La tregua a Gaza non è ancora iniziata e appare già in bilico. Sono bastate ventiquattro ore dall’approvazione dell’accordo da parte del gabinetto israeliano di Benjamin Netanyahu per portare Tel Aviv a annunciare nuovi bombardamenti su Gaza. Il motivo? Hamas non avrebbe dato entro le 8.30 ora locale odierne, le 7.30 italiane, i nominativi di tre donne prigioniere dal 7 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, il cui rilascio è previsto per oggi.
L’impegno nel cessate il fuoco prevedeva che entro 24 ore prima del rilascio l’organizzazione militante che controlla Gaza avrebbe dato i nomi degli ostaggi prossimi alla liberazione. Si prevedeva, nelle sei settimane di tregua, la liberazione di 33 dei 97 ostaggi che si ritiene siano ancora nella Striscia.
Hamas ha comunicato nella giornata di ieri di voler “confermare il proprio impegno nei confronti dei termini dell’accordo di cessate il fuoco” e di ritenere dovuto a “Ragioni tecniche” il mancato adempimento della pubblicazione dei nomi. Oggi, Haaretz comunica che una lista sarebbe pervenuta a Tel Aviv. E del resto appare strano pensare che un gruppo come quello che governa la striscia di Gaza, che certo non ha abituato a operazioni improvvisate, non abbia provveduto a informarsi prima della chiusura dell’accordo.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha però risposto duramente negando che Hamas ha fornito la lista e aggiungendo che il cessate il fuoco non entrerà in vigore fino a che da Gaza non ci saranno avanzamenti in tal senso. Le 8.30 sono arrivate e passate senza novità, e immediatamente dopo è giunta la presa di posizione dell’Israel Defense Force (Idf), che ha annunciato la ripresa degli attacchi nella Striscia.
“”Secondo la direttiva del primo ministro, il cessate il fuoco non avrà effetto finché Hamas non adempirà ai propri obblighi”, ha dichiarato in conferenza stampa il contrammiraglio Daniel Hagari, portavoce delle forze armate di Tel Aviv, sottolineando che “l’Idf continuerà a colpire ora a Gaza, finché Hamas non adempirà ai propri obblighi nei confronti dell’accordo”. Fare la guerra è molto facile, fare la pace assai complicato, specie nel Medio Oriente di oggi: l’idea di una tregua nata morta si fa sempre più piede, mentre da un lato Hamas ha difficoltà, con ogni probabilità, a capire quanti degli ostaggi siano effettivamente ancora in vita e dall’altro le pressioni politico-militari su Netanyahu sono tali che c’è un vento favorevole a proseguire, dal fronte israeliano, la “guerra infinita” del Medio Oriente, che per molti non è un mezzo per maggior sicurezza ma un fine in sé.

