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Continuano i voli di ricognizione in forza del Trattato Open Skies, e la Russia, questa volta, mette “al centro del mirino” Italia e Germania. Dal 4 all’8 novembre, infatti, due velivoli effettueranno un lungo volo di sorveglianza sul nostro Paese e sulla Germania secondo i termini del Trattato che prevedono l’utilizzo di velivoli dotati di sensori ottici, radar e Ir per registrare le attività militari reciproche.

Un Tupolev Tu-154M LK-1 effettuerà un volo di 1300 chilometri partendo dall’aeroporto di Colonia/Bonn mentre un Antonov An-30B partirà da Roma Ciampino per un “tour” della penisola lungo 2015 chilometri. Entrambe le missioni di ricognizione saranno effettuate con a bordo personale locale (tedesco e italiano) che monitoreranno l’uso dell’attrezzatura di osservazione e il rispetto delle disposizioni dell’accordo, ha precisato Sergei Ryzhkov, capo del centro nazionale per la riduzione del pericolo nucleare, alla Tass.

Cos’è il Trattato Open Skies

Il Trattato Open Skies è stato siglato nel 1992 ed è entrato in vigore nel 2002 e prevede che i 34 Stati firmatari,tra cui Stati Uniti, Canada, Russia, Bielorussia, Ucraina, Turchia e tutti i Paesi europei ad esclusione di Austria, Svizzera, Irlanda, Serbia, Albania, Montenegro, Macedonia e Moldavia, si adoperino per concedere il sorvolo del proprio territorio nazionale da parte di velivoli di ricognizione del “blocco opposto” (in questo caso la Russia) al fine di controllare le reciproche attività militari e così ridurre il rischio di un conflitto. Questo secondo gli accordi originari frutto del clima della Guerra Fredda che si era appena conclusa.

I velivoli sono dotati di sensori prestabiliti, e con una risoluzione prefissata che, nel caso russo o americano soprattutto, è inferiore rispetto a quella di altri sistemi di sorveglianza montati sui satelliti.

Secondo il Trattato qualsiasi parte del territorio di una nazione ha diritto ad essere sorvolato senza limitazioni di quota o rotta secondo precise modalità che prevedono di comunicare i punti di ingresso e uscita e fissano un limite massimo di tempo. Ogni volo deve essere preannunciato di almeno 72 ore, in modo da poter dare il tempo allo Stato che lo subisce di occultare i propri assetti segreti ma contemporaneamente non dando sufficiente tempo per poter spostare o disperdere grossi assembramenti di forze, questo negli intenti del Trattato ma risulta difficile pensare, oggi, che 72 ore siano insufficienti a tale scopo.

Un Trattato inutile?

Gli Stati Uniti hanno recentemente ventilato l’ipotesi di ritirarsi dal Trattato, anche a seguito di violazioni da parte della Russia che ha proibito di sorvolare l’oblast di Kaliningrad così come la Cecenia e l’Ossezia del Sud stabilendo contestualmente un limite di altitudine di sorvolo sulla capitale russa.

Ne è nata così una controversia internazionale con Mosca che in un primo tempo sembrava risolta salvo poi riacutizzarsi recentemente. Come scritto da Matteo Acciaccarelli, anche se al momento l’ipotesi uscita dal trattato Open Skies sembra essere stata messa temporaneamente da parte, anche perché non vi è stata alcuna consultazione con il Congresso e con gli alleati Nato, nel prossimo summit londinese dell’Alleanza Atlantica di dicembre il tema potrebbe tornare centrale e Trump potrebbe mettere al corrente i partner della sua decisione di ritirare gli USA dal trattato.

La motivazione americana è molto semplice: gli Stati Uniti posseggono tecnologie di ricognizione satellitari e aeroportate che superano di gran lunga quelle utilizzate per i voli Open Skies. Tecnologie che la Russia potrebbe non avere e pertanto uscire dal Trattato darebbe un vantaggio strategico a Washington.

In realtà Mosca non è così arretrata dal punto di vista dei sensori da ricognizione come potrebbero pensare alcuni analisti americani, e l’uscita degli Stati Uniti dal Trattato, che ne provocherebbe la fine con una reazione a catena che coinvolgerebbe i Paesi Nato, andrebbe a colpire quei Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per effettuare la sorveglianza con assetti Isr (Intelligence Surveillance Reconnaissance) di alto livello.

Mosca, più che essere preoccupata dalla fine del Trattato Open Skies per le conseguenze di carattere strategico che, come detto, sarebbero di scarsa o nulla portata, sta abilmente sfruttando la possibile decisione americana a livello diplomatico: la propaganda del Cremlino ha infatti puntato il dito su Washington accusandola di aumentare le tensioni internazionali anche in considerazione dell’uscita unilaterale dal Trattato Inf, che ne ha determinato la fine.

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