Ora Netanyahu deve scegliere tra Biden e i falchi del suo Governo

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Le scuole sono ancora chiuse, molti uffici sono ancora deserti e le saracinesche dei negozi sono ancora abbassate. L’aspetto delle città israeliane è ancora quello, a distanza di ore dalla fine dell’attacco iraniano, di aree sotto assedio. Tuttavia a rincuorare la popolazione è il fatto che nessuna scheggia ha realmente scalfito case e infrastrutture, nessun luogo frequentato da civili è stato sfiorato dalla pioggia di ordigni piovuti dall’Iran. Il Paese ha quindi retto l’urto dell’attacco scagliato nel cuore della serata di sabato. Ed è forse questo il dato da cui Israele potrebbe (e vorrebbe in gran parte) ripartire: tornare ad avere fiducia nelle proprie forze di sicurezza, sentirsi al riparo da attacchi futuri ed evitare nuove tragiche conte dei danni. La tensione non è però ancora stata smontata: una parte dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu vorrebbe attuare una ritorsione contro la Repubblica Islamica e non è detto che ciò non avvenga. Saranno in tal senso decisive le prossime ore.

Un “day after” tranquillo

Andare nei rifugi e ritrovare subito dopo la casa intatta, quando si è in un contesto di guerra non è certo circostanza da poco. Forse in Israele oggi si sta meglio rispetto a ieri: per tutto il sabato si è rimasti in attesa di capire e comprendere cosa doveva accadere sopra le proprie teste e quando, intorno alle 22:00, si è avuta la conferma di un primo lancio di droni dall’Iran, i sospetti per buona parte della popolazione si sono trasformati in autentici incubi. Poi nel cuore della notte è apparso in tv Daniel Hagari, portavoce dell’Idf, sottolineando come almeno il 99% degli ordigni è stato effettivamente intercettato. Non tutti dagli israeliani, anzi nelle ore del raid il lavoro delle aviazioni di Usa, Gran Bretagna, Giordania e Francia è stato prezioso e a dir poco vitale per impedire una rapida saturazione dei sistemi Iron Dome.

Ad ogni modo, la stragrande maggioranza dei droni non ha nemmeno oltrepassato lo spazio aereo israeliano e il bilancio parla di appena un ferito: si tratta di un bambino di dieci anni coinvolto nell’arrivo di una scheggia in una piccola località del Negev. La regione meridionale desertica dove si è concentrato gran parte dell’attacco iraniano grazie ai missili piombati nell’area della base di Nevetim, una delle più importanti del Paese e oggi tornata però nuovamente operativa.

Al sollievo per lo scampato pericolo, si aggiungono però polemiche piuttosto sentite dalla stampa israeliana. In particolare, diversi quotidiani oggi hanno tirato fuori primi bilanci del costo in termini economici della difesa di Israele: le casse dello Stato hanno in totale sborsato qualcosa come 1.3 miliardi di Dollari per garantire l’abbattimento degli ordigni iraniani. Un calcolo effettuato sommando ogni singolo aspetto di una vasta operazione di difesa come quella andata in scena ieri: dal carburante per gli aerei, fino allo spostamento di mezzi e uomini. Non solo, ma non è certo passato inosservato all’interno dell’opinione pubblica il fatto che la difesa dei cieli è stata possibile anche all’aiuto degli alleati, rivelatisi fondamentali per intercettare gli ordigni già sopra i cieli di Iraq e Giordania.

In poche parole, lo Stato ebraico nel suo day after non ha potuto fare altro che tirare un gran sospiro di sollievo e constatare come il sistema difensivo abbia retto. Ma ci si chiede anche se tutto questo non poteva essere evitato e se quindi il governo, nella persona del premier Netanyahu, non poteva evitare, con il raid sull’ambasciata iraniana di Damasco, dì di esporre il Paese a una provocazione che non ha fatto danni ma che, al contempo, è costata non poco a Israele in termini politici ed economici.

La telefonata tra Biden e Netanyahu subito dopo l’attacco iraniano

Nel corso della notte, quando da Teheran sono arrivate conferme della fine dell’attacco, si è avuta notizia di un’importante conversazione telefonica tra il presidente Usa, Joe Biden, e lo stesso primo ministro israeliano. I media dello Stato ebraico concordano su un punto: il capo della Casa Bianca ha chiesto a Benjamin Netanyahu di non avviare una controrisposta nei confronti dell’Iran. Il modello proposto da Washington è molto semplice: proporre, sotto il profilo mediatico, come una vittoria l’abbattimento del 99% dei droni iraniani e fare di questo dato un elemento di forte deterrenza per il futuro.

Paradossalmente, o quasi, la linea degli Stati Uniti è sembrata convergere con quella dell’Iran visto che anche da Teheran sono stati lanciati segnali politici in questa direzione. La Repubblica Islamica infatti, in un documento a firma del ministero degli Esteri, si è appellata al diritto di autodifesa a seguito dell’attacco israeliano contro la propria ambasciata di Damasco, dichiarando che l’attacco contro lo Stato ebraico è una risposta a quell’episodio e la vicenda può dirsi chiusa. Il filo comune della posizione statunitense e iraniana è quindi dato dalla volontà di non andare oltre e di considerare terminata la disputa.

La scelta nelle mani di “Bibi”

La palla è quindi passata nelle mani di Netanyahu: tocca a lui decidere cosa fare e scegliere quale strada intraprendere. Biden nella conversazione di domenica notte non si è limitato al “consiglio”, il presidente Usa ha ribadito la volontà di difendere Israele da altri attacchi e allo stesso tempo ha sottolineato che non sosterrà lo Stato ebraico contro eventuali raid nei confronti dell’Iran. Il premier israeliano non potrà dunque disporre dell’aiuto del più importante alleato e, nel prendere una decisione, è consapevole che in caso di ulteriore escalation non potrà fare affidamento sui caccia di Washington.

Al tempo stesso però, Netanyahu deve dare conto anche a quell’ala della sua maggioranza che, probabilmente, senza una contro risposta nei confronti dell’Iran potrebbe propendere per togliere l’appoggio al suo esecutivo. I personaggi in tal senso sono ben noti e conosciuti: si tratta dei leader di Sionismo Religioso e Potere Ebraico, gli stessi che hanno minacciato il premier di far cadere il governo senza un attacco contro Rafah e in caso di cessate il fuoco con Hamas.

Mentre scriviamo, sicuramente una decisione è già stata presa. Alle 15:30 infatti si è riunito il gabinetto di guerra dove è stato fatto il punto della situazione e dove il principale punto all’ordine del giorno era rappresentato dalle scelte da intraprendere dopo l’attacco di ieri. Netanyahu potrebbe optare per una “via mediana”, ossia l’attacco ai proxy dell’Iran, agli alleati in Libano, Siria e Yemen. Soltanto nelle prossime ore si potrà sapere, volgendo ancora una volta lo sguardo sui cieli del medio oriente, cosa ne sarà dell’attuale escalation.