Dopo un mese di relativa calma, un nuovo raid presumibilmente israeliano ha colpito nella notte tra il 23 e il 24 giugno tre diverse zone della Siria. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Sana, l’esercito siriano ha risposto agli attacchi lanciati da Israele contro le postazioni presenti a Sweida, a Kabajib nella regione di Deir ez Zor e nella provincia di Hama. A differenza dei raid precedenti, l’ultimo attacco contro la Siria ha interessato contemporaneamente diverse zone del Paese e soprattutto ha causato la morte di due soldati siriani e il ferimento di altri quattro.

Continuano i raid

“Missili ostili sono stati lanciati contro la città di Salkhad, nel Sud di Sweida, provocando la morte di due soldati e il ferimento di altri quattro”, è quanto è stato riportato dai media siriani a seguito dell’ennesimo raid contro il Paese. La responsabilità è stata ancora una volta addossata allo Stato ebraico, ma da Israele non è giunta né una conferma né una smentita.

La notizia è stata in seguito confermata anche dall’Osservatorio siriano per i diritti umani –  con base a Londra – secondo cui gli obiettivi dell’attacco aereo sarebbero state delle postazioni appartenenti alle milizie iraniane. Un copione che si ripete sempre uguale da diverse tempo e che vede presunti compound sciiti rasi al suolo da raid associati allo Stato israeliano, il cui obiettivo è costringere le milizie filo-iraniane a lasciare la Siria. L’Iran infatti è uno dei principali sostenitori del presidente siriano Bashar al-Assad e di recente Israele aveva annunciato il successo della sua campagna contro l’influenza iraniana in Siria. A inizio giugno il ministro della Difesa Naftali Bennett aveva affermato che Israele aveva costretto gli iraniani ad abbandonare il campo siriano e che il pressing dello Stato ebraico sarebbe continuato anche in futuro. Le dichiarazioni del politico israeliano hanno prima di tutto confermato indirettamente la paternità dei raid che da tempo interessano la Siria, ma sono anche servite a lanciare un avvertimento a Damasco. Obiettivo ultimo di Israele è infatti il ritiro totale delle forze iraniane dalla regione per evitare che Teheran possa approfittare della guerra in Siria e ancor più della riconquista del potere da parte di Assad per consolidare la propria presenza nell’area. Il timore maggiore di Israele è che la Repubblica islamica riesca a dar vita al famoso progetto della Mezzaluna sciita, che prevede la proiezione dell’influenza iraniana da Teheran fino a Beirut, passando per Baghdad e Damasco. L’effettivo ritiro dei militari iraniani resta però una vittoria limitata: l’Iran infatti continua a proteggere i propri interessi nell’area grazie alla presenza di proxy come Hezbollah, anche se con il passare del tempo Teheran ha dovuto rivedere i suoi obiettivi e cedere il posto a Russia e Turchia.

In ogni caso, l’ultimo raid presumibilmente israeliano rientra nella strategia di pressione portata avanti da Israele contro le forze iraniane e arriva in un periodo di particolare debolezza dell’Iran. La morte di Qassem Soleimani, rimasto ucciso in un raid americano in Iraq a inizio gennaio, ha minato la rete di alleanze sapientemente tessuta dal generale negli anni e ha lasciato un vuoto di potere non ancora colmato. Di certo l’attacco del 23-24 giugno non sarà l’ultimo contro le basi iraniane in Siria, ma difficilmente una simile strategia sarà da sola sufficiente a convincere Teheran ad abbandonare il campo proprio ora che la fine del conflitto non sembra più così lontana.

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