere da meno. E dopo l’ultimo episodio del 3 maggio, in cui motovedette delle forze del generale hanno provato a sequestrare altri pescherecci italiani, Misurata tre giorni dopo ha risposto. L’Aliseo a breve tornerà a Mazara del Vallo, ma nelle acque del Mediterraneo la situazione è tutt’altro che calma.

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