La geopolitica della corsa allo spazio
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I contractor sono uno dei grandi punti interrogativi della Difesa americana. Negli Stati Uniti esiste un ampio dibattito sul loro utilizzo e sul pericolo della cosiddetta “privatizzazione” delle guerre. Ma quello che è certo, per ora, è che i contractor (a volte definiti come mercenari) operano in parallelo alle forze armate nei conflitti più complessi e oscuri in cui sono coinvolte le potenze del mondo con le loro forze regolari.

A Washington il problema è diventato di pubblico dominio nel 2007, quando gli uomini dell’allora Blackwater si sono resi protagonisti dell’uccisione di 17 civili a Baghdad. I dipendenti della compagnia privata dissero che la sparatoria fu causata da un’imboscata, ma le indagini dell’Fbi successive al massacro smentirono l’ipotesi di legittima difesa. Secondo i federali, almeno 14 iracheni erano stati uccisi senza motivo. Gli autori sono stati graziati da Donald Trump prima della fine del mandato.

Un episodio drammatico che non causò solo la morte di persone innocenti, ma anche l’ira del governo iracheno e della popolazione tanto da rappresentare una ferita nei rapporti tra Iraq e Stati Uniti. Le tensioni costrinsero l’amministrazione statunitense a intervenire sui contractor della Blackwater (ora Academi) per evitare un clamoroso incidente diplomatico. E una delle azioni messe in campo da Washington fu la richiesta di un controllo più penetrante su chiunque entrasse a far parte della compagnie di sicurezza private a cui il Pentagono appalta compiti di sicurezza nel mondo.

Le cose però non sembrano andare come previsto. Il Government Accountability Office (Gao), l’ufficio che controlla la messa in atto del programma, ha pubblicato un rapporto in cui si elencano tutte le lacune della Difesa nella gestione di queste aziende private. Il Gao non è riuscito a individuare tutti gli operatori di queste compagnie, non erano specificate le mansioni svolte, mentre in alcuni casi non erano definiti neanche le operazioni svolte. Un problema che – a detta dei controllori – rischia di azzerare i successi ottenuti dal Dipartimento della Difesa in questo settore, specialmente in un momento in cui le amministrazioni Usa puntano all’uso di questi “mercenari” per ottimizzare lo sfruttamento delle truppe regolari nelle missioni internazionali.

L’alone di mistero non sembra però destinato a essere spazzato via in poco tempo. Le perplessità sull’utilizzo di queste compagnie di sicurezza privata continuano ad alimentare il dibattito pubblico. Ma è evidente che la Difesa americana, così come quelle di altri Paesi nel mondo, non sembrano voler fare a meno di queste aziende. Secondo Usnews, i documenti inviati da Dipartimento della Difesa al Congresso mostrano solo in Afghanistan il numero dei contractor ad aprile era di 17mila unità. Oggi, in attesa del ritiro definitivo, i “mercenari” sono circa 7800, di cui meno di tremila sono cittadini statunitensi. Numeri che certificano l’importanza di queste compagnie di sicurezza, ma che confermano anche la necessità di un rigido controllo dello Stato su queste aziende. Tanto più in una fase di complessivo ritiro da alcuni fronti – in particolare dall’Afghanistan, ma anche dall’Iraq – in cui è possibile che Washington appalti le operazioni ai privati dopo l’abbandono delle forze armate regolari.

La questione è ancora più complessa se si pensa a come questi mercenari rappresentino ormai forze parallele in campo su fronti contrapposti. I mercenari sono sempre più utilizzati dagli Stati Uniti, ma anche dalla Russia, dalla Cina, dalla Turchia e da altri Paesi piccoli che non riescono a costruire eserciti regolari per gli esigui numeri della loro popolazione. Sfruttare queste compagnie private comporta minori rischi “elettorali” e aiuta ad alimentare una narrazione di guerre senza vittime. Ma senza controllo, il pericolo è che avvengano incidenti con ripercussioni enormi sul campo di battaglia e a livello diplomatico.

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