I pasdaran si sono fermati. Erano pronti sferrare decine raid, impiegando migliaia di missili su obiettivi americani in Medio Oriente, ma hanno preferito non farlo. Così il fronte sciita si spacca, e tutto rischia di finire in mano alle milizie filo-iraniane che in Iraq vorrebbero dare filo da torcere agli americani, ma possono portare avanti soltanto tattiche di guerriglia. Non ci sarà nessun “nuovo Vietnam” per gli Usa dopo la morte di Qasem Soleimani quindi. Anzi, se tutto va bene, forse si tornerà al tavolo dei negoziati.

Sarebbero stati pronti ad “andare avanti per settimane”, anche a costo di provocare il primo confronto termonucleare della storia, ma dopo una fase di tensione scandita da gravi minacce e toni altissimi per l’assassinio del loro generale a Baghdad, i vertici iraniani hanno lasciato intendere che la vendetta nei confronti di Washington si fermerà qui. Dopo molta propaganda, “essenziale” per il governo di Teheran, e una dimostrazione di capacità balistiche da parte delle forze armate iraniane che hanno distrutto, secondo gli ultimi report, un’istallazione radar, un elicottero e un drone statunitensi che riposavano nelle basi finite nel mirino dei missili, tutti sembrano aver fatto un passo indietro. Aveva ragione Trump a twittare “Fin qui tutto bene”?

Nulla è accaduto poi, solo un duello di parole tra social e dichiarazioni alla stampa, che però sembrano dare ragione al Tycoon: che ha firmato l’ordine di eliminazione di un obiettivo importante quale “Atto di autodifesa”, incassando solo minacce da parte degli ayatollah. Sebbene il generale Hajizadeh avesse dichiarato che le forze iraniane erano (e sarebbero) pronte ad affrontare a una lunga campagna. “Eravamo pronti a lanciare centinaia di missili, poi migliaia” se ci fosse stata una rappresaglia americana a seguito della prima battuta dell’operazione “Soleimani Martire” ha detto il generale. Ma sembra che ancora una volta abbia trionfato la propaganda. E che alla fine dei conti, il fronte sciita si stia spaccando proprio per questo. La distruzione di “equipaggiamento militare” come rappresaglia non basta. La rabbia di tutte le altre bandiere che sventolavano dietro il comandante dei Quds Qassem Soleimani: “Hashd al-Shaabi, le milizie irachene, e quelle dell’ Hezbollah libanese, di Hamas, delle milizie afghane e pachistane Fatemiyoun e Zeinabayoun, protagoniste della guerra in Siria”, riassume Giordano Stabile su La Stampa, volevano una vera vendetta. Si erano uniti per questo.

Sembrava infatti che prima della de-escalation il fronte arabo-sciita avesse risposto ad un’adunanza per vendicare il “martirio” di Soleimani, ma che un istante dopo, tutto era già sfumato. Se da una parte il nuovo leader delle milizie filo-iraniane irachene Qais al-Khazali, aveva minacciato una vendetta “implacabile” per l’uccisione del loro martire (che era nello stesso Suv che trasportava Soleimani, ndr), un altro dei maggiori leader dei movimentisti sciiti, l’ imam Moqtada al-Sadr, raffreddava gli spiriti e invitava ad essere “pazienti”, sconsigliando le via delle “azioni militari”. Si conferma così ruolo chiave di Soleimani, che dettava una linea a tutta la costellazione di movimenti, ed era seguito e rispettato da tutte le fazioni sciite, fungendo da “grande coordinatore”. Ciò motiva, allo stesso tempo, la sua eliminazione strategica. Che ha privato un fronte diviso in molte bandiere, di un uomo forte e ben voluto, che si era guadagnato la fiducia delle diverse formazioni e che per questo fungeva da guida.

Dopo l’attacco subito, seguito da un secondo piccolo lancio di razzi a Baghdad, la Casa Bianca non ha mostrato nessuna intenzione di reagire militarmente (almeno per adesso) annunciando solo l’applicazione di nuove, ulteriori, sanzioni che verranno imposte per volere di Trump a un Iran già pesantemente indebolito dall’ultimo biennio. A questa mossa, sembra essersi aggiunta però la promessa, inviata per lettera alle Nazioni Unite, che il governo degli Stati Uniti è pronto a “impegnarsi in seri negoziati con l’Iran“; dopo questo ultimo botta e risposta in Medio Oriente. 

Se il dialogo tra Washington e Teheran davvero venisse riaperto, e i toni tornassero quelli del pre 2018, sarebbe davvero da togliersi il cappello dinanzi agli strateghi di Washington. Per non parlare dei “win-win” che incasserebbe the Donald.

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