Sono passati quasi due mesi dall’ultimo vertice ufficiale tra Kim Jong-un e Donald Trump. Nel frattempo Corea del Nord e Stati Uniti continuano a lavorare sottotraccia per sbloccare una situazione ingarbugliata. Il meeting di Hanoi ha prodotto una fumata grigia quando tutti se ne aspettavano una bianca. Colpa degli americani che volevano avere tutto e subito, sostengono da Pyongyang. No, la colpa è colpa dei nordcoreani, rilanciano da Washington: l’accordo che ci proponevano non era conveniente. Trump avrebbe probabilmente firmato l’agreement con il suo amico Kim, infischiandosene di esperti, analisti e diplomatici. Ma una grana giudiziaria interna, scoppiata proprio mentre il Presidente americano era in Vietnam, ha costretto The Donald a imboccare una nuova strada.
Percorrere la strada più lunga
Si tratta solo di una strada più lunga, che a meno di imprevisti dovrebbe comunque sancire una pace reale tra le parti. Restano da limare alcuni dettagli non da poco ma l’ingresso di nuovi soggetti nella contesa potrebbe facilitare la svolta. Partiamo dai nodi da sciogliere. La Corea del Nord ha chiesto la rimozione di Mike Pompeo come negoziatore. Alcuni comportamenti del Segretario di Stato americano non sono piaciuti ai nordcoreani, che lo hanno accusato di essere né più né meno che un ostacolo. C’è poi da capire quali saranno le contropartite che le parti metteranno sul tavolo in vista del terzo faccia a faccia. Così come la Corea del Nord non può pretendere la rimozione in un colpo solo di tutte le sanzioni economiche, anche gli Stati Uniti devono capire che non possono chiedere la chiusura istantanea di ogni centrale nucleare. Il processo deve essere graduale e reciproco.
Xi Jinping, Putin e Trump
Oltre a Kim Jong-un e Donald Trump ci sono da considerare anche le mosse di Xi Jinping, Vladimir Putin e Moon Jae In. Il primo ha incontrato il Presidente nordcoreano quattro volte e il suo Paese, la Cina, ha notevoli interessi economici e geopolitici nel difendere Pyongyang. Xi non si è mai intromesso direttamente negli affari coreani ma la sua presenza alle spalle di Kim è un segnale lanciato agli Stati Uniti. È in sostanza una sorta di assicurazione che la Corea del Nord esibisce per far capire al mondo di avere amici potenti. Più interessanti sono le figure di Putin e Moon.
L’incontro tra lo Zar e Kim Jong-un
Lo Zar, domani a Vladivostok, è pronto a incontrare per la prima volta Kim Jong-un. I colloqui si concentreranno per lo più su come trovare “una soluzione politica e diplomatica alla questione nucleare della penisola coreana”. Ma il leader russo ha diversi progetti economici in archivio e anche questi potrebbero aggiungersi al piatto forte del meeting.
Moon ha le mani legate
Resta poi Moon Jae In. L’uomo che fra i quattro citati è colui che rischia di più. Il Presidente sudcoreano si è speso in prima persona per una pacificazione con il Nord. Eppure la situazione d’impasse non giova alla sua immagine. Moon perde consensi ed elettori, attira critiche e commenti negativi. Dopo le strette di mano a Pamunjon con Kim Jong Un, tutti si aspettavano un nuovo incontro. La verità è che Moon ha le mani legate. Finché gli Stati Uniti non allenteranno le sanzioni su Pyongyang, Seul non potrà prendere riallacciare normali relazioni con i vicini. E pare che in Corea del Sud siano pronti cospicui investimenti in progetti cooperativi con i nordcoreani. Tutto è quindi nelle mani di Trump e Kim. Se i due, che presto si incontreranno per un terzo meeting, raggiungeranno un accordo allora la fumata bianca potrebbe arrivare presto.



