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Sembrerà strano ma la Guerra di Corea non è ancora terminata. Sono passati 71 anni da quando, il 25 giugno del 1950, scoppiarono le ostilità tra la Corea del Nord di Kim Il Sung e la Corea del Sud di Syngman Rhee. Ebbene, oggi Seoul e Pyongyang sono ancora formalmente in guerra tra loro.

Dal 1950 al 1953 la penisola coreana fu sconvolta da un atroce conflitto che mise di fronte il blocco comunista e quello occidentale. La Guerra Fredda era improvvisamente diventata caldissima: da una parte Cina e Unione Sovietica sostenevano i nordcoreani, dall’altra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite facevano altrettanto con i sudcoreani.

L’intera partita si giocò sulla pelle di un popolo, quello coreano, che ne sarebbe uscito letteralmente devastato; in termini di vite umane – due milioni di civili tra dispersi, morti e feriti; 500mila soldati uccisi per ciascuna delle due Coree; da uno a tre milioni di soldati cinesi; 54.246 americani e 3.194 militari di altra nazionalità – ma anche di infrastrutture.

Nel 1953, quando il logoramento tra i due schieramenti non avrebbe decretato alcun vincitore, ecco che Nord e Sud firmarono un armistizio. Al quale, tuttavia, non sarebbe seguito alcun trattato di pace. Risultato: oggi la Corea è un Paese diviso in due Stati ancora formalmente in guerra tra loro.

Nuove tensioni coreane

In principio la grande minaccia era rappresentata dai test missilistici di Kim Jong Un. Poi dallo sviluppo tecnologico e militare che avrebbe consentito a Pyongyang di mettere nel mirino il territorio statunitense, quindi dalla miniaturizzazione di testate nucleari e dall’avvento di nuove armi a disposizione dell’esercito nordcoreano. Adesso sono emerse almeno tre nuovi aspetti che rischiano di alimentare le ceneri, mai spente, della Guerra di Corea.

La leadership nordcoreana ha inaugurato una pagina politica inedita nella quale non trova più spazio la missione della riunificazione coreana. Ogni retaggio a quell’obiettivo, ogni riferimento di “unione del popolo coreano”, ogni possibile ponte diplomatico, è stato cancellato da Pyongyang. Che considera adesso la Corea del Sud un nemico dal quale difendersi.

Il rischio di una nuova guerra?

In seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, poi, Kim ha rafforzato all’ennesima potenza i rapporti con la Russia di Vladimir Putin (allentando un po’ la presa dalla Cina). La Casa Bianca ha accusato il leader nordcoreano di fornire missili e munizioni al Cremlino, e dunque di sostenere Mosca nel conflitto ucraino. A Washington, non a caso, si sta parlando di “nuovo asse del male” in relazione al gruppo di Paesi partner, anti occidentali, formati da Cina, Iran, Russia e Corea del Nord.

Last but not least, le provocazioni tra le due Coree hanno ripreso a susseguirsi con un’insistenza sempre maggiore. Sta tenendo banco da giorni la decisione del Nord di inviare al Sud, oltre il confine, palloncini pieni di spazzatura, in risposta ad altri palloncini inviati al Nord da attivisti sudcoreani pro democrazia. I militari di Seoul, come reazione, hanno riattivato altoparlanti lungo il confine per trasmettere verso il territorio nordcoreano, con una profondità fino a 20 chilometri, musica K-Pop e propaganda “dal mondo libero”. I nordcoreani hanno intanto iniziato a rafforzare i loro confini.

Si può sorridere per questo bizzarro botta e risposta. Basta però una piccola scintilla per far risprofondare la penisola nel terrore. Una guerra in Corea 2.0, in una simile fase storica, può davvero innescare un conflitto mondiale coinvolgendo Russia, Cina, Stati Uniti e Giappone, soltanto per citare chi è in prima linea.

Ma a chi converrebbe combattere una guerra del genere? Teoricamente a nessuno degli attori citati. Neppure agli Usa, già impegnati a tenere a freno la Russia in Ucraina e alle prese con il nodo Striscia di Gaza. C’è chi sostiene, semmai, che una fantomatica Guerra di Corea 2.0 possa fare il gioco di Mosca – il Cremlino potrebbe costringere Washington ad occuparsi di più dossier contemporanei – o di Kim – qualora quest’ultimo, a fronte di adeguate garanzie dei suoi partner, volesse tentare laddove non riuscirono suo padre e suo nonno: riunificare la penisola coreana.  

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