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Nella serata di martedì nuovi scontri sono stati segnalati nel Donbass. Il rumore dei colpi di artiglieria, lanciati sia dalla parte ucraina che separatista, ha dunque scandito anche le ultime ore. Segno di come una risoluzione pacifica della vicenda sia ancora purtroppo ben lontana. A parlare sono le armi. Da Kiev hanno fatto sapere che un altro soldato è deceduto, tra i combattenti separatisti sono stati denunciati ulteriori attacchi contro le proprie postazioni. La tensione però sta iniziando a spostarsi anche a Mariupol. La città portuale, affacciata sul mar d’Azov, potrebbe trovarsi al centro di rivendicazioni politiche e militare di ambo le parti. Intanto, a livello politico, la Russia ha promesso “reazione forte e dolorosa” contro le sanzioni Usa.

Movimenti a Mariupol

La questione dei confini in questo momento sta agitando e non poco le acque. Ieri Putin, durante la conferenza stampa tenuta dopo l’incontro con l’omologo azerbaigiano Ilham Aliyev, ha sottolineato che nel riconoscere le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, la Russia ha riconosciuto anche le leggi delle due entità autoproclamate e i confini previsti dalle due rispettive costituzioni. Una dichiarazione che potrebbe aprire ad alcuni scenari particolarmente temuti da Kiev. Non si tratta infatti solo di un cavillo formale o di un dettaglio burocratico. Le due repubbliche considerano l’estensione del Donbass corrispondente con l’intero territorio degli oblast (le entità territoriali ucraine di primo livello, corrispondenti alle nostre regioni) di Donetsk e Lugansk. I separatisti controllano poco meno della metà di entrambi gli oblast, la linea di contatto marcata nel 2014 con gli accordi di Minsk non coincide con il confine amministrativo delle due province. Dunque, è il sospetto delle autorità ucraine, in caso di ulteriori escalation tra l’esercito di Kiev e i separatisti, Mosca potrebbe appoggiare le velleità di questi ultimi di andare oltre la linea di contatto.

All’interno dell’oblast di Donetsk ricade la città di Mariupol. La trincee sono a pochi chilometri dal porto cittadino, il più importante del versante ucraino del mar d’Azov. Se il conflitto dovesse estendersi, ucraini e separatisti si contenderebbero da subito il controllo di questa città. Attualmente il territorio di Mariupol è saldamente in mano a Kiev. Ma nella capitale ucraina si teme il peggio. Nelle scorse ore l’intelligence legata al governo di Donetsk ha riferito di importanti movimenti attorno alla città. In particolare, l’esercito ucraino avrebbe qui trasferito cinque lanciarazzi multipli BM-21 Grad e altre armi pesanti. Da Kiev non sono arrivate conferme, ma che qualcosa si muove è confermato dal fatto che le piazze di Mariupol si stanno riempiendo di manifestanti. Martedì sera su Twitter la giornalista Olga Tokariuk ha riportato le immagini di una manifestazione pro Ucraina tenuta nella principale piazza. Un corteo non molto affollato, ma in cui tutti hanno sventolato una bandiera ucraina.

Se si tratta di propaganda volta a nascondere i timori oppure di una reale mobilitazione in vista di nuovi venti di guerra non è dato saperlo. La preoccupazione che qualcosa a breve può scatenarsi è stata però confermata dal comandante del Battaglione Azov, Andry Bilecky: “Il problema più grave oggi è capire quali saranno i confini che la Russia riconoscerà – ha dichiarato in un’intervista a Repubblica – se sono quelli scritti nelle false costituzioni di Donetsk e Lugansk ci sarà un’autostrada per una grande guerra: saranno sotto attacco Mariupol, Avdivka, Kramatorsk”.

Si muove il parlamento di Kiev

Nella capitale ucraina intanto la Verchovna Rada, il parlamento ucraino, ha approvato alcune importanti documenti in vista di una possibile estensione del conflitto. Poco dopo le 10:00 ora italiana, i portavoce della camera ucraina hanno confermato che i deputati hanno dato il via libera al progetto di legge che autorizza i civili a possedere armi per usarle in caso di attacco. Poco prima è stato approvato un altro disegno di legge in cui sono contenute sanzioni per 351 membri della Duma, la Camera Bassa russa. Già in questo mercoledì i parlamentari ucraini potrebbero esprimersi sulla dichiarazione di stato di emergenza richiesta dal consiglio di sicurezza di Kiev. Inizialmente sembrava che la mobilitazione dovesse riguardare unicamente gli oblast di Donetsk e Lugansk ma, al contrario, la richiesta riguarda l’intero territorio nazionale. Un provvedimento che farebbe il pari con quello firmato martedì sera dal presidente Zelensky, in cui è stata autorizzata la mobilitazione dei riservisti. L’impressione è che a Kiev non si creda molto a un’invasione russa su vasta scala ma, in compenso, sembrerebbe concreta l’idea di un conflitto concentrato nel Donbass.

Intanto, poche ore dopo l’approvazione delle sanzioni contro i deputati della Duma, il sito del parlamento ucraino è risultato irraggiungibile. Analoga sorte, nelle prime ore del pomeriggio, è toccata ai siti del governo e del ministero degli Esteri. Il sospetto, non confermato, è quello di un attacco informatico.

Maduro con Putin, l’Armenia condanna le mosse del Cremlino

Sotto il profilo politico, dopo il sostegno ricevuto ieri da Damasco, nelle scorse ore Mosca ha incassato anche quello di un altro alleato. Il riferimento è al presidente venezuelano Nicolas Maduro, molto vicino politicamente alla Russia: “Il territorio di Lugansk e il territorio di Donetsk – si legge in una sua dichiarazione – hanno assunto le funzioni di Repubbliche popolari per difendersi da un massacro che i fascisti, peso il potere in Ucraina, stavano iniziando a perpetrare”. Caracas dunque ha preso posizione al fianco di Mosca, anche se non è stato specificato se il governo riconoscerà o meno le due repubbliche. Al contrario, l’oppositore Juan Guaidò, presidente ad interim riconosciuto da alcuni attori internazionali, ha espresso condanna alle azioni russe.

Tra i Paesi più vicini al Cremlino invece ha destato un certo scalpore la posizione dell’Armenia, il cui governo ha preso le distanze da Putin: “L’Armenia  – ha dichiarato il ministro degli Esteri Vahan Hunanyan – non intende riconoscere le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk”.

Mosca: “Reazione forte e dolorosa contro sanzioni Usa”

“Non ci dovrebbero essere dubbi: ci sarà una risposta forte alle sanzioni, non necessariamente simmetrica, ma ben calcolata e dolorosa per la parte americana”. Parole che sono state esposte nelle scorse ore in una nota del ministero degli Esteri russo e che fanno comprendere l’attuale tensione diplomatica e politica tra Russia e Stati Uniti: “Questa sanzioni – ha concluso il comunicato – sono controproducenti per gli interessi di Washington”.

L’avvertimento Usa: “Invasione russa entro 48 ore”

Nelle ultime ore è emerso un nuovo allarme lanciato da Washington a Kiev. In particolare, fonti vicine all’amministrazione Biden avrebbero avvisato il presidente ucraino Zelensky di un’imminente invasione russa: “L’attacco – si legge in un’indiscrezione trapelata su Newsweek – avverrà nelle prossime 48 ore”. Non è la prima volta comunque che gli Usa giudichino imminente un’azione militare da parte di Mosca





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