Non cessa l’acuirsi della tensione nella penisola coreana. Dopo La distruzione di alcune arterie di collegamento tra Nord e Sud a cavallo della DMZ (la zona smilitarizzata) e il dispiegamento di almeno 8 Brigate di artiglieria nordcoreane a ridosso del confine, le forze sudcoreane nell’isola di Yeonpyeong sono entrate in stato di allerta per via di “attività inusuali” tra i reparti di artiglieria costiera nordcoreani. L’isola, insieme a Daecheong e Baengnyeong, si trova in un tratto marittimo rivendicato dalla Corea del Nord dalla fine del conflitto occorso tra il 1950 e il 1953, ma di fatto vige una linea di demarcazione diversa, definita Northern Limit Line, che attribuisce quello specchio d’acqua a Seul.
Già a gennaio di quest’anno l’esercito nordcoreano aveva sparato più di 200 colpi di artiglieria in quelle acque, evocando lo spettro del vero e proprio bombardamento avvenuto il 23 novembre del 2010, quando 170 tra colpi di artiglieria e razzi sono piovuti sull’isola colpendo infrastrutture civili e militari. Anche se, dopo aver analizzato il tiro di artiglieria, gli esperti militari hanno notato come fosse stato parecchio impreciso, probabilmente per via della scarsa qualità del munizionamento nordcoreano. Con la quasi immediata reazione sudcoreana si stima che in quello scontro a fuoco ci furono tra i 4 e i 20 morti da entrambe le parti e tra i 40 e i 55 feriti.
L’isola di Yeonpyeong è abitata oggi da circa 2100 persone e ai tempi del conflitto coreano faceva parte della Corea del Nord, per poi passare sotto l’amministrazione sudcoreana insieme ad altre 4 isole nel Mar Giallo.
Sebbene negli ultimi anni si sia cercato di trovare un accordo per quel confine marittimo conteso, dal 2018 ogni tipo di intesa è stata rifiutata da Pyongyang che a gennaio di quest’anno ha ulteriormente messo in chiaro che considera la Northern Limit Line “illegale”, avvertendo il Sud che se dovesse penetrare “anche solo di un millimetro” in quello che viene considerato territorio nazionale, ciò sarebbe considerato una “provocazione di guerra”.
Come detto, nell’isola vige lo stato di massima allerta in quanto le paratie di protezione dei cannoni nordcoreani, posizionati in bunker scavati dentro la costa rocciosa, si sono aperte in concomitanza, o poco dopo, le esplosioni che hanno distrutto due strade che attraversano la DMZ nella giornata di ieri.
Quest’oggi, a inasprire ulteriormente toni diplomatici che sono diventati già bellicosi, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha definito la Corea del Sud “un Paese straniero e chiaramente ostile”, avvertendo che verrà usata la forza se la sovranità del Nord sarà violata. L’affermazione è stata fatta durante la sua ispezione al quartier generale del 2° Corpo dell’Esercito Popolare Coreano.
Si ipotizza che Pyongyang abbia recentemente modificato la Costituzione per definire Seul come uno Stato ostile e allinearsi alla direttiva del leader di designare formalmente il Sud come nemico, mettendo la parola fine a ogni ipotesi di riunificazione pacifica, che quindi diventa solo ed esclusivamente conquista del Sud attraverso la forza militare. Kim Jong-un ha infatti affermato che tagliare strade e ferrovie non significa solo una chiusura fisica, ma anche la fine di un rapporto malvagio con Seul e la completa rimozione dell’irragionevole idea di riunificazione.
Durante l’ispezione, il leader nordcoreano ha citato l’importanza di rafforzare la capacità di combattimento e di difendere la sicurezza del Paese attraverso la permanente e schiacciante prontezza al combattimento, inclusa la deterrenza nucleare. Kim Jong-un ha rinfocolato il clima di guerra permanente, affermando che “l’impatto della natura dell’alleanza Corea del Sud-USA e delle più sviluppate manovre militari nemiche di natura aggressiva sulla sicurezza della Repubblica Democratica di Corea evidenzia più chiaramente l’importanza di rafforzare il deterrente nucleare e ne dimostra la validità”.
Quanto sta accadendo tra le due Coree si aggiunge alla notizia che ci giunge dall’Ucraina, secondo cui circa 11mila soldati nordcoreani sarebbero prossimi a entrare in combattimento a fianco dei russi a partire dal mese prossimo, col primo contingente di circa 2mila uomini da impiegare nella regione di Kursk, dove i russi faticano a ricacciare l’esercito ucraino ma comunque hanno già liberato circa la metà del territorio occupato ad agosto.
Questa decisione di Pyongyang, se venisse confermata, implicherebbe facilmente la ridefinizione dell’impegno sudcoreano in sostengo di Kiev, che sino a oggi si è tenuto su bassi livelli non fornendo armi direttamente all’Ucraina (ma inviando munizionamento di artiglieria agli Stati Uniti per riempire i magazzini svuotati dalle forniture a Kiev).
Questa possibilità si era già palesata a giugno, quando si era saputo dell’accordo tra Russia e Corea del Nord di reciproca difesa in caso di conflitto, accordo che dovrebbe essere ratificato alla Duma di Stato russa in queste ore, ma il tutto restò nel limbo diplomatico.
Resta pertanto da capire se davvero Seul intende muoversi su un terreno che potrebbe peggiorare ulteriormente le già deteriorate relazioni con il Nord inimicandosi la Russia, che potrebbe a quel punto rompere gli indugi è fornire tutto il supporto possibile per il programma atomico e quello missilistico di Pyongyang, che chi scrive ritiene oggi sia solamente di basso livello. Opzione plausibile stante la recente costante retorica sulla deterrenza nucleare del leader Kim Jong-un.
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