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La strategia diplomatica adottata da Donald Trump per risolvere pacificamente la contesa con la Corea del Nord è stata criticata da più parti, sia in patria che all’estero. Il coro di voci, a tratti quasi unanime, ha fatto leva sulla presunta volontà del presidente americano di collezionare episodi mediatici anziché accordi rilevanti. In effetti sul tavolo non c’è ancora nessun documento ufficiale, né che attesti la fine della guerra di Corea, né che scandisca un percorso a tappe per la denuclearizzazione della penisola coreana. Eppure le relazioni tra Washington e Pyongyang non sono mai state così floride come durante la presidenza Trump, con il tycoon che ha incontrato tre volte il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, definendolo addirittura “grande amico” dall’inquilino della Casa Bianca. Non era mai successo, inoltre, che un presidente americano superasse il confine tra le due Coree, come avvenuto in occasione del terzo, improvvisato, meeting, svoltosi nei pressi della Zona Demilitarizzata (Dmz).

Trump e la Corea del Nord

Cosa ha ottenuto fin qui Trump? Poco, come anticipato, almeno sul piano materiale. Il tycoon e Kim si sono scambiati complimenti, belle parole e promesse. Ma sulla carta mancano ancora gli accordi decisivi per sciogliere due importanti nodi: la denuclearizzazione della penisola coreana e la fine delle sanzioni economiche sulla Corea del Nord. Come se non bastasse, nelle ultime settimane Pyongyang è tornata a effettuare test missilistici, ha lanciato più proiettili verso il Mar del Giappone e si è detta contrariata dalle esercitazioni congiunte tenute dagli eserciti sudcoreani e americani. Insomma, Trump ha quindi fatto un buco nell’acqua? Assolutamente no, perché dal primo incontro a oggi, la Corea del Nord ha smesso di minacciare il mondo con le sue armi atomiche, limitandosi a lanciare vettori a corto o medio raggio. Inoltre il presidente americano deve fare i conti anche con la Cina, l’altro grande attore coinvolto nella questione coreana, e in questo momento i rapporti con Pechino non sono affatto idilliaci. Per il momento Trump ha costruito una solida base su cui edificare una pace concreta e duratura. Ora è necessario un quarto e decisivo meeting per posizionare la prima pietra.

I Repubblicani e la Corea del Nord

Al suo posto un altro presidente repubblicano avrebbe fatto meglio? Qui entriamo nel campo delle ipotesi ma vale la pena azzardare una risposta, e quella risposta è probabilmente negativa. Trump è un attore sui generis, ha puntato sul proprio carisma e sul proprio senso degli affari, distaccandosi sia dalle teorie neocon, sia dai Falchi che si aggirano nei corridoi della Casa Bianca (per maggiori informazioni rivolgersi al Consigliere Bolton). Qualcun altro, al suo posto, avrebbe subito perso la pazienza inviando un contingente all’altezza del 38° parallelo, scatenando una guerra terribile nell’Estremo Oriente. Certo, Trump ha alternato il bastone alla carota, duri attacchi a Kim ma anche cordiali aperture. E la tattica ha funzionato: così il tycoon è riuscito a conquistare il leader nordcoreano.

I Dem e la Corea del Nord

E i democratici? Sulla Corea del Nord il Partito Democratico americano non è pervenuto. Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha scelto di incrementare le sanzioni economiche su Pyongyang e pazientare, in attesa che il regime nordcoreano crollasse. È la stessa pazienza strategica adottata da Obama in tutta l’Asia, un tentativo di contenimento blando e senza capo né coda. Gli attuali candidati democratici alle elezioni presidenziali del 2020, invece, hanno dimostrato di non avere un’idea precisa su come comportarsi con la Corea del Nord. Anzi, il termine Corea del Nord il più delle volte è bandito dal loro linguaggio. C’è un aspetto che li accomuna: tutti adotterebbero vaghe “soluzioni diplomatiche” e lavorerebbero con gli alleati. Il New York Times ha chiesto informazioni ai candidati democratici di punta e ha ottenuto risposte davvero deludenti, da Bernie Sanders a Pete Buttigieg passando per Elizabeth Warren. Quest’ultima, ad esempio, ha dichiarato che incontrerebbe Kim “solo se dovesse essere richiesto per fare passi avanti nella negoziazione”, ma soprattutto imporrebbe il trasferimento dell’arsenale atomico nordcoreano in un un altro paese; dopo di che tratterebbe temi come la violazione dei diritti umani e gli abusi.

La clessidra di Kim

Negli ultimi due anni ci sono stati tre incontri tra Trump e Kim, e in tutto questo tempo – nel quale non è stato siglato alcun accordo – secondo gli esperti, Pyongyang potrebbe aver prodotto materiale fissile per una dozzina di tesate nucleari. Questa non è certo la denuclearizzazione promessa da Trump. Quindi dobbiamo parlare di fallimento? Assolutamente no, perché Trump ha creato in un certo senso un legame diretto con Kim Jong Un, bypassando i classici canali diplomatici e il Deep State americano. Il che significa che il tycoon ha buone probabilità di riuscita nel trovare un accordo con l’amico nordcoreano. Nel frattempo Kim Jong Un ha fatto partire la clessidra: gli Stati Uniti hanno tempo fino alla fine dell’anno per tornare a sedersi a un tavolo e trattare. Dopo di che non ci sarà più margine di trattativa.